Guido Vitiello

Archive for the ‘Il Riformista’ Category

Velo dopo velo, Roberto Calasso e i libri-cipolla

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L’Onnipotente è un accanito fumeur de Havanes, e a ogni boccata lancia densi sbuffi che stendono sui mortali una coltre di nubi grigionere: così, se non altro, è apparso in visione a Serge Gainsbourg, mistico occasionale a duetto con Catherine Deneuve. Ai sigari di quel barbuto patriarca assiso sul suo trono, che è difficile non figurarsi in tenuta verdeoliva, lo scanzonato chansonnier rispondeva sospingendo all’insù, verso i cieli, le volute azzurrine delle sue Gitanes senza filtro. Che cos’era, quello rispedito da Gainsbourg al suo Creatore? Il fumo solenne di una libagione sacrificale in piccola scala? Il fumo erratico e indolente del dandy o dell’esteta, il fumo sottile della speculazione intellettuale, elogiato dal tardo sofista Frontone? O quello obnubilante e ingannatore del venditore, appunto, di fumo? Leggi il seguito di questo post »

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dicembre 28, 2008 at 1:41 PM

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De Martino, l’Occidente e la “terra del rimorso”

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Ben prima che il saggista francese Pascal Bruckner parlasse del «singhiozzo dell’uomo bianco » e del masochismo degli europei, desiderosi di addossarsi il “fardello” di tutte le colpe del mondo, ci aveva pensato Ernesto de Martino a metterci in guardia sugli eccessi dell’autofustigazione culturale. E già, perché l’Occidente non è tanto la “terra del tramonto”, dell’occasus, come vanno ripetendo da decenni le prefiche heideggeriane e spengleriane a suon di etimologie civettuole. È piuttosto la “terra del rimorso”, il luogo di una contrizione e di una flagellazione interminabili. Certo, quando il grande antropologo nato cent’anni fa coniò quest’espressione, nel suo studio sul tarantolismo pugliese, si riferiva a uno scenario ben più ridotto: al Salento, alla Puglia, tutt’al più al Meridione d’Italia. Ma la «terra del cattivo passato che torna e opprime col suo rigurgito », a ben vedere, è una formula appropriata per l’Occidente divorato dalle sue colpe storiche come Prometeo dalla leggendaria aquila. E impegnato in un inesausto «pianto rituale» di espiazione, via via degradato a piagnisteo. Leggi il seguito di questo post »

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novembre 30, 2008 at 2:32 PM

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Il Muro è caduto anche per Dracula

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Anche per Dracula è arrivato il 1989, persino per la sua stirpe assetata di sangue è scoccata l’alba melanconica o augurale della fine delle ideologie. Ma l’aurora, si sa, può esser letale per questi misantropi abitatori della notte, che con ogni mezzo ne rifuggono la luce. E così, a farla breve, i vampiri hanno perso i canini. Guadagnandone in fascino, come dimostra il successo mondiale – a tratti isterico – del vampiro di Twilight. Ricomparsi sulla scena dopo lunga latenza, ci appaiono oggi irriconoscibili: ammansiti se non proprio “buoni”, mutati in creature delicate e romantiche. Di certo, non fanno più paura a nessuno. Non hanno il ghigno cereo e la chioma corvina di un Bela Lugosi, non esibiscono l’orripilante teschio nudo e gli occhi strabuzzati di un Max Schreck o di un Klaus Kinski. Tenebrosi lo sono ancora, per carità, ma della sottospecie dei “bei tenebrosi”. Hanno i capelli scarmigliati e il fascino efebico di Robert Patterson, il vampiro Edward Cullen di Twilight. Così buono da imporsi delle rispettose restrizioni dietetiche, e da scegliere di cibarsi solo di sangue animale. Hanno il volto penitente dei mostri rabboniti con cui si cimenta a volte la “cacciatrice” Sarah Michelle Gellar di Buffy l’ammazzavampiri, desiderosi di espiare i loro secoli di malefatte. O sono perfino in odore di santità come Angel, protagonista dello spin off della serie tv Buffy tutto incentrato su un succhiasangue redento. Leggi il seguito di questo post »

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novembre 25, 2008 at 2:25 PM

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Metodo Attali, il futuro del sesso

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In un giorno non remoto la nostra specie perverrà all’ermafroditismo universale, che può leggersi anche come regresso all’androginia primordiale. Avremo relazioni multiple, contrattuali e simultanee alla luce del sole, superata l’onta patriarcale delle corna, e anche molte famiglie allo stesso tempo. Sesso e procreazione divorzieranno per sempre: la riproduzione diventerà compito delle macchine, «mentre la clonazione e le cellule staminali permetteranno a genitori- clienti di coltivare organi a volontà per sostituire i più difettosi ».

