Capolavoro in forma di rovina
Difficilmente i sopravvissuti ai campi di concentramento nazisti accolgono con favore i film che cercano di effigiare nella Biblia Pauperum del cinema la loro esperienza. Elie Wiesel detestava la serie televisiva della Nbc Holocaust, Bruno Bettelheim accusava Pasqualino Settebellezze di Lina Wertmüller di trasformare l’Olocausto in farsa, lo scrittore ungherese Imre Kertész trovava falso il melodramma Schindler’s List – ma apprezzava La vita è bella, che con le armi del comico riusciva a comunicare un barlume dell’assurdità e del grottesco dei Lager (per inciso, chissà come sarà Sorstalanság, “Senza destino”, il film che egli stesso ha sceneggiato a partire dal suo capolavoro, e che uscirà a fine gennaio nelle nostre sale).
La stroncatura più celebre, almeno dalle nostre parti, rimane quella di Primo Levi al Portiere di notte di Liliana Cavani, tanto più inappellabile perché espressa con il suo consueto garbo: un film “bello e disonesto”. Dare alla relazione carnefice-vittima una coloritura erotica, farne un oscuro nesso sadomasochistico in cui le parti sono – se non commutabili – complementari, era ai suoi occhi la disonestà suprema.
Qualche giorno fa ho letto un libro di rara bruttezza: Acide sulfurique di Amélie Nothomb, romanzo breve su un reality show che si chiama “Concentration” – un ibrido tra i Lager nazisti e il Panopticon di Bentham. È un libro abborracciato, mal scritto, e a un certo punto compare anche un tal Pietro Livi che dovrebbe essere una specie di “omaggio” a Primo Levi. Al centro del romanzo c’è la relazione tra due donne, la kapò Zdena e la prigioniera Pannonique, la prima attratta sessualmente dalla seconda e in ultimo convertita dalla sua bellezza e umanità, in un finale più disneyano che dostoevskiano. La Bella e la Bestia, insomma. Leggi il seguito di questo post »
La via dell’Inferno e la via di Damasco
Da gennaio, giorno più giorno meno, qui sul guviblog (e su UnPopperUno) si cambia musica. In breve, questa creatura ibrida si trasformerà in un blog normale, con interventi brevi e più frequenti (quasi quotidiani, nelle pie intenzioni di fine anno, di cui è lastricata la via dell’inferno). E’ un po’ come se uno scarafaggio una bella mattina si trovasse trasformato in Gregorio Samsa, e si dovesse vestire di tutto punto per presentarsi al suo lavoro da impiegato.
Certo, la sezione sproloqui rimane in piedi, e avrà come di solito una cadenza all’incirca mensile. Ma accanto, ho pensato di allestire una sezione più tradizionale (sempre che di tradizione si possa parlare, per una “cosa” – il blog – che esiste da qualche anno e che nessuno sa ancora definire in modo convincente).
Le svolte sono sempre rischiose. Da San Paolo sulla via di Damasco a Bob Dylan al Newport Folk Festival del 1965, non sai mai che penseranno di te. Ma spero che i lettori (mia madre, mia sorella e un piccolo gruppo di amici) mi seguiranno nell’impresa. E che mia nonna si compri un portatile per unirsi al gruppo.
Dunque, a prestissimo su questi schermi.
Leggere (o non leggere) Lolita a Gerusalemme
Una postilla a ruota libera su Lolita. Ne La banalità del male, resoconto del processo al supremo burocrate della Soluzione finale, l’SS-Obersturmbannführer Adolf Eichmann, celebrato a Gerusalemme nel 1961, l’inviata speciale del New Yorker Hannah Arendt non si lascia sfuggire un dettaglio curioso, cui dedica un’ampia digressione: “(…) a Gerusalemme il giovane poliziotto incaricato di salvaguardare il suo benessere mentale e psicologico gli dette da leggere Lolita, come svago; dopo due giorni Eichmann gli restituì il libro dicendo con aria indignata: ‘Ma è un libro proprio sgradevole!'”.
