Guido Vitiello

La Calliope incallita di Erri De Luca

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“E non disse. | E disse”. Basterebbero queste cinque parole d’esordio, sospese tra la solennità stentorea di un’antica cosmogonia e un’insipidezza da terza o quarta acqua del caffè ermetico-simbolista, per compendiare L’ospite incallito, l’ultima raccolta di poesie di Erri De Luca che Einaudi manda in libreria in questi giorni.

Dove ci s’imbatte ad ogni pagina in ungarettismi da terza liceo (“M’innaturo di te quando t’abbraccio”) o, all’occasione, in astratti barbuti furori profetico-veterotestamentari con tanto di testo a fronte perché l’autore, si sa, mastica l’ebraico biblico (“Ir haddammím, città dei sangui, ad matài? | Fino a quando?”). La città dei sangui in questione è Gerusalemme, per De Luca “tale e quale a Napoli”, e non per caso l’altra lingua esoterica che s’insinua goffamente nella trama dei versi è il napoletano, anch’esso in traduzione simultanea (“Le voci, ‘e vvoce, pure tra le campane a festa | salivano scendevano, saglievano scennevano”).

La Gerusalemme di De Luca, dove “ogni uccello è un pappagallo di angeli” e “il cane abbaia alla luna ferma sopra le valli di Aialòn”, è tra i luoghi più incredibilmente kitsch mai delineati da penna poetica: “Qui si può andare scalzi, la suola te l’impresta la storia”. E bene avrebbe fatto, De Luca, a valersi dei servigi della gran calzolaia, perché a furia di girovagare a piedi nudi tra terre sante e dissacrate, tra i lacrimogeni dei celerini e i cecchini di Sarajevo, va a finire che l’ospite s’incallisce davvero, e la sua Calliope ha bisogno urgente delle cure di un podologo. Leggi il seguito di questo post »

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luglio 10, 2008 at 2:54 PM

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Amo le rose che non colsi (e i libri che non scrissi)

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Due reggilibri affiancati, e il vuoto in mezzo: My Unwritten Books (New Directions, New York 2008), il libro di George Steiner sui suoi libri non scritti, risuona a lutto fin dalla copertina.

Il lutto di chi sul finire dei giorni si trova davanti i montaliani “pochi fogli”– che siano poi davvero pochi o molti (nel caso di Steiner, una trentina di volumi) non importa: è sempre un monticello irrisorio a fronte della selva dei possibili, delle opere fantasticate e mai date alla luce.

È, questo, il libro più scopertamente autobiografico di Steiner, perfino più di Errata. Quando, in Chinoiserie, tradisce la sua fascinazione per la mente titanica del biochimico e sinologo Joseph Needham, autore di un’opera che ha l’architettura strabiliante di un theatrum mundi barocco, avvertiamo il senso d’impotenza di un altro grande erudito, che tuttavia quasi mai ha trovato l’energia mentale per dar forma sistematica alla sua erudizione.

Quando Steiner tenta, per cenni, di fondare una poetica e una retorica dell’amore carnale (The Tongues of Eros), intravediamo la vicenda quasi picaresca di un’educazione sentimentale vagabonda tra l’Europa e l’America. Quando poi si avventura su un terreno assai scivoloso, quello di definire una Jewishness immutevole, un'”essenza” perenne dell’ebreo (Zion), ecco che si fa sentire, sottotraccia, l’orgoglio dell’esule per destino che si fa chierico vagante per vocazione. Leggi il seguito di questo post »

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luglio 5, 2008 at 9:49 PM

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Il Malevolo: Jonathan Littell “Unbound”

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A Jonathan Littell, quarantunenne autore delle Benevole, il romanzo-confessione di un genocida nazista tradotto ormai in 27 lingue, i simbolici dieci euro messi in palio dal Prix Goncourt non sono ancora arrivati.

Certo, lui non si è presentato alla premiazione nel novembre del 2006, perché i premi letterari sono tutti “grotteschi e ridicoli”. Ha chiesto che gli spedissero l’assegno, “ma fino a oggi non l’ho ancora ricevuto”.

È un Littell straripante e cattivissimo quello a colloquio – meglio sarebbe dire a duello – con André Müller sulla Frankfurter Rundschau del 24 giugno, in una delle interviste più lunghe mai concesse dallo schivo romanziere franco-americano. Müller, giornalista austriaco che ha incontrato tutti i giganti della cultura di lingua tedesca, è riuscito a stanare l’autore delle Benevole con una captatio benevolentiae, ricordandogli che, prima di lui, aveva intervistato Elias Canetti – che Littell adora – ed Ernst Jünger, che ha pure una “particina” nel romanzo.

