Guido Vitiello

Archive for the ‘La Lettura’ Category

L’Imu? No, tassiamo le citazioni facili

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FlipperRipianare il debito pubblico sarebbe una sciocchezza, se solo ci decidessimo a prendere alcuni provvedimenti dolorosi ma risolutivi: una tassa sui luoghi comuni e sulle frasi fatte, per esempio, e ancor prima una tassa sulle citazioni abusate. Cinquanta centesimi ogni volta che ci si azzarda a riproporre il monito di Bertolt Brecht, «Sventurato il paese che ha bisogno di eroi». Almeno un euro per gli usi illeciti del motto filosofico di Ludwig Wittgenstein, «Su ciò di cui non si può parlare si deve tacere». Cinque euro per il George Santayana di «Chi non ricorda il passato è condannato a ripeterlo». Una gabella molto più onerosa per guadagnarsi il diritto a ripetere impunemente il tormentone del Gattopardo, «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi». La confisca dei beni (e una quarantina di scudisciate sulla pubblica piazza, già che ci siamo) per chi ha ancora il coraggio o l’impudenza di annunciare, con Goya, che «Il sonno della ragione genera mostri».

Pensateci bene, un meccanismo di tassazione di questo genere non solo risanerebbe in tempi rapidissimi i conti dello Stato, ma porterebbe sicuri benefici anche in quel piccolo sistema valutario che è il dibattito pubblico e giornalistico, dove le parole sono monete e il citazionismo compulsivo innesca spaventosi fenomeni inflattivi. A furia di ripetizioni, quanto vale ormai sul mercato delle idee uno dei preziosissimi aforismi di Ennio Flaiano, o di Leo Longanesi? Non molto più di un marco nella Germania di Weimar, quando un chilo di banconote non bastava a comprare un chilo di pane. Continua a leggere su La Lettura.

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febbraio 16, 2013 at 1:10 pm

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La dittatura del carino

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BeethovenPuoi fare il giro più largo, perderti per ore tra scaffali e biblioteche, ma alla fine la risposta che cercavi ti attende sempre lì, nelle strisce di Charlie Brown. La scena è questa: Schroeder, il biondino con il culto di Beethoven, è chino sul suo pianoforte a coda giocattolo; Lucy, la tirannica sorella maggiore di Linus che lo corteggia senza dargli pace, è appollaiata all’altro capo del piano, e legge una descrizione del compositore da ragazzo: spalle larghe, collo corto, testa grossa, naso carnoso… «Ha l’aria carina», commenta. Schroeder lancia uno di quegli urli cubitali che nei fumetti di Schulz mandano i bambini a gambe all’aria: «Beethoven non era carino!».

Saranno pure Peanuts, o noccioline, insomma le nugae dei latini; eppure ecco messo in scena, in forma di battibecco galante, il grande conflitto estetico del nostro tempo. Continua a leggere su La Lettura.

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gennaio 20, 2013 at 10:42 am

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Prima dell’incipit. Sull’arte dell’epigrafe

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deselby«I libri si continuano l’un l’altro, a dispetto della nostra abitudine di giudicarli separatamente», osservò Virginia Woolf in Una stanza tutta per sé. Sarebbe l’epigrafe perfetta per un libro sulle epigrafi, e infatti Rosemary Ahern, editor e agente letteraria americana, ha voluto metterla in testa a The Art of the Epigraph. How Great Books Begin (Atria Books). Un’antologia ordinata per temi e tipologie — la vita, l’amore, la follia, avvertimenti e lamentazioni, l’epigrafe esistenziale — che pesca capricciosamente tra le citazioni inaugurali di sette secoli di storia della letteratura. Sempre che abbia senso, in questo caso, parlare di storia: altra epigrafe adeguata sarebbe la frase di T.S. Eliot secondo cui tutta la letteratura, da Omero in poi, vive in un ordine simultaneo.

Si può pensare alla letteratura come a un salone affollato e risonante dove i libri conversano tra di loro, e mille bisbigli si rincorrono da un angolo all’altro echeggiandosi all’infinito. L’epigrafe è il biglietto da visita con cui un autore chiede di ammettere il proprio libro al salone, il gesto di cortesia con cui presenta il suo debuttante al gran ballo omaggiando gli ospiti arrivati prima di lui. Continua a leggere su La Lettura.

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gennaio 16, 2013 at 1:12 pm

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Le confessioni secolarizzate

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Confessional_CrespiLa confessione è un genere letterario? Sì, ma lo diventa solo al termine di una lunga secolarizzazione. Tutto comincia, a sentire María Zambrano, con Giobbe, il giusto che lamenta le sue sventure in prima persona. Dall’erosione di quell’antico ghiacciaio biblico la confessione, con Sant’Agostino, prende corso e figura di fiume e scorre, allontanandosi via via dalla sua fonte religiosa, fino alle Confessioni di Rousseau, per sfociare infine nei romanzi di Proust o di Joyce. Questa, pressappoco, la linea tracciata nel saggio La confessione come genere letterario. Letterario, ma fino a un certo punto: ogni confessione, dice Zambrano, è parlata anche quando è scritta, aspira a essere parola pronunciata a viva voz. Parola, vorremmo aggiungere, bisbigliata in un ipotetico confessionale dove al di qua della grata siede il lettore-sacerdote, che dispensa indulgenze e assoluzioni.

