Il blog di Guido Vitiello

Archive for the ‘Il Riformista’ Category

Emil M. Cioran e l’amore colto in castagna

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cioranPerché la tomba di Emil M. Cioran, al cimitero di Montparnasse, è ricoperta di castagne? Un indizio: c’è di mezzo una donna. E non è la compagna sepolta insieme a lui, il cui nome – Simone Boué – è inciso sulla lapide appena sotto il suo. C’è di mezzo una donna, e quando parliamo di donne e filosofi è lecito attendersi qualche aneddoto esemplare, di quelli in cui la vita pare pietrificarsi in allegoria: Aristotele cavalcato da Fillide, Talete nel pozzo sbeffeggiato dalla servetta tracia.

Nel nostro caso, la storia ha a che fare con una castagna.

Quando parliamo di donne e filosofi è anche lecito attendersi arie di guerra. Non che i saggi d’Occidente, da Platone in giù, siano tutti misogini impuniti. Alla fin fine la disciplina di cui si professano cultori – la Filosofia – è donna, seppur non delle più seducenti: è la veneranda matrona in là con gli anni che apparve a Boezio nel suo reclusorio, per consolarlo e scacciar via le Muse sgualdrinelle. Ma il meno che si possa dire dei filosofi è che con le allegorie se la cavano meglio che con le donne in carne e ossa. Il Petrarca del Secretum poteva ben discorrere con Agostino sotto gli occhi di una sfolgorante signora, la Verità, e mantenere l’aplomb che si conviene allo stoico cristiano; più difficile gli era serbare il contegno a cospetto delle “belle membra” di Laura. Leggi il seguito di questo post »

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giugno 13, 2010 at 8:06 pm

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“Il meglio (NON è) di Daniele Luttazzi”, il video fantasma

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Un video fantasma si aggira per la rete. Si intitola Il meglio (NON è) di Daniele Luttazzi, un filmato di quaranta minuti che documenta come il comico abbia attinto a piene mani, nei suoi spettacoli teatrali, libri e show televisivi, al repertorio di alcuni grandi nomi della stand-up comedy. Personaggi popolarissimi nel mondo anglosassone ma in Italia ancora sconosciuti ai più, come George Carlin, Bill Hicks, Chris Rock, Eddie Izzard o Robert Schimmel. La video-inchiesta – un montaggio che alterna brani dei monologhi di Luttazzi a spezzoni degli originali britannici e soprattutto americani – è punteggiata da dichiarazioni del comico romagnolo che nel contesto suonano un po’ stridenti. Come questa: «Non mi divertirei a dire battute scritte da un altro».

Dai grandi autori satirici Luttazzi ha attinto alcune centinaia di battute, censite minuziosamente nel blog My Voice, un corposo dossier che si arricchisce ogni giorno con nuove segnalazioni. Non solo: il comico ha preso in prestito anche monologhi di diversi minuti, riproponendoli quasi parola per parola, salvo piccoli adattamenti per il pubblico italiano. Senza mai, però, menzionare la fonte.

A creare il filmato e il blog sono stati dei fan (o ex fan) di Luttazzi, delusi dalla scoperta che molte battute del loro beniamino erano in realtà importazioni da oltreoceano. Ragazzi che hanno conosciuto Carlin, Hicks e gli altri anche grazie all’autore di Satyricon e che ora, si può dire, gli presentano il conto. O almeno gli chiedono chiarimenti. Temono, a ragione, le strumentalizzazioni politiche della loro inchiesta, e non hanno gradito affatto che un articolo apparso sul Giornale usasse pretestuosamente il loro video come appiglio per giustificare “a posteriori” l’editto bulgaro di Berlusconi. Leggi il seguito di questo post »

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giugno 8, 2010 at 8:05 pm

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Non erano solo canzonette. Edoardo Bennato Revisited

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Il guaio di essere à la page è che, quando la storia volta pagina, si finisce schiacciati nei suoi faldoni come fiori secchi. Chi accetta di sottomettersi ai tempi naviga certo con lo Zeitgeist in poppa, ma questo soffio poderoso lo conduce presto o tardi a schiantarsi, a capriccio, contro il primo faraglione. Chi al contrario ricusa il tribunale della storia, acquista il privilegio regale di giudicarla: è il tempo stesso, allora, che s’incarica di sciogliergli i legacci. È il caso di quelle nature limpide, talora persino naïf, che hanno la benemerita sfacciataggine di chiamare le cose con il loro nome a dispetto dei contesti e delle convenienze, delle filosofie imperanti e delle menzogne di corso corrente. Loro capostirpe è il Candido voltaireano, e grazie al cielo il secolo terribile che abbiamo alle spalle ha visto all’opera un buon numero di suoi rampolli; il più noto dei quali è George Orwell, che seppe vedere ragioni e torti nella loro nudità, con l’occhio infallibile del bambino di Andersen, incurante degli abiti ideologici di cui pretendevano di ammantarsi.