Tutto questo suona nel migliore dei casi come il finale patafisico di un romanzo di Michel Houellebecq; nel peggiore, come un volantino missionario della setta dei raeliani. E a nessuno dei due, crediamo, affidereste non dico la guida di un’istituzione internazionale, ma nemmeno la presidenza del vostro condominio. Eppure Jacques Attali ha ricoperto incarichi prestigiosi e di grande responsabilità. Il suo nome, qui da noi, è legato a una commissione abortita e a un metodo auspicabile nei rapporti tra governo e opposizione, l’ennesima riformulazione della logica “bipartisan”.

In Francia e nel mondo è legato a imprese di tutt’altra fortuna: presidente di una commissione (questa non abortita) voluta da Sarkozy sul futuro del paese, originario talent scout di Ségolène, consigliere speciale di François Mitterrand e suo “sherpa” al G7, creatore della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, super- consulente di governi e organismi internazionali, animatore di innumerevoli campagne contro la fame nel mondo, economista, saggista, romanziere, drammaturgo, futurologo, persino pianista e direttore d’orchestra. Uno dei parti più recenti di quest’uomo del rinascimento fuori tempo massimo o di questo abilissimo manager di sé stesso è il libro Amori. Storia del rapporto uomo-donna, scritto a quattro mani con Stéphanie Bonvicini, giornalista di viaggi e già biografa di Louis Vuitton, a breve in libreria per Fazi.

Nella cornice di uno strennone natalizio illustrato, il libro di Attali ha una struttura semplice semplice. Si apre come SuperQuark, con un excursus sulla vita sessuale degli animali: la promiscuità della cinciarella, il doppio pene del geco, i duecento amplessi quotidiani della cimice (la metà dei quali omosessuali), fino ad arrivare al bonobo, in tutto uguale all’uomo se non che lo fa sei volte al giorno. E si finisce con lo scenario poliorgiastico a geometria variabile di cui accennavamo.

Nel mezzo si snoda un interminabile sussidiario scolastico illustrato sull’amore nel mondo, dove tra la foto di due mosconi che copulano e un papiro egizio, tra un’Estasi di Santa Teresa e un indigeno in gonnellino, tra L’origine du monde di Courbet e un fotogramma di Grace Kelly, si ripercorrono le vicende dei rapporti tra donne e uomini nei secoli.

Su un canovaccio simile – e con molte illustrazioni in comune – quasi quarant’anni fa il filologo neo-cataro René Nelli aveva scritto un’opera straordinaria e dimenticata, Erotique et civilisations, con intuizioni originalissime e fulminanti. Al contrario, la chiave di lettura di Attali è arcinota, è il ritornello che da Celso a Fourier alla sinistra freudiana di un Reich o di un Brown non ci si stanca di salmodiare: quello secondo cui il Cristianesimo, con la sua follia monogamica e sessuofobica, avrebbe immesso nella storia umana un’innaturale forzatura, una perniciosa deviazione dal retto corso degli istinti, a cui porre rimedio.

Degli “scenari” delineati dal futurologo Attali, poi, il meglio che si può dire è che suonano un po’ stantii, e sono gli stessi che Nelli delineava nel 1972: declino della fedeltà, confusione dei sessi, separazione del piacere dalla riproduzione. A quanto pare, la sua sfera di cristallo è uno specchietto retrovisore. E già, perché il grosso di queste «evoluzioni ancora oggi impensabili» non solo è stato già pensato e ripensato, ma si è anche tradotto nella realtà.

