Utopie letterarie (La Controra, 7)
Sarà il richiamo del campanile, o dategli il nome che volete, ma mi lusinga che Shakespeare nella Tempesta si sia servito proprio di un noble Neapolitan per dar voce a un’utopia dove regnano la pigrizia e la nullafacenza, ancorché ispirata ai cannibali brasiliani di Montaigne. Gonzalo, consigliere del re di Napoli, dichiara che se spettasse a lui di regnare ogni fatica, ogni attività cesserebbe: “No occupation; all men idle, all”; un proclama che Eduardo De Filippo, volgendo in napoletano il dramma di Shakespeare, rese bene con: “Lavoro, niente! Tuttuquante a spasso”. Ma vi ho già messo in guardia dai miraggi della controra, da certe smancerose apologie dell’ozio che sembrano non far conto della Caduta e del cherubino che sbarra la via del ritorno all’Eden. Non lasciamoci abbagliare. Il consigliere Gonzalo dice pure che nel suo regno non ci sarebbe posto per le lettere e i letterati, e su questo aspetto dell’utopia converrà spendere qualche parola in più. Leggi il seguito di questo post »
Apocalittici e cassintegrati

Vite (e copertine) parallele. Guido Morselli raccoglie in una cartellina azzurra le lettere di accompagnamento ai suoi manoscritti e i sistematici rifiuti degli editori. Stanco, tra le altre cose, di questo ostinato diniego, nel 1973 si tira un colpo di pistola. Antonio Moresco cataloga lui pure i rifiuti, e soprattutto le lettere petulanti con cui rimprovera o blandisce i suoi destinatari colpevoli di ignorarlo – editori, critici, scrittori. Ma invece di spararsi (Dio non voglia) le pubblica. La cartellina di Morselli porta sul frontespizio il disegno a matita di un fiasco, simbolo amaro del fallimento. Il faldone di Moresco, approdato a Einaudi nel 2008 con il titolo Lettere a nessuno, ha invece una copertina pacchiana simil Gallimard che è il sogno di ogni parvenu, oltre il quale c’è solo il finire incartati in quei Ferrero Rocher editoriali che sono i Meridiani Mondadori. Va da sé, tra Morselli che si spara e Moresco che per poco non si appella al Tar del Lazio per farsi pubblicare c’è un vasto spettro di possibilità intermedie. Ma questi due estremi descrivono bene l’arco che dagli ultimi bagliori del mito romantico del genio incompreso ha portato alla fase attuale, dove lo spettro del fallimento si affronta per vie più o meno sindacali. Non c’è da stupirsene, visto che la cittadella letteraria ha incorporato negli anni, spesso senza saperlo, tutti i meccanismi con cui si amministra il potere negli altri ambiti – corporativismo, partitocrazia, capitalismo di relazione, ribellismo consociativo, spirito sindacale, terrore del rischio d’impresa. Cosa può fare, dunque, un giovane scrittore che lotta per emergere? Abbandoni le pose alla Jacopo Ortis. La via più semplice è affiliarsi a una delle tante camarille più o meno informali che possono far capo a un venerato maestro, a una venerata rivista o a entrambi, sorta di correnti di partito che funzionano anche come sistemi di mutuo riconoscimento e di mutua adulazione (un po’ come le finte case editrici a pagamento e i finti premi letterari oggetto di tante satire, sennonché i premi cosiddetti veri sono ormai del tutto indistinguibili dai finti). Se è scaltro, potrà anche destreggiarsi tra famiglie rivali o lanciare una sua sigla sindacale, ma è impresa rischiosa che riesce solo ai più gesuitici. Il vantaggio di questa forma di amministrazione partecipata del talento e più ancora del mancato talento (Elémire Zolla la chiamava “congiura degli inetti”) è che disinnesca all’origine la possibilità del fallimento. Certo, la gloria non arriverà, perché quasi mai arriva, circostanza che si può facilmente addebitare alla rapacità del capitalismo editoriale (leggi: socializzare le perdite); ma se dovesse arrivare, il nostro scrittore troverà intorno a sé sodali pronti a giurare che ciò è avvenuto malgrado la rapacità del capitalismo editoriale (leggi: privatizzare i profitti). Il rischio d’impresa letterario è annullato, non si dovrà mai dichiarare bancarotta, e si può andare avanti così: apocalittici e cassintegrati. Leggi il seguito di questo post »