Non sapremo mai quante e quali pagine lesse Eichmann, né il punto esatto in cui il suo senso del pudore ebbe un soprassalto tale da spingerlo a chiudere il romanzo di Vladimir Nabokov. Certo è che l’episodio, nella sua banalità, ha accenti da commedia dell’assurdo. C’è qualcosa di perversamente comico nella coscienza di un uomo che nella vita pubblica è in grado di pianificare con scrupolo ed efficienza la deportazione di milioni di ebrei verso i campi di sterminio e poi, nel privato, inorridisce davanti a un romanzo un po’ scabroso e lascivo.
Ma forse non c’è da stupirsi troppo. Se Lolita è la storia di un posseduto dalle Ninfe e della sua mente unificata da un’ossessione esclusiva e vorace, non poteva che suscitare estraneità mista a sdegno (e forse un senso di colpa barlumeggiante, quasi inavvertito) in una delle menti più scisse di cui si abbia memoria; la mente di un uomo per cui ogni azione era scomponibile in fasi, sottofasi e operazioni parziali, senza cura alcuna del suo significato e del suo scopo complessivo; un uomo in cui la forma mentis burocratica era a tal punto ipertrofica da plasmare persino la sua idea di Dio, visto come il superiore gerarchico di una metafisica catena di comando. Leggi il seguito di questo post »
Incontri ravvicinati del Terzo Reich
Come la prendereste se vi dicessi che un Grande Vecchio si è intrufolato nei vostri telefoni cellulari per portare a termine un disegno tenebroso? E se vi rivelassi che questo Grande Vecchio – o Grande Decrepito, visti i suoi 116 anni suonati – è Adolf Hitler in persona, ancora vivo e vegeto in Argentina? E se aggiungessi che in tutta la faccenda c’è lo zampino verdastro degli extraterrestri? E se per giunta vi garantissi che presto il mondo intero sarà retto da un ordine sinarchico planetario battezzato Quarto Reich, sotto l’insegna del Fascismo Ufologico?
Liberissimi di prendermi per paranoico e farvi beffe di me. Ma il giorno in cui stormi di dischi volanti costruiti dai nazisti in combutta con la civiltà extraterrestre di Aldebaran decolleranno dall’Antartide per seminare distruzione e impossessarsi del pianeta, be’, non fate finta di cadere dalle nuvole: ve l’avevo detto. E soprattutto, non venite a piagnucolare davanti alla porta del mio inespugnabile rifugio anti-Ufo: c’è posto solo per me e per la squadra femminile di pallavolo brasiliana (la considero una caparra delle 72 Urì promesse dal Profeta a noialtri martiri).
Detto questo, prendiamola alla larga. Leggi il seguito di questo post »
Cuba, l’audace colpo dei soliti noti
Ci risiamo. In attesa del verdetto della Commissione dei Diritti Umani dell’Onu a Ginevra, duecento intellettuali, artisti e intrattenitori scendono in difesa della Cuba di Fidel Castro e della sua ultraquarantennale dittatura, contro l'”aggressione” degli Stati Uniti che la vorrebbero condannata. A quanto pare il problema di Cuba non è Castro, è Bush. Tralasciamo per un momento l’altra questione capitale, e cioè la credibilità di una Commissione che ha avuto la Libia come presidente e in cui hanno voce in capitolo paesi come il Sudan. E vabbè.
L’appello dei duecento, pubblicato da El País e divulgato con grande clamore dall’organo del regime Granma, dice le solite cose: che a Cuba praticamente non si torce un capello ad anima viva (niente torture né desaparecidos), che si fucila la gente solo per vie legali (un lavoro pulito), e che la Revolución ha portato tante belle conquiste: sanità, istruzione… i famosi logros, le Opere del Quarantennio strombazzate come solo la bonifica delle Paludi Pontine lo fu.