Il «matrimonio contrattualmente provvisorio » è un dato di fatto, così come il “poliamore” o al limite la “polifamiglia”. Son cose che molti praticano, anche se non sempre sta bene confessarle o vantarsene. E il netloving di cui parla Attali – «uomini e donne potranno avere relazioni sentimentali e/o sessuali simultanee, trasparenti e contrattuali con più persone che avranno a loro volta partner multipli» – è la scoperta dell’acqua calda, che anzi si è fatta tiepidina visto che la si continua a scoperchiare da mezzo secolo.

Nei Bouphonia greci si imbottivano di paglia animali già morti, così da sacrificarli l’ennesima volta. È lo stanco gesto dei dissacratori di professione, dal tempo dei surrealisti a quello dei pornografi: esercitarsi ad abbattere tabù che non esistono più. E magari immaginare, come Attali, che davanti a queste evoluzioni impensabili «le Chiese e le forze conservatrici si coalizzeranno per ritardarle e vietarle, soprattutto alle donne», e che questo porterà alla formazione di governi autoritari, i quali «cominciano spesso col reprimere l’amore».

Ma ovviamente, come prevede il fumettone, «alla fine la libertà individuale prevarrà ancora una volta». E magari tra cinquecento anni scopriremo – guarda un po’ – che si può accoppiarsi senza procreare. In quel gran giorno futuro torneremo a parlare di “metodo Attali”, in onore del profeta dei tempi nuovi. Ma sarà un metodo anticoncezionale.

Articolo uscito sul Riformista il 23 novembre 2008

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novembre 23, 2008 at 2:18 PM

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Nella camera chiusa, Sancta Sanctorum del giallo

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Nell’ampio salone ristorante di un albergo londinese, dove una lampada velata di rosso faceva balenare tra i commensali i tetri bagliori delle armature e delle insegne araldiche, il dottor Gideon Fell, con la quieta autorità di un barone feudale, si schiarì la voce e attaccò: “Ora terrò una conferenza sulla meccanica generale e lo sviluppo di quella situazione che nella narrativa poliziesca è nota come ‘la stanza ermeticamente sigillata’”.

Così, in Le tre bare (1935), il grande giallista americano John Dickson Carr apriva il più lungo excursus teorico che abbia mai trovato spazio tra le pagine di un romanzo poliziesco. Il Dr. Fell, corpulento e burbero detective modellato sulle fattezze di Gilbert K. Chesterton, si dilungava per pagine e pagine sui modi in cui è possibile spiegare la morte di un uomo in una camera chiusa dall’interno, a cui non c’è in apparenza alcuna via d’accesso.

I casi son molti: non è un assassinio, ma un precipitare di circostanze fortuite che culminano in un incidente che ha tutta l’aria di un delitto; è un suicidio che vien fatto passare per omicidio, o un suicidio indotto per suggestione; è all’opera nella stanza un qualche congegno meccanico, o ancora si tratta di un gioco di travestimenti, di illusioni ottiche, di raccordi ingannevoli tra i tempi della morte e quelli del ritrovamento del cadavere; e così via. Leggi il seguito di questo post »

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agosto 5, 2008 at 2:58 PM

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Catabasi, anastasi, donne gaudenti e pollastri penitenti

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Lo schema è lo stesso, a Pietroburgo come a Parigi o a Los Angeles: peccato originale, discesa agli inferi, redenzione finale per tramite di una figura femminile dalla forte aura mariana.

È l’itinerario di Raskolnikov l’assassino, illuminato dalla grazia di Sonja, che lo seguirà in Siberia; è quello di Michel il borsaiolo, che si riscatta dinanzi al volto angelico di Jeanne, in Pickpocket di Robert Bresson; è infine quello di Julian Kaye (Richard Gere) in American Gigolò di Paul Schrader, infernale omaggio a Bresson e a Dostoevskij: uno “squillo” d’alto bordo di Beverly Hills che in ultimo vede la luce nel volto della sola donna che lo ha amato, Michelle.

