Il blog di Guido Vitiello

Posts Tagged ‘Alberto Sordi

La fabbrica dei divi politici

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Star is born 2Scacciare in malo modo tutti i demoni, da bravo monaco del deserto, ma lasciare aperto uno spiraglio per quello che Mallarmé chiamava il demone dell’analogia, l’unico da cui si possa ottenere qualche buon favore. Come precetto religioso non vale granché, ma usato con giudizio dà i suoi frutti. Rivedendo giorni fa A Star is Born, la versione del 1937 di un film rifatto più volte nei decenni successivi, c’era una scena che continuava a ricordarmi insistentemente qualcos’altro, ma che cosa? La scena è quella in cui Janet Gaynor, nel ruolo di una ragazza di campagna che tenta la fortuna a Hollywood, è circondata da esperti degli studios in camice bianco che le disegnano sopracciglia di ogni foggia, le allargano la bocca per studiare le potenzialità del suo sorriso, la cospargono di ciprie e di rossetti. Ha l’aria di un piccolo martirio, di un pigmalionismo da laboratorio, ma d’altronde nella Hollywood degli anni d’oro la trasformazione della donna in diva era un processo ascetico e crudele, degno di un racconto di Wedekind, o – come ha suggerito Jeanine Basinger in un bel libro che ne descrive le tappe, The Star Machine – di un mercato delle schiave arabo del decimo secolo. Leggi il seguito di questo post »

Tutti dentro

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1960eb7551d116ac7294c26c8bb0468f_w600_h_mw_mh_cs_cx_cyAndiamo, non pretenderete mica che io prenda sul serio una fiction in cui Marcello Dell’Utri cita a memoria l’anonimo medievale della Nube della non conoscenza nel bel mezzo di una riunione di Publitalia? In cui Piercamillo Davigo, con due occhialoni da ragionier Filini e una vocina santimoniosa, sussurra al giovane poliziotto intemperante che “noi non prendiamo scorciatoie, noi siamo la legalità”? In cui Accorsi, pubblicitario ex sessantottino, improvvisa uno spot elettorale declamando una pagina di Petrolio di Pasolini, dono dello stesso Dell’Utri? Grazie al cielo 1992 è finita, e possiamo tornare a occuparci di cose serie. Ora, com’è noto, in Italia l’unica cosa seria è la commedia.

Apro Il cervello di Alberto Sordi (Adelphi), versione espansa di un vecchio libro di Tatti Sanguineti sullo sceneggiatore Rodolfo Sonego, e corro alle pagine che riguardano Tutti dentro, il film del 1984 che ha fama di essere una profezia di Mani pulite. Se qualcuno non lo ha visto, glielo rovino io: Sordi è un magistrato che eredita una grande inchiesta sulla corruzione da un anziano consigliere che gli raccomanda, citando Talleyrand, pas trop de zèle. Ma lui di zelo ne ha molto, spicca centinaia di mandati di cattura, mette dentro politici, faccendieri, imprenditori, massoni, uomini di chiesa e di spettacolo, finché il suo metodo fondato sul sospetto generalizzato non gli si ritorce contro, lo trovano a cena con due indagati e finisce in manette. Leggi il seguito di questo post »

Il processo, l’ultima “grande narrazione”