Tra i firmatari, alcuni immancabili amici personali di Castro (Gianni Minà, Frei Betto, Ignacio Ramonet, Marta Harnecker); alcuni antiamericani compulsivi (Danielle Mitterrand, Tariq Ali, Eduardo Galeano, Ernesto Cardenal); un paio di allegri buontemponi (Red Ronnie, Manu Chao); un direttore d’orchestra che collabora da anni con il – come altro chiamarlo? – Minculpop cubano (Claudio Abbado) e una trafila di Nobel. Leggi il seguito di questo post »
“Pensiero unico” e pensiero solitario. Kit di autodifesa per liberali interni
Nella generale sciagura, i liberali d’Italia hanno un magro motivo di consolazione. L’editore Rubbettino ha appena pubblicato un libro del sociologo Raymond Boudon che si intitola Perché gli intellettuali non amano il liberalismo? Non posso che raccomandarvelo caldamente. Quanto a me, ero così certo che il libro non avrebbe mai varcato i patrii confini che – allettato da una lunga anticipazione letta su Commentaire – mi ero affrettato a ordinarne l’edizione francese.
Perciò sarò costretto a tradurvi malamente da lì l’incipit di Boudon: “Considerata la potenza intellettuale del liberalismo, il suo interesse politico, la sua efficacia economica e la sua importanza storica, si è un po’ sconcertati dal fatto che esso sia così poco popolare presso molti intellettuali”. Le ragioni di questa scarsa simpatia sono piuttosto complesse, e le poche pagine di Boudon, scritte con il mirabile ésprit de géométrie che gli è proprio, non riescono certo a sviscerarle del tutto. Ma Boudon non è il primo, né l’unico a essersi posto il problema. Leggi il seguito di questo post »
Un libro blasonato in mani indegne
Avevo ordinato da un antiquario di Reims una copia di Lumière du Graal. Le grand mythe de l’Occident, a cura del grande medievista René Nelli, studioso del cicli graalici e del catarismo; un libro piuttosto importante, pubblicato dai Cahiers du Sud nel 1951. Prezzo più che onesto: 16 euro. Mi aspettavo un vecchio volume gualcito e ingiallito, quel che si chiama anche una “copia di lettura”.
Già che non sono un feticista del libro-oggetto (in cucina e a letto), vedermi recapitare un volume in perfette condizioni, che per di più appartiene a una tiratura numerata di soli quindici esemplari, non mi ha scaldato più di tanto. Assai più bello è stato scoprire sul frontespizio questa dedica:
À Jean Marcenac
en très amical hommage,
René Nelli
25 novembre 1950
Una dedica dello stesso René Nelli, e non a un signor nessuno, ma al poeta Jean Marcenac, amico di Eluard e di Aragon, membro del Pcf e combattente nella resistenza al regime di Vichy.
Non credo che il volume valga di più per questa dedica, e francamente non mi interessa. Certo, se l’antiquario se ne fosse accorto non credo che mi avrebbe fatto quel prezzo irrisorio. Però al di là di tutto mi piace quando riesco a ricostruire la biografia di un vecchio libro, specie se è passato per mani così illustri.
Quello che temo è che il libro si vergogni di stare a casa mia. Insomma, una certa soggezione la incute. E se tentasse la fuga dalla mia libreria, capirei. Mi toccherà trovare un personaggio illustre a cui darlo in affidamento, purché mi permetta di andare a visitarlo di tanto in tanto…
Il lavoro vi farà uomini. Omosessuali e dissidenti nei gulag di Fidel Castro
Per raccontare il regime repressivo di Fidel Castro l’autore narra la storia di Armandito Valdivieso, il protagonista-narratore, che ha trascorso anni terribili per via della spietata persecuzione non solo per gli oppositori al regime, ma anche semplicemente coloro che sono a esso indifferenti, coloro che seguono altre religioni o che hanno gusti sessuali diversi. E proprio agli omosessuali era riservato un trattamento disumano: privati di ogni diritto, costretti a un addestramento militare durissimo al fine di renderli “virili”, imprigionati in celle sporche, sovraffollate e dal calore insopportabile, sottoposti alle più degradanti torture.