Molto si è scritto, dai tempi di María Zambrano, sulla laicizzazione della confessione che diventa diario, memoriale, romanzo e da qualche tempo anche un ricco filone editoriale (dalle Confessioni di un sicario dell’economia alle Confessioni di una groupie, passando per decine d’altri titoli). Un po’ meno si è ragionato sulle metamorfosi laiche del confessionale, l’arredo liturgico semplice e ingegnoso che il cardinal Borromeo diffuse nella Milano della Controriforma, con quella lastra di metallo traforata che consente di dire cose terribili senza esser visti, e quei tendaggi che proteggono la penombra di un rituale che non è pubblico ma che non è neppure del tutto privato, e che anzi tra pubblico e privato, tra istituzione e coscienza, consente i commerci più vari. Continua a leggere su La Lettura.

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dicembre 24, 2012 at 1:58 pm

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Più Sciascia, meno Pasolini

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palmavaanordIo non so come Pasolini intendesse il suo «Io so». Ma dietro quella cupa requisitoria, quasi intonata a litania, mi piace immaginare una segreta risata: la risata di chi sta calando in tavola la carta del supremo bluff poetico, la folle millanteria di un barone di Münchhausen che si è afferrato da solo per il codino e si è issato sul tetto del Palazzo per accusarne dall’alto gli inquilini. Io so i nomi dei mandanti delle stragi, annunciava Pasolini in quel suo articolo sul «Corriere della Sera» del novembre 1974. Io so perché sono un intellettuale che restaura la logica dove regnano l’arbitrarietà, la follia e il mistero. Ma non ho le prove, neppure un indizio.

Che vi fosse o meno, in quel temerario impancarsi a giudice, una goccia di goliardia, di certo è evaporata senza residui via via che il suo gesto poetico e civile è diventato prima modello serioso da imitare, poi maniera da scimmiottare, infine posa da ostentare. Dall’«Io so e ho le prove» di Roberto Saviano in Gomorra, passando per l’«Io so» nazional-dietrologico di Walter Veltroni, per l’«Io non so se so» di Antonio Tabucchi e per l’«Io so» in piazza di Sonia Alfano, si è arrivati al capolinea dell’Io so di Antonio Ingroia, titolo del suo libro-intervista sulla presunta trattativa Stato-mafia. Continua a leggere su La Lettura.

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dicembre 17, 2012 at 4:26 pm

Pubblicato su Giustizia, La Lettura, Libri, Politica

Buddha il popperiano

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Nietzsche scoprì la Ruota del Dolore buddhista, la maledizione delle rinascite, gli eterni cicli del samsara, e battezzò tutto questo Gaia Scienza: «Sarei curioso di sapere qual era la sua idea di una Scienza dolorosa», commentava Chesterton. Certo è che di questi tempi la prospettiva di una nuova vita, fosse anche come alce o armadillo, ci appare, se non proprio gaia, neppure così sciagurata. Chi un giorno si interrogherà sulla persistente moda della reincarnazione in Occidente potrà dedurne le cause da alcuni fattori contestuali: un certo benessere materiale, l’allungamento della vita media, una fifa cieca che nasce dalla scarsa dimestichezza con la morte, l’ideologia dilatoria della seconda, terza o quarta possibilità; non ultimo, l’esser cresciuti con i videogame a vite multiple. Le idee nascono e si affermano sempre in un punto determinato della Storia, anche quando paiono trascenderla o negarla. Continua a leggere su La Lettura

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novembre 1, 2012 at 4:25 pm

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Slavoj Žižek spiegato ai bambini

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Quando Jean-François Lyotard pubblicò Il postmoderno spiegato ai bambini, c’era da evocare il vecchio Groucho Marx: «Anche un bambino di quattro anni potrebbe capirlo… Va’ a trovarmi un bambino di quattro anni, perché io non ci capisco niente». Del resto, la familiarità dei piccini con le filastrocche, le ninnenanne e gli scioglilingua li dispone meglio verso certe formule cullanti e incantatorie dei filosofi: chi corre in cerchio al grido di «giro girotondo, casca il mondo» non avrà problemi a farsi dire da nonno Heidegger che il mondo mondeggia e il nulla nulleggia. Ma chissà che non sia questo l’atteggiamento più proficuo e, in fin dei conti, il più sano. Davanti a certi grandi affabulatori verrebbe da esclamare, come le dame di La Bruyère ammaliate da un oratore alla moda: «Delizioso; che cosa ha detto?». Continua a leggere su La Lettura.

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settembre 27, 2012 at 10:48 am

Pubblicato su La Lettura, Libri

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