Capita a volte, però, che il ciclo di morte e rinascita si inceppi a metà, che la redenzione tardi ad arrivare e la sua emissaria di turno si mostri svogliata o elusiva. È il caso di questo romanzo-confessione autobiografico di David Henry Sterry, Un pollastro a Hollywood, che Adelphi traduce ad alcuni anni dalla pubblicazione originaria. Anche qui la nota inaugurale è una sorta di peccato originale: diciassettenne sbarcato nella città del cinema a metà degli anni settanta, Sterry si ritrova in un cassonetto dopo esser stato narcotizzato e sodomizzato da uno stallone nero. Leggi il seguito di questo post »

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luglio 15, 2008 at 2:57 PM

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La Calliope incallita di Erri De Luca

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“E non disse. | E disse”. Basterebbero queste cinque parole d’esordio, sospese tra la solennità stentorea di un’antica cosmogonia e un’insipidezza da terza o quarta acqua del caffè ermetico-simbolista, per compendiare L’ospite incallito, l’ultima raccolta di poesie di Erri De Luca che Einaudi manda in libreria in questi giorni.

Dove ci s’imbatte ad ogni pagina in ungarettismi da terza liceo (“M’innaturo di te quando t’abbraccio”) o, all’occasione, in astratti barbuti furori profetico-veterotestamentari con tanto di testo a fronte perché l’autore, si sa, mastica l’ebraico biblico (“Ir haddammím, città dei sangui, ad matài? | Fino a quando?”). La città dei sangui in questione è Gerusalemme, per De Luca “tale e quale a Napoli”, e non per caso l’altra lingua esoterica che s’insinua goffamente nella trama dei versi è il napoletano, anch’esso in traduzione simultanea (“Le voci, ‘e vvoce, pure tra le campane a festa | salivano scendevano, saglievano scennevano”).

La Gerusalemme di De Luca, dove “ogni uccello è un pappagallo di angeli” e “il cane abbaia alla luna ferma sopra le valli di Aialòn”, è tra i luoghi più incredibilmente kitsch mai delineati da penna poetica: “Qui si può andare scalzi, la suola te l’impresta la storia”. E bene avrebbe fatto, De Luca, a valersi dei servigi della gran calzolaia, perché a furia di girovagare a piedi nudi tra terre sante e dissacrate, tra i lacrimogeni dei celerini e i cecchini di Sarajevo, va a finire che l’ospite s’incallisce davvero, e la sua Calliope ha bisogno urgente delle cure di un podologo. Leggi il seguito di questo post »

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luglio 10, 2008 at 2:54 PM

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Il Malevolo: Jonathan Littell “Unbound”

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A Jonathan Littell, quarantunenne autore delle Benevole, il romanzo-confessione di un genocida nazista tradotto ormai in 27 lingue, i simbolici dieci euro messi in palio dal Prix Goncourt non sono ancora arrivati.

Certo, lui non si è presentato alla premiazione nel novembre del 2006, perché i premi letterari sono tutti “grotteschi e ridicoli”. Ha chiesto che gli spedissero l’assegno, “ma fino a oggi non l’ho ancora ricevuto”.

È un Littell straripante e cattivissimo quello a colloquio – meglio sarebbe dire a duello – con André Müller sulla Frankfurter Rundschau del 24 giugno, in una delle interviste più lunghe mai concesse dallo schivo romanziere franco-americano. Müller, giornalista austriaco che ha incontrato tutti i giganti della cultura di lingua tedesca, è riuscito a stanare l’autore delle Benevole con una captatio benevolentiae, ricordandogli che, prima di lui, aveva intervistato Elias Canetti – che Littell adora – ed Ernst Jünger, che ha pure una “particina” nel romanzo.

Ma Littell si fa comunque desiderare, ed esibisce una quasi infantile oscillazione tra la voglia d’esser lasciato in pace e la smania d’esser corteggiato. Pretende i dieci euro del Goncourt, ma se mai lo candidassero al Nobel la cosa non lo interesserebbe, perché, assicura, “ho già abbastanza soldi”. Per difendersi dai fastidi della fama ha annunciato che adotterà una “soluzione finale”, scelta di parole un po’ infelice per chi ha dedicato un romanzo di mille pagine alla Endlösung nazista. Ma non è un eremita come Pynchon; semplicemente, non vuole seccature: “Chi s’interessa a uno scrittore perché ama il suo libro è come uno che s’interessa alle anatre perché gli piace il foie gras“. Leggi il seguito di questo post »

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luglio 1, 2008 at 9:48 PM

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Il Sessantotto visto da Qohelet

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Il maggio parigino è stato uno psicodramma, una mascherata, una “caricatura della commedia rivoluzionaria”. Lo scriveva Raymond Aron ne La Révolution introuvable, un libello pubblicato nel 1968 da Fayard, per lungo tempo dimenticato e “introvabile” quanto e più del suo titolo, che l’editore Rubbettino porta ora in Italia.