Ma Littell si fa comunque desiderare, ed esibisce una quasi infantile oscillazione tra la voglia d’esser lasciato in pace e la smania d’esser corteggiato. Pretende i dieci euro del Goncourt, ma se mai lo candidassero al Nobel la cosa non lo interesserebbe, perché, assicura, “ho già abbastanza soldi”. Per difendersi dai fastidi della fama ha annunciato che adotterà una “soluzione finale”, scelta di parole un po’ infelice per chi ha dedicato un romanzo di mille pagine alla Endlösung nazista. Ma non è un eremita come Pynchon; semplicemente, non vuole seccature: “Chi s’interessa a uno scrittore perché ama il suo libro è come uno che s’interessa alle anatre perché gli piace il foie gras“. Leggi il seguito di questo post »

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luglio 1, 2008 at 9:48 PM

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Il Sessantotto visto da Qohelet

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Il maggio parigino è stato uno psicodramma, una mascherata, una “caricatura della commedia rivoluzionaria”. Lo scriveva Raymond Aron ne La Révolution introuvable, un libello pubblicato nel 1968 da Fayard, per lungo tempo dimenticato e “introvabile” quanto e più del suo titolo, che l’editore Rubbettino porta ora in Italia.

Nel grande carnevale, notava ancora Aron, ciascuno si era scelto una maschera: “Io ho recitato la parte di Tocqueville, cosa certo un po’ ridicola, ma altri hanno impersonato Saint-Just, Robespierre o Lenin, il che a conti fatti era ancora più ridicolo”.

Piotr Rawicz, scrittore ebreo-ucraino sopravvissuto ad Auschwitz, scelse per sé una parte più impegnativa: quella del coro tragico, o meglio ancora del moralista veterotestamentario, una sorta di incrocio tra l’Ecclesiaste e Giobbe, tra il disamorato osservatore dei cicli della storia e il ribelle metafisico che mette Dio con le spalle al muro per imputargli il crimine di aver abbandonato il mondo.

Solo l’Ecclesiaste, per Rawicz come per il suo amico e ammiratore Emil Cioran, offriva la chiave per decifrare gli eventi del maggio, per smascherare “il carattere ciclico di tutte queste kermesse della storia. Come il ciclo mestruale delle donne”. Al punto che “Il Sessantotto visto da Qohelet” sarebbe un buon sottotitolo per Bloc-notes d’un contre-révolutionnaire, il taccuino che Rawicz compose nei giorni delle barricate e che Gallimard pubblicò nel maggio dell’anno dopo, composto di annotazioni, aforismi, dialoghetti filosofici, scorci fulminanti sul mondo letterario e accademico. Leggi il seguito di questo post »

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giugno 4, 2008 at 9:46 PM

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Bollettino di un gusano escuálido/2

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Alcuni mi hanno chiesto come mai, da gusano escuálido quale sono, non ho scritto ancora nulla sul ritiro dalle scene di Fidel Castro. È presto detto: aspetto che accada qualcosa di dirompente.

Non so, delle libere elezioni, una commissione per la verità e la riconciliazione che riabiliti le migliaia di vittime di cinquant’anni di dittatura, un qualche straccio di diritto sindacale per i lavoratori cubani. Per il resto, le velleità “cinesi” di Raúl – qualche apertura capitalistica nell’assenza totale di libertà politiche – erano note da anni a chi segue le vicende cubane.

Non ho scritto nulla su Castro, ma qualche castrista ha scritto su di me: la rivista Latinoamerica diretta da Gianni Minà ha infatti recensito, in modo prevedibilmente negativo, Cuba, totalitarismo tropicale (Ipermedium libri) di Jacobo Machover, libro di cui ho curato l’edizione italiana e scritto l’introduzione. La recensione, siglata dalla direttrice responsabile Alessandra Riccio (sul n. 101, 4/2007), precisa che il “lettore paziente” può anche leggere l’introduzione a firma di un tal Guido Vitello (sic).

Monsieur Boviny c’est moi, e ne vado vachement orgueilleux, che è come dire bovinamente fiero. Per carità, non credo che mi abbiano storpiato il cognome di proposito per character killing: si sa da sempre che su questi accorgimenti di editing l’officina Minà non va per il sottile, che si tratti di amici o nemici – anni fa, sulla stessa rivista, il buon Gianni commentava “il discorso di Fidel Castro a Durbans (Sudafrica)”, scambiando ripetutamente una città con un dentifricio. Leggi il seguito di questo post »

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Maggio 14, 2008 at 9:45 PM

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Kriegspiel, il war game di Guy Debord

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“I giochi di guerra sono la continuazione della politica con altri mezzi”. Questa piccola correzione alla massima del generale Carl von Clausewitz non la dobbiamo ai programmatori di America’s Army, il war game elettronico commissionato e diffuso nel 2002 dal governo statunitense per reclutare nuove leve, ma a una fonte decisamente insospettabile: il situazionista Guy Debord, autore della Società dello spettacolo (1967).