Insidiose sirene (La Controra, 6)
Orazio raccomanda di fuggire le tentazioni della pigrizia, “insidiosa sirena”, e a noi quassù, appollaiati come stiliti su una colonna di carta e d’inchiostro, delle sue ramanzine non giunge neppure l’eco. Ma come potevamo noi poltrire, quando una notizia sgusciata fuori dalla rete a strascico delle cronache è venuta ad arenarsi sui lidi della controra, rotolando proprio davanti ai nostri piedi? Giovedì 7 agosto i sommozzatori hanno ripescato dai fondali di Lampedusa il cadavere di una sirena in decomposizione, ed è stato subito chiaro che il caso ricadeva sotto la nostra giurisdizione; anzi, si può dire che un miraggio mitologico è la sola cosa che da queste parti meriti il nome di notizia. Le sirene appaiono ai naviganti quando fa bonaccia, sotto il sole a picco, tanto che Roger Caillois le mise in testa al suo corteo dei démons du midi e l’epicureo Norman Douglas intitolò Siren Land (1911) il suo quaderno di viaggi nel meridione d’Italia, in cerca di donne-pesce nelle grotte di Capri. L’occasione imponeva di svegliarsi e infilare le pantofole. Leggi il seguito di questo post »
La lotteria della giustizia
Alcuni casi recenti e disparati (il garbuglio dell’Ilva, le nebbie dell’affaire Crocetta, i pasticci nell’applicazione della Severino, il “grande scaricabarile istituzionale” – formula di Oscar Giannino – di qualche vicenda prefettizia, il quarantennale ritardo della giustizia per la strage di Brescia), casi che si aggiungono a una lunga sequela di altri più antichi o meno visibili, sembrano indicare che l’incertezza del diritto è ormai alle nostre spalle, e siamo entrati nel regno onirico e fiabesco della pura aleatorietà. Regno onirico, perché in esso diventa sempre più difficile connettere secondo logica le cause e gli effetti, i delitti e le pene; e regno fiabesco, perché la sottomissione della giustizia ai capricci del caso suscita nobili reminiscenze letterarie, da Rabelais a Borges. Ad aggravare le cose, in Italia, c’è che tutto questo risuona con un modo di pensare e di sentire radicato, e aiuta a radicarlo ancora più a fondo: alludo a un’idea fatalistica della giustizia (e ancor più dell’ingiustizia) assimilata al destino, alla buona o alla cattiva sorte. Ma anche per questo è possibile evocare qualche memoria romanzesca, e cogliere l’occasione per un invito alla lettura, o alla rilettura. Leggi il seguito di questo post »
Prima o poi (La Controra, 5)
E cosa poteva temere Achille, mitologico bullo, da quel cavillatore di Zenone? In un balzo, prima ancora che il sapiente dalla lunga e veneranda barba avesse finito di esporgli il suo paradosso, sarebbe piombato sulla tartaruga e oplà, filosofo, eccoti una bella confutazione pragmatica. Ma immaginiamo che Zenone, per ripicca, avesse giocato l’astuzia contro il rigore: “Posa la lancia, semidio, e impugna questo scacciamosche: vediamo come te la cavi”. Ebbene, c’era poco da suddividere la traiettoria della paletta in intervalli infinitesimali o lambiccarsi il cervello con altre sottigliezze dialettiche: la mosca avrebbe ostentato immobilità eleatica fino a un istante prima dell’impatto, per poi guizzar via sotto il naso dell’eroe in un capriccioso impromptu eracliteo. Achille avrebbe dubitato dei suoi poteri, sarebbe sprofondato in una crisi nera, da piè veloce si sarebbe fatto chiamare mano lenta. Fine ingloriosa di una carriera – e tutto per colpa di una mosca. Leggi il seguito di questo post »