Nel grande carnevale, notava ancora Aron, ciascuno si era scelto una maschera: “Io ho recitato la parte di Tocqueville, cosa certo un po’ ridicola, ma altri hanno impersonato Saint-Just, Robespierre o Lenin, il che a conti fatti era ancora più ridicolo”.

Piotr Rawicz, scrittore ebreo-ucraino sopravvissuto ad Auschwitz, scelse per sé una parte più impegnativa: quella del coro tragico, o meglio ancora del moralista veterotestamentario, una sorta di incrocio tra l’Ecclesiaste e Giobbe, tra il disamorato osservatore dei cicli della storia e il ribelle metafisico che mette Dio con le spalle al muro per imputargli il crimine di aver abbandonato il mondo.

Solo l’Ecclesiaste, per Rawicz come per il suo amico e ammiratore Emil Cioran, offriva la chiave per decifrare gli eventi del maggio, per smascherare “il carattere ciclico di tutte queste kermesse della storia. Come il ciclo mestruale delle donne”. Al punto che “Il Sessantotto visto da Qohelet” sarebbe un buon sottotitolo per Bloc-notes d’un contre-révolutionnaire, il taccuino che Rawicz compose nei giorni delle barricate e che Gallimard pubblicò nel maggio dell’anno dopo, composto di annotazioni, aforismi, dialoghetti filosofici, scorci fulminanti sul mondo letterario e accademico. Leggi il seguito di questo post »

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giugno 4, 2008 at 9:46 PM

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Kriegspiel, il war game di Guy Debord

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“I giochi di guerra sono la continuazione della politica con altri mezzi”. Questa piccola correzione alla massima del generale Carl von Clausewitz non la dobbiamo ai programmatori di America’s Army, il war game elettronico commissionato e diffuso nel 2002 dal governo statunitense per reclutare nuove leve, ma a una fonte decisamente insospettabile: il situazionista Guy Debord, autore della Società dello spettacolo (1967).

Negli stessi anni in cui componeva l’incendiario e profetico libro-manifesto destinato a infiammare il maggio parigino, Debord lavorava minuziosamente a un progetto in apparenza minore, persuaso tuttavia – lo confessa in Panegirico – che si trattasse della sola sua opera a cui i posteri avrebbero tributato qualche onore: il gioco da tavolo di strategia militare Kriegspiel, ispirato all’omonimo gioco che il luogotenente von Reisswitz creò nel 1824 per addestrare gli ufficiali dell’esercito prussiano.

Kriegspiel, in tedesco “gioco di guerra”, ha avuto una gestazione quarantennale: concepito da Debord già negli anni cinquanta (al tempo in cui il cineasta francese Albert Lamorisse ideava il popolarissimo Risiko), fu sviluppato nel decennio successivo, poi pubblicato nel 1978 in una lussuosa edizione limitata con pedine di rame laccate in argento, infine diffuso in forma più economica nel 1987 e illustrato nel libro Le jeu de la guerre, che Debord scrisse con la moglie Alice Becker-Ho.

L’ultima tappa della storia di Kriegspiel è affare di questi mesi: il collettivo newyorkese di artisti della programmazione Radical Software Group (Rsg) ha infatti trasformato il gioco di Debord in un war game elettronico, elaborandone una versione Java a cui si può giocare gratuitamente su internet. Un’iniziativa che ha suscitato le ire della vedova Debord, che in barba ai principi situazionisti del copyleft si è lanciata in un’aspra battaglia legale contro il Rsg. Leggi il seguito di questo post »

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aprile 17, 2008 at 9:44 PM

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