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durrenmat3Sono rari gli amori ferroviari, difficile l’incontro fra sconosciuti in treno; ma due libri gettati alla rinfusa nella tasca esterna di una valigia possono intendersela a meraviglia, senza bisogno di occhiate allusive, e perfino accoppiarsi selvaggiamente in un vagone affollato. Sapeste come amoreggiavano, i due volumetti che mi ero scelto per un lungo viaggio! Il primo, Casi giudiziari, era un’antologia di racconti siciliani curata da Salvatore Ferlita. Tra questi una novella di Capuana, Delitto ideale, dove un uomo che ha lungamente fantasticato un assassinio, senza però mai commetterlo, si sottopone da solo a processo – nel foro interiore, l’unico competente per queste faccende – e si dà la condanna che nessun giudice avrebbe potuto infliggergli: “La mia prigionia non differirà in niente da quella legale. Sarà dura, inesorabile, ed io diverrò tra pochi giorni il carceriere di me stesso…”. Suo compagno di viaggio era La panne, il capolavoro di Dürrenmatt appena ripubblicato da Adelphi. Qui un rappresentante di tessuti finisce tra le mani di quattro uomini di legge in pensione che si divertono, la sera, a rifare processi celebri o a istruirne di nuovi. Il poveruomo è messo a giudizio, e via via che il dibattimento si dipana la sua esistenza meschina è trasfigurata in romanzo, in un’epopea criminale che lo incorona eroe. Se ne avvede, inutilmente, il difensore: “Fatti assolutamente indipendenti erano stati collegati fra di loro, si era voluto contrabbandare nel tutto un disegno logico, eventi fortuiti erano stati presentati come cause di azioni che avrebbero potuto avere benissimo un decorso diverso, nel puro caso si era voluta vedere l’intenzione, nella sventatezza il proposito deliberato, sicché alla fine dall’interrogatorio era necessariamente saltato fuori un assassino, così come dal cilindro del mago salta fuori un coniglio”. Leggi il seguito di questo post »

Written by Guido

aprile 13, 2014 at 5:40 pm

L’incognita del cinepanettone

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Schermata 2013-06-26 a 14.10.24Partiamo da un’equazione politico-cinematografica di Curzio Maltese: «Il cinepattone è stato al ventennio berlusconiano così come i “telefoni bianchi” stavano al ventennio fascista». La migliore illustrazione satirica di questa formula è in Boris: il film (2011), costola cinematografica della serie televisiva omonima, dove c’è un regista che vuole trarre da La casta di Stella e Rizzo un bel film poetico-civile sul modello di Gomorra ma a forza di compromessi al ribasso finisce per girare un atroce cinepanettone a sfondo politico, Natale con la casta. La sceneggiatura comincia così: «L’Italia è il paese che amo…», come il videomessaggio della discesa in campo del 1994. Dunque, parrebbe di capire, il berlusconismo è stato un cinepanettone lungo vent’anni. Ma come sappiamo fin dai tempi della scuola, nelle equazioni c’è sempre un’incognita. Dov’è, in questo caso? Semplice: la x è proprio il cinepanettone. Perché quelli che ne parlano come di un concentrato del degrado italiano sono i primi che non si degraderebbero mai a vederne uno. Paradossale, vero? Si dice che in un film c’è l’essenza dell’Italia, ma questo non incuriosisce a sufficienza da spingere a studiarlo. Leggi il seguito di questo post »

Profezie cinematografiche

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La storia italiana, per parafrasare Marx, si presenta sempre due volte: la prima volta come film e solo la seconda come storia vera e propria. L’ultima dimostrazione di questa legge ferrea è la contesa sorta giorni fa intorno alla messa in onda della sequenza finale del Caimano di Nanni Moretti – annunciata a Parla con me della Dandini, bloccata dalla Rai, trasmessa infine da Piroso a Niente di personale. «Sembra che il finale del Caimano sia esattamente il Berlusconi di questi giorni», ha detto Moretti a Eugenio Scalfari su Repubblica di sabato scorso. E a dire il vero quei sette minuti di un Cavaliere nerissimo che dopo la condanna accusa i suoi accusatori e scatena una rivolta popolare davanti al Palazzo di Giustizia avevano ricominciato a circolare, in rete, già dopo la bocciatura del Lodo Alfano e la sfuriata contro la Corte costituzionale egemonizzata dai comunisti. Ma il Caimano non è l’unico déjà-vu di questi giorni. Tre settimane fa, per esempio, nella puntata dell’Infedele dedicata al caso Ruby, alle spalle di Gad Lerner erano appese due locandine di vecchi film, presentati come antenati (ciascuno a suo modo) dei festini di Arcore: Salò o le 120 giornate di Sodoma, l’ultimo film di Pier Paolo Pasolini, e L’infermiera nella corsia dei militari, una commedia sexy di fine anni Settanta con Lino Banfi e Nadia Cassini. Leggi il seguito di questo post »

Written by Guido

febbraio 18, 2011 at 12:11 am