C’è chi ha passato al setaccio la storia culturale del nostro paese in cerca di esemplari di questa varietà rara tra scrittori e polemisti; quasi nessuno, però, si è occupato di una specie anomala di maîtres-à-penser: i cantautori. Una famiglia che ha riprodotto, in piccolo, le divisioni e gli schieramenti di campo dei piani nobili della cultura, quando non le fazioni dell’Italia partitocratica. Ebbene, anche il mondo della canzone ha avuto il suo Candido, che risponde al nome di Edoardo Bennato; cui spetta, diremmo volentieri con le parole del suo collega Guccini, “un lauro da genio minore”. Il suo disco più fortunato, Sono solo canzonette, celebra in questi giorni il suo trentennale, ma dal marzo del 1980 a oggi non ne è caduto uno iota, c’è ben poco che la storia successiva ne abbia appannato. Leggi il seguito di questo post »

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marzo 7, 2010 at 8:00 pm

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“Il fine settimana” di Bernhard Schlink, ovvero: “Compagni di scuola” ai tempi della Raf

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Quando un tedesco cerca rifugio dagli orrori della storia, specie se attraversandoli vi si è imbrattato un poco le mani, trova dinanzi a sé due vie: se è un filosofo, si costruirà una baita nella Foresta Nera; se è un non filosofo, s’incamminerà per l’aperta campagna.

Qui cadrà preda di miraggi e idillii nostalgici, fantasie assolutorie, vagheggiamenti kitsch: s’immaginerà – come ben sanno i cultori di Edgar Reitz – che ad accoglierlo ci sia la Heimat, la terra madre eternamente vergine e innocente, soggetta solo ai cicli delle stagioni, lontana dalla rombante Vaterland che chiama i soldati alla battaglia.

Può capitare però che, ritirandosi tra i campi in cerca di pace, sia costretto suo malgrado a fare i conti con il passato; come accade nel romanzo di Bernhard Schlink appena uscito in Italia, Il fine settimana (Garzanti, 206 pagine, 16,60 euro), dove la scampagnata è quella di un gruppo di amici ex militanti o simpatizzanti della Rote Armee Fraktion – la formazione terroristica di estrema sinistra che mise a ferro e fuoco la Germania federale negli anni Settanta – che si riuniscono per tre giorni intorno a un compagno appena scarcerato a seguito di un provvedimento di clemenza.

Bernhard Schlink, giurista e scrittore, non è nuovo a questi esercizi letterari con la materia prima della storia tedesca, specie la più intrattabile e dolorosa. A voce alta, il romanzo che quindici anni fa lo rese celebre anche fuori dalla Germania (e che di recente Stephen Daldry ha portato sul grande schermo con il titolo di The Reader), ripercorre l’altalenante amore tra un adolescente e una ex SS di più di trent’anni, sullo sfondo dei processi di Francoforte contro i funzionari di Auschwitz; La nostalgia del ritorno ha di scena un bambino alle prese con il manoscritto di un soldato reduce dal fronte russo; ma anche nei libri della saga poliziesca del detective Gerhard Selb, come I conti del passato (scritto con Walter Popp) o L’inganno di Selb, i misteri da indagare riguardano immancabilmente la persistenza occulta di vicende trascorse, e rimosse. Leggi il seguito di questo post »

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febbraio 11, 2010 at 7:58 pm

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La banalità del male e il male della banalità

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Terribile è la banalità del male, ma guardiamoci un poco anche dal male della banalità; da quella retorica della memoria, spesso di ascendenze nobili, che si è impadronita del discorso pubblico su Auschwitz, e che si rianima a ogni 27 gennaio. Nulla di strano: come ogni letteratura che abbia conosciuto una rigogliosa fioritura, anche quella cresciuta intorno alla Shoah ha visto sbocciare i suoi topoi, che l’uso insistito ha convertito nel migliore dei casi in ostinati luoghi comuni, nel peggiore in dogmi arcigni e inespugnabili.

È un formulario liturgico fatto di espressioni come “dire l’indicibile” o “immaginare l’inimmaginabile”, e d’altre ancora dove l’ossimoro, il paradosso, l’iperbole – figure che andrebbero spese con parsimonia, già che tendono le corde del linguaggio all’estremo – sono diventate routine. Come pure risuonano a vuoto, incontrando ormai orecchie ovattate, i “per non dimenticare” e i “mai più”, accompagnati dall’immancabile monito di Santayana sul passato che, se lo dimentichiamo, siamo condannati a ripetere.