Negli stessi anni in cui componeva l’incendiario e profetico libro-manifesto destinato a infiammare il maggio parigino, Debord lavorava minuziosamente a un progetto in apparenza minore, persuaso tuttavia – lo confessa in Panegirico – che si trattasse della sola sua opera a cui i posteri avrebbero tributato qualche onore: il gioco da tavolo di strategia militare Kriegspiel, ispirato all’omonimo gioco che il luogotenente von Reisswitz creò nel 1824 per addestrare gli ufficiali dell’esercito prussiano.

Kriegspiel, in tedesco “gioco di guerra”, ha avuto una gestazione quarantennale: concepito da Debord già negli anni cinquanta (al tempo in cui il cineasta francese Albert Lamorisse ideava il popolarissimo Risiko), fu sviluppato nel decennio successivo, poi pubblicato nel 1978 in una lussuosa edizione limitata con pedine di rame laccate in argento, infine diffuso in forma più economica nel 1987 e illustrato nel libro Le jeu de la guerre, che Debord scrisse con la moglie Alice Becker-Ho.

L’ultima tappa della storia di Kriegspiel è affare di questi mesi: il collettivo newyorkese di artisti della programmazione Radical Software Group (Rsg) ha infatti trasformato il gioco di Debord in un war game elettronico, elaborandone una versione Java a cui si può giocare gratuitamente su internet. Un’iniziativa che ha suscitato le ire della vedova Debord, che in barba ai principi situazionisti del copyleft si è lanciata in un’aspra battaglia legale contro il Rsg. Leggi il seguito di questo post »

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aprile 17, 2008 at 9:44 PM

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SS come Sex Scandal (sul caso Mosley)

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Le colpe dei padri non devono ricadere sui figli. Ma a volte i figli ci mettono del loro, come Max Mosley, presidente della Fia – Fédération Internationale de l’Automobile e pezzo grosso della Formula Uno – e dilettante porno-nazi allo sbaraglio mediatico.

Perversione erotica più o meno lecita, sul piano dei costumi e del ruolo istituzionale, che ha assunto la forma della nemesi storica. Il padre di Mosley, infatti, Sir Oswald, è stato il più noto nazista d’Inghilterra. Paese dove, recentemente, è stato “liberalizzato”, tra mille polemiche, il filone, tutto italiano, del porno-nazi. Filone cui Max Mosley sembra volersi rifare. Ma andiamo con ordine.

Un video di cinque ore che documenta l’orgia in stile nazista di Max Mosley, è finito nelle mani del tabloid domenicale londinese News of the World, lasciando a bocca aperta il mondo intero. Mosley e il suo “cast” di cinque prostitute, reclutate al prezzo di 2.500 sterline, hanno ricreato in un appartamento dell’elegante quartiere di Chelsea uno scenario da campo di concentramento nazista. Una “camera di torture” sadomasochistica dove gli amplessi sono accompagnati da umiliazioni, colpi di frusta, truci ispezioni anatomiche e ordini urlati in tedesco – il tutto con stivaloni da SS e divise a strisce che dovrebbero ricordare quelle dei prigionieri di Auschwitz.

La vicenda sarebbe da annoverare tra le private bizzarrie di un anziano miliardario se non fosse che il padre di Max Mosley, Sir Oswald, è stato il più noto filonazista e antisemita britannico: negli anni Trenta fondò la British Union of Fascists, ed era così intimo dello Stato maggiore del Terzo Reich che celebrò le sue nozze in casa di Joseph Goebbels, con Adolf Hitler come ospite d’onore. L’ormai 67enne Max Mosley ha in molte occasioni preso pubblicamente le distanze dalle passioni naziste del padre, e la sua reputazione di buon democratico si è consacrata quando ha difeso dalle aggressioni razziste il pilota nero Lewis Hamilton, ma secondo alcuni il suo festino londinese ha rivelato che i conti con l’eredità paterna sono tutt’altro che risolti. “In pubblico il boss della Formula Uno respinge il malefico passato del padre, ma in segreto fa giochi nazisti in un’orgia da 2.500 sterline”, accusa News of the World, e reazioni ancor più violente sono venute dalla Jewish Defense League e da altre associazioni ebraiche. Leggi il seguito di questo post »

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aprile 11, 2008 at 9:43 PM

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Quando le profezie falliscono

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Ieri sul “Corriere della Sera”, in Terza Pagina, un lungo articolo di Maria Antonietta Calabrò era dedicato alla nuova edizione di un libro che mi capitò di leggere anni fa, il romanzo profetico-apocalittico Il padrone del mondo (Jaca Book), scritto nel 1907 dal quarto figlio dell’arcivescovo di Canterbury, Robert Hugh Benson, appena convertito al cattolicesimo.