La giustizia italiana sente le voci
La giustizia italiana sente le voci. Trattandosi di una paziente notoriamente schizofrenica, la cosa non stupisce più di tanto. Non alludo solo al sintomo clinico più recente, la frase che il medico Tutino potrebbe aver detto o non detto a Crocetta, e che la Procura di Palermo potrebbe aver intercettato o non intercettato: quello è un caso che lascio a Oliver Sacks. No, il ruolo strabordante delle voci, talora delle allucinazioni uditive, è una patologia cronica dell’amministrazione della giustizia, intendendo con questa formula lo strano rituale sociale che si svolge in molti luoghi (la stampa, la tv, i social network, i bar, i retrobottega delle redazioni, i corridoi pieni di spifferi degli uffici giudiziari) e a volte, se avanza tempo, perfino nei tribunali. Sembra di essere intrappolati nella testa di Schreber, il malato di nervi su cui Freud affinò la sua teoria della paranoia, che non per nulla era presidente della Corte d’Appello di Dresda. E si sente di tutto, in quella cassa di risonanza infernale, echi e rimbombi, sussurri e grida. I bisbigli senza tregua degli intercettati, amplificati e distorti dall’intonarumori dei media; le interminabili e labirintiche affabulazioni dei pentiti, che si ramificano, si affastellano, si combinano, si disseminano; o anche – nel caso più angosciante di tutti, quello di Contrada – le dicerie di pentiti negromanti che riferiscono le voci accusatorie di mafiosi morti. Leggi il seguito di questo post »
Orient express (La Controra, 4)
Uno dei profeti minori della controra è stato Riccardo Pazzaglia, umorista e gentiluomo anglonapoletano, membro cioè di quell’etnia signorile che Beniamino Placido, con una nota di condiscendenza antropologica a un passo dalla stonatura, volle distinguere dai più chiassosi turconapoletani. Alla controra Pazzaglia dedicò appena qualche cenno nel piccolo libro Odore di caffè (Guida), dove tentava di sbrogliare l’enigma di quel “contro” che non appare in nessun’altra delle denominazioni del riposo postprandiale. La sua definizione di controra seguiva la lectio più diffusa, che nel prefisso legge il segno di un’ostilità del clima agli sforzi umani. È l’“ora assolata contraria a ogni attività”, ma da questa costrizione Pazzaglia faceva discendere un precetto positivo, un embrione di filosofia, già che la controra “impone di adottare una pronta difesa passiva. Non si può far niente. Non si ‘deve’ far niente”. Leggi il seguito di questo post »
Usi del crocifisso di Morales (con invito a rileggere Revel)
“A chi ti percuote sulla guancia, porgi anche l’altra” (principio evangelico). “Se qualcuno insulta tua madre, mollagli un pugno” (corollario di Bergoglio). “Se qualcuno ti regala un crocifisso ibridato con la falce e martello, daglielo tre volte in testa: la prima per la sua rieducazione estetica, perché non si rifila a un Papa un soprammobile kitsch di quella fatta; la seconda per il suo bene intellettuale, perché la Teologia della liberazione era anch’essa un soprammobile kitsch nonostante le atrocità dei militari e la nobiltà dei martiri; la terza per il puro piacere di sentire il rintocco della sua zucca vuota” (triplice assioma di Vitiello). Questo s’io fossi Papa; e poiché Papa non sono, neppure ho il genio gesuitico di tornarmene dalla Bolivia con due foto ricordo: una in cui Morales mi appioppa il suo monile, l’altra in cui esco in trionfo da un Burger King. Ma appunto non sono Papa, sono solo un tipo irascibile a cui capita di chiedersi, un po’ incredulo: possibile che nel 2015 stiamo ancora a battagliare sul comunismo e i comunisti? In questo stato d’animo non proprio pacificato ho letto un intervento dello scrittore Cristiano de Majo sulla rivista Studio intitolato Addio popolo. Leggi il seguito di questo post »