Non tutto in queste formule è da rigettare, per carità. Nei luoghi comuni si raccoglie una parte di verità, come nelle piazze delle grandi città: se molti vi transitano, non è certo perché abbiano tutti smarrito la direzione. Ma riscuotere le commemorazioni dalla loro torpida ritualità – purché non lo si faccia con il malanimo e i sinistri sottintesi politici dei provocatori alla Norman Finkelstein – è operazione sempre benemerita. Leggi il seguito di questo post »

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gennaio 27, 2010 at 7:52 pm

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Saul Friedländer, lo spaesamento come metodo

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Saul Friedländer non si sente a casa in nessun luogo. Da anni ormai è cittadino americano, ma è stato a lungo, ed è tuttora, anche israeliano. Ormai vicino agli ottant’anni, sente nostalgia dell’Europa. Il francese è la sua lingua madre, ma è nato a Praga da ebrei assimilati, permeati dalla lingua e dalla cultura tedesca, che allo scoppio della guerra si rifugiarono in Francia e lo affidarono alle cure di un convitto cattolico per metterlo in salvo, prima di finire deportati nei lager. Ha insegnato a Ginevra, poi per molti anni a Tel Aviv e a Los Angeles. La biografia di quello che è probabilmente il massimo storico vivente dell’Olocausto attraversa continenti, lingue, culture, stagioni. Eppure, lungi dal rifugiarsi nello stereotipo – a volte un po’ civettuolo – dell’ebreo errante, Friedländer ha fatto del suo spaesamento un metodo, e di questo carattere apolide il suo punto di forza come studioso. Aggressore e vittima, appena pubblicato da Laterza (156 pagine, 15 euro), è un plaidoyer per una “storia integrata dell’Olocausto”, una storia cioè che sappia tener conto di tutti gli attori coinvolti in quella serie terribile di eventi, come pure dei loro punti di vista e delle loro mentalità. Ed è anche l’occasione per dare una sbirciatina nel capanno degli attrezzi di un grande storico.

“Ho cercato di tracciare una raffigurazione complessiva che includesse tutte le parti: i tedeschi, l’ambiente europeo e le stesse vittime, le comunità ebraiche e gli individui ebrei”, spiega Friedländer in una lunga conversazione con storici e giornalisti, che occupa la terza e più interessante parte di Aggressore e vittima. Il titolo dell’edizione italiana echeggia quello che vent’anni prima un altro grande storico dell’Olocausto scomparso in anni recenti, Raul Hilberg, aveva scelto per una delle sue opere: Carnefici, vittime, spettatori. A Hilberg, l’autore del fondamentale La distruzione degli ebrei d’Europa, Friedländer riconosce immensi meriti, ma gli rimprovera un’attenzione eccessiva al meccanismo burocratico-amministrativo della Soluzione finale che finisce per eclissare le vite e le storie delle vittime. Al contrario, Friedländer ha scelto di raccontare la storia dell’Olocausto attingendo anche a tutte quelle fonti che Hilberg relegava in secondo piano: la sconfinata mole di diari, testimonianze e memoriali. Il risultato è il monumentale dittico La Germania nazista e gli ebrei, frutto di decenni di lavoro. Leggi il seguito di questo post »

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gennaio 14, 2010 at 7:51 pm

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Río Quibú: la Cuba cannibale ha la Castro-enterite

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Amare, ironiche, perfino umoristiche – se ci armiamo del necessario “sentimento del contrario” – sono le vicissitudini della figura del caudillo, il governante populista, nella letteratura latinoamericana.

Mario Benedetti, il grande scrittore uruguaiano morto appena qualche mese fa, dedicò il saggio El recurso del supremo patriarca – curioso titolo “patchwork” – a tre romanzi di metà anni Settanta: Il ricorso del metodo del cubano Alejo Carpentier; Io il supremo del paraguaiano Augusto Rua Bastos; L’autunno del patriarca del colombiano Gabriel García Márquez. Tutti e tre i libri ruotavano attorno al massiccio imponente e tenebroso del caudillo archetipico, delineandone i contorni quel poco che bastava perché il lettore avvertito potesse riconoscervi, a piacimento, l’uno o l’altro tiranno locale.

Ma l’umorismo vuole che ad accomunare i tre autori, come pure il loro illustre recensore, fosse anche qualcosa di meno nobile: tutti infatti erano pronti a fare un’eccezione per difendere a spada tratta la dittatura di un caudillo caraibico, tale Fidel Castro. L’unico superstite, García Márquez, seguita a farlo ancor oggi: e proprio il mese scorso glielo ha rinfacciato, dalle pagine del prestigioso Letras Libres, il messicano Enrique Krauze.

Ronaldo Menéndez, esule cubano a Madrid di neppure quarant’anni, non è certo Carpentier o García Márquez, ma quanto meno il suo Río Quibú non soffre di questa maligna o astuta schizofrenia. Su tutto il romanzo – da poco pubblicato in Italia da Fazi (160 pagine, 16,50 euro) – aleggia lo spettro di un non meglio precisato Generale. E anche se Fidel Castro, a differenza del suo pupillo Hugo Chávez, non proviene dai ranghi delle Forze armate, sappiamo benissimo che è lui l’innominato di cui si parla: “Questa è un’isola strangolata e con la lingua di fuori, qui non c’è futuro nemmeno quando muore il Generale”. Leggi il seguito di questo post »

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novembre 19, 2009 at 7:44 pm

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