“Nelle società comuniste la discriminazione e la persecuzione degli omosessuali furono tanto feroci quanto nella Germania nazista. Fidel Castro, per esempio, creò le Umap, Unità mobili di aiuto alla produzione, ovvero campi di concentramento dove venivano rinchiusi gli omosessuali assieme a criminali e dissidenti politici”. –Mario Vargas Llosa
Il lavoro vi farà uomini. Omosessuali e dissidenti nei gulag di Fidel Castro, Félix Luis Viera, Cargo (collana Biblioteca di Cargo), 2005, 271 pagine. Nel libro, tradotto da Marcella Solinas, c’è una mia Postfazione (pp. 261-271).
Una voce dall’altra riva
“Una voce viene dall’altra riva. Una voce interrompe il dire del già detto”, scrive Emmanuel Lévinas. È la voce del passato che parla al presente, dei morti che si rivolgono ai vivi, dei sommersi che interpellano i salvati.
Ma come rispondere? Come non mancare all’appuntamento? Come non tradire quella voce disarmata, che solo dalla fedeltà dei vivi può trarre forza? Per trovare risposta a questi assilli Alain Finkielkraut sceglie di partire dall’evento che più di ogni altro ha rimesso in gioco le nostre certezze sulla possibilità della memoria, e dunque della trasmissione: Auschwitz, ovvero la sofferenza inspiegabile, il crimine esorbitante e “intoccabile” che fa apparire insignificanti gli altri massacri che abbiamo sotto gli occhi.
Una voce dall’altra riva, Alain Finkielkraut, Ipermedium Libri (collana Società moderna), 2005, 104 pagine. Il mio saggio introduttivo si intitola Filosofia, ninfa gentile (pp. 7-34).
Vieni avanti Critone
C’è un ponte che unisce, scavalcando la sterminata distesa dei secoli, il filosofo Platone (Atene, 428-347 aC), autore del Critone, e il comico Pasquale Zagaria – in arte Lino Banfi (Andria, 1936 dC) – gran mattatore di Vieni avanti cretino? Altroché, se c’è. A esser pignoli ce ne sono tre.
Il primo è piuttosto evidente, e ha a che fare con il mito del Demiurgo narrato nel Timeo, o Della natura, dialogo di argomento cosmologico che Platone compose in tarda età. Quando il Demiurgo creò l’universo, racconta Timeo, lo dispose entro due circoli concentrici intersecantisi: l’Equatore e l’Eclittica. Che brutto guaio. Platone non lo dice, ma lo hanno detto in molti prima e dopo di lui: “L’idea più antica e grave è che quei due cerchi incrociati siano il risultato non di un disegno ma di una disgrazia iniziale”, si legge nelle Riflessioni sul Fato dello storico della scienza Giorgio de Santillana. In illo tempore, nella serena e imperturbata Età dell’oro, il Sole e i pianeti si muovevano lungo l’equatore celeste in una danza armoniosa; “poi lo zodiaco si sghembò da una parte, al sole toccò scendere e salire in cielo, si crearono le stagioni”… E il triste mortifero divenire s’impadronì di tutto. Fine della pacchia.
Platone non lo dice, ma lo hanno detto in molti dopo di lui. Uno è Roberto Calasso (chi si rivede!), che su quell'”originario dissesto del mondo” descritto nel Timeo ha fondato la sua ingegnosa teoria del sacrificio, ne La rovina di Kasch. L’altro è per l’appunto Lino Banfi, che così canta nella sigla che accompagna i titoli di testa di Vieni avanti cretino (potete ascoltarla cliccando qui):
Il Padreterno quando fece il mondo
lo disegnò quadrèto, però gli venne tondo Leggi il seguito di questo post »

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