Cavalieri inesistenti (La Controra, 3)
Chi vive in una perenne controra, voltando le spalle al sole dell’attualità, può aver l’aria distratta o perfino imbronciata; ma quel che perde in senso del presente lo guadagna in chiaroveggenza retrospettiva. Torno a sfogliare, vent’anni dopo, il famoso Venerdì di Repubblica che aveva in copertina il giudice Borrelli a cavallo. Era l’ottobre del 1993, e il sole di Mani Pulite era allo zenit. Il procuratore capo ritratto in tenuta da cavallerizzo, la maglia verde, i guanti bianchi, una coppola di tweed marrone messa appena di sghimbescio, non poteva che attirarsi le ironie di chiunque avesse ancora una goccia di senno, per il resto largamente migrato sulla Luna. Mauro Mellini, per l’occasione, parafrasò il Curzio Malaparte della Ballata dell’Arcimussolini, intonando: “Spunta il sole e canta il gallo, o Borrelli monta a cavallo”. Sotto il sortilegio dell’ora, chissà, avrei potuto anch’io satireggiare, non su Malaparte ma su Bonaparte, e sullo Spirito del mondo a cavallo che Hegel allucinò a Jena. Ma a rivederlo col senno della controra, quel giudice in sella aveva ben poco di napoleonico, e quel cavallo baio con una stella bianca sulla fronte non aveva un bel nulla di Marengo. Povero giudice, e povero anche il cavallo: due musi lunghi che fissavano a terra. E chi poteva pensare al Napoleone del quadro di David, che tiene alla briglia il destriero rampante indicando il cielo? Piuttosto, il procuratore dalla trista figura su un ronzinante più triste di lui aveva qualcosa di donchisciottesco, e neppure del Quixote ispido e filiforme di Picasso, no, poteva ricordare uno di quei cavalieri illanguiditi, quasi deformati dalla luce serale di Daumier. Ma è un’altra, la formula che meglio illumina quella fotografia: il cavaliere inesistente. Leggi il seguito di questo post »
Sui danni del liceo classico
Le radici comuni dell’Europa non sono né cristiane né pagane, le radici comuni dell’Europa sono nel liceo classico fatto a cazzo di cane. È l’unica conclusione che mi sento di trarre dopo giorni di lettura forsennata dei commenti alla vicenda greca, nei quali Alexis Tsipras è stato paragonato, in ordine sparso: all’astuto Ulisse che naviga nei mari della crisi in cerca di un approdo sicuro, sfuggendo alla Circe europea che trasforma gli stati in porci (i famosi Pigs); a Perseo che decapita l’orrida Gorgone della troika; a Ercole che decapita con più spargimento di sangue l’Idra di Lerna della medesima troika; ad Aiace colto da improvvisa pazzia; a Edipo che non si accorge di essere lui stesso la sciagura di Tebe; a Teseo che deve inventarsi un espediente per condurre la Grecia fuori dal labirinto; ad Achille che anziché vivacchiare preferisce morire giovane nell’eroico assedio referendario; a Giasone che vuole reimpadronirsi del vello d’oro del capitalismo; al tracotante Icaro che perde le ali per aver troppo alzato la posta dei negoziati; a Tantalo punito per aver barato sui conti pubblici, condannato a tendere invano le mani verso gli alberi rigogliosi del credito; ad Apelle figlio di Apollo che fece una palla di pelle di pollo (va bene, questa non c’era, l’ho aggiunta io). C’è poi chi ricorda che Tsipras non è Zeus, al limite un mortale di talento, e soprattutto che non è Re Mida. Per ciascuno di questi dèi, eroi e titani assortiti si trovano, a frugar bene nei giornali italiani ed europei, decine di articoli. Un colossale pride di antichi compulsatori del Rocci e del Montanari, o male che vada di fan dei cartoni animati di Pollon. Leggi il seguito di questo post »
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