Il libro – mi affido ai miei ricordi di lettura – è una sorta di anti-utopia cattolica, la descrizione di un mondo venturo dove l’Umanitarismo trionfa come religione civile, come dottrina morale e sociale che porta all’abolizione delle guerre, alla diffusione dell’eutanasia e all’adozione di un’unica lingua per tutti i popoli della terra. Un trionfo all’apparenza benigno dietro cui si profila la venuta dell’Anticristo; contro di esso un prete solitario scatenerà la battaglia decisiva che segna la fine dei tempi, come annunciato dalle Scritture. Leggi il seguito di questo post »

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aprile 6, 2008 at 9:42 PM

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Baader-Meinhof, una “bande à part”

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Dopo La caduta di Oliver Hirschbiegel, il film sugli ultimi giorni di Adolf Hitler asserragliato nel bunker, lo sceneggiatore e produttore Bernd Eichinger si rivolge a un’altra stagione feroce della storia tedesca.

Gli anni di piombo, la sanguinosa parabola della Rote Armee Fraktion dalle manifestazioni antimilitariste di fine anni Sessanta alla capitolazione nell’ottobre del 1978, quando i capi della formazione terroristica Andreas Baader, Gudrun Ensslin e Jan-Carl Raspe si tolsero la vita (o furono uccisi?) nel carcere di massima sicurezza di Stammheim.

Der Baader-Meinhof Komplex, film ad alto budget che uscirà a ottobre in Germania in corrispondenza con il trentennale dell'”autunno tedesco”, porta la firma di Uli Edel, il regista “adottato” da Hollywood che nel 1981 divenne celebre con Christiana F., Noi i ragazzi dello zoo di Berlino, e annovera nel cast tutte le stelle del cinema tedesco: Moritz Bleibtreu sarà Andreas Baader, Martina Gedeck (Le vite degli altri) impersonerà Ulrike Meinhof. Ci saranno anche i due protagonisti de La caduta, Alexandra Maria Lara e Bruno Ganz, che stavolta si calerà nei panni del leggendario Horst Herold, la “bestia nera” della Raf, capo del Bundeskriminalamt e coordinatore delle indagini sui terroristi, condotte con mezzi informatici che all’epoca sembravano fantascienza. Leggi il seguito di questo post »

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febbraio 18, 2008 at 9:54 PM

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Thomas Mann, il padre del porno-nazi

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Dopo che il British Board of Film Classification ha autorizzato, nel 2006, la diffusione di un gruppo di film tenuti al bando per oltre vent’anni a causa del loro contenuto violento, è riemerso dalle discariche più innominabili della storia del cinema SS Experiment Camp (1976) di Sergio Garrone, noto anche con il pittoresco titolo di Lager Ssadis Kastrat Kommandantur.

È forse il film più rappresentativo di un genere quasi tutto italiano nato nella seconda metà degli anni Settanta, la Nazi-Sexploitation: film sadico-erotici che avevano per fondale i lager femminili, e che mostravano abominevoli torture praticate su prigionere inermi da parte di SS in uniformi lustre e inappuntabili, munite di frustini e accompagnate da cani feroci. Un genere “maledetto” che conta alcune decine di film, a cui si dedicarono per intero due case di produzione, la Fulvia e la S.E.F.I.

Proprio in corrispondenza con la Giornata della Memoria, due quotidiani britannici hanno chiesto di rimettere sotto chiave il film di Garrone: per il Daily Express questa “porcheria” andrebbe rimossa dagli scaffali dei negozi, mentre il Sunday Times invita a “bloccare questo film degradante”. Un gruppo di parlamentari ha chiesto al premier Gordon Brown di rivedere la legge sulla censura, e anche le associazioni ebraiche hanno fatto sentire il loro scontento. Il portavoce di una di esse, il Community Security Trust, ha così riassunto le ragioni della protesta: “All’epoca il film era stato vietato perché rendeva attraente il nazismo e la violenza sessuale, e nessuna delle due cose dovrebbe essere più accettabile oggi”.

Eppure, la mescolanza di erotismo, nazismo e campi di concentramento non è certo un’invenzione di Garrone. Chi esplora il sordido filone della Nazi-Sexploitation, anzi, una volta superato l’istintivo raccapriccio finisce per accorgersi non senza un certo imbarazzo che è come sfogliare l’album di famiglia di una parte tutt’altro che ignobile della cultura europea, che ha contribuito a circondare il nazismo di un alone erotico, a farne la part maudite della cultura occidentale, a foggiare l’immagine delle SS come dandy gelidi e dionisiaci. Leggi il seguito di questo post »

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febbraio 5, 2008 at 9:39 PM

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