Il blog di Guido Vitiello

Antropologia dell’antimafia. La primavera di Ingroia

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Se il comunismo, come voleva Lenin, è il potere dei soviet più l’elettrificazione, si potrebbe dire che per alcuni la lotta alla mafia è il potere delle procure più l’elettrificazione. Due sono infatti le categorie che adottano quotidianamente l’espressione “caduta di tensione” come parte del loro gergo professionale: gli ingegneri elettrici e i magistrati siciliani. Escludendo che al centro dei loro crucci sia l’insufficiente fornitura energetica degli uffici giudiziari, la luce che salta o le fotocopiatrici che si spengono di colpo, a quale tipo di elettricità alludono? Non sempre è chiaro, e la stessa formula può indicare cose diverse a seconda di chi la pronuncia. Lamentando un calo di tensione nella lotta alla mafia, per esempio, Falcone e Borsellino si riferivano spesso al grado di collaborazione delle istituzioni politiche, all’organizzazione e al coordinamento dell’attività delle procure, al rischio di adagiarsi sui successi ottenuti, tutt’al più a uno stato d’animo generale di scoramento. Quando a usare la stessa espressione sono Giancarlo Caselli, Roberto Scarpinato o Antonio Ingroia c’è un sottile ma decisivo slittamento semantico, e il senso è più vicino a quello che intendeva Eugenio Scalfari quando, nell’agosto del 1988, rimproverava Leonardo Sciascia per aver attaccato, con il suo articolo sui professionisti dell’antimafia, le “strutture che cercavano di mantenere alta la tensione pubblica contro la mafia”; dunque, essenzialmente, il Coordinamento Antimafia palermitano – un comitato di salute pubblica stupido e fanatico, agli occhi di Sciascia – e l’esasperato presenzialismo del sindaco Leoluca Orlando al suo primo mandato.

“Loro sono affezionati alla ‘tensione’, e si preoccupano che non cada”, notava Sciascia in risposta a Scalfari. “Ma le ‘tensioni’ sono appunto destinate a cadere: e specialmente quando obbediscono a giochi di fazione e mirano al conseguimento di un potere”. L’elettricità di cui si chiede approvigionamento ininterrotto perché non cali la tensione è dunque quella generata dai cortei, dalle fiaccolate, dai lenzuoli bianchi, dalle conferenze sulla legalità nelle scuole, nei teatri, nelle palestre. Sciascia paragonava il coordinamento palermitano a quelle folle improvvisate che, nei western, reclamano giustizia sommaria a fronte delle lungaggini della procedura (con la differenza che nei film il buon sceriffo mette freno alle loro intemperanze). Si potrebbe anche dire che un certo modo di amministrare la giustizia ha necessità vitale del calore di una tifoseria, e che la tensione elettrica gli è indispensabile per alimentare quella che potremmo definire, in mancanza di meglio, una giurisdizione parallela. Una giurisdizione i cui strumenti sono le campagne d’informazione più che i codici e le leggi, e i cui fini non richiedono, al limite, neppure la sanzione formale di una condanna. È la giustizia elettrificata dalla corrente dell’indignazione organizzata, che a volte interferisce con la giustizia “unplugged”, a volte la sostituisce, a volte addirittura la intralcia o la preclude.

Ma il bandolo ideale per raccapezzarsi in questo garbuglio di fili elettrici è offerto da un piccolo libro autobiografico di Antonio Ingroia, Palermo, pubblicato a maggio dall’editore Melampo. È una lettura incredibilmente istruttiva, e meriterebbe un’esegesi ravvicinata, pagina per pagina se non parola per parola. Intendiamoci, il libro è di una piattezza mortifiera, e suona a tratti come un tema di terza elementare: “Il piatto che mi piace di più in assoluto è però la pasta con le sarde e nessuno la cucina bene come mia madre Rosa”. Sarà per questo che, pur di non soccombere alla noia del menu di casa Ingroia, si è continuamente tentati di leggere sopra o sotto le righe, dissotterrare significati reconditi, azzardare interpretazioni diagonali. Letto in questa luce, Palermo si rivela un testo fondamentale di antropologia dell’antimafia, ove si intenda antropologia nel senso proprio di studio dei riti, dei costumi e dei simboli di una data cultura: affinché il libro di Ingroia dischiuda i suoi segreti, come vedremo, Il ramo d’oro di Sir James Frazer giova più di tanta letteratura storica o giuridica. Quel che serve, prima di tutto, è prestare orecchio alle metafore. Nelle pagine di Ingroia non mancano quelle di origine elettrotecnica – il calo di tensione, appunto – così come quelle militaresche, consustanzali alla logica della giustizia d’emergenza: se contro la mafia è in corso una guerra, il giudice è “in trincea”, o addirittura “l’ultimo samurai”, il capo di una procura è “il condottiero alla guida del suo piccolo esercito”, gli strumenti legislativi diventano munizioni o proiettili (“il guaio è che non li abbiamo, e ogni tanto ci vengono tolti pure quelli esistenti”), il territorio di competenza – Palermo, in questo caso – la patria da cui scacciare l’invasore (“mi preparavo, senza saperlo, a difenderla dai suoi nemici”). Ma la metafora centrale del libro è un’altra, la stessa che fece la gloria mediatica delle giunte Orlando: la primavera. Anzi, l’alternarsi di fioriture e autunni, un avvicendamento in cui Ingroia scorge un “meccanismo ciclico”, e che gli pare il mistero del capoluogo siciliano: “C’è dunque questa sorta di alternanza lutto-primavera che ha del miracoloso”. È una riformulazione in chiave di cicli naturali della metafora dell’alta e bassa tensione. Qui è la luce del sole, là era la luce elettrica: il tropo di campagna e il tropo di città. Ma la metafora bucolica fa risuonare corde ben più profonde.

Le primavere palermitane, dice Ingroia, sono fioriture sociali, politiche e legislative da cui spicca, buon ultimo, il frutto giudiziario. Anzi, a garantire quella fruttificazione è proprio la riscossa della cittadinanza, la formazione di comitati, assemblee del popolo, moti d’opinione. Non si può non tremare davanti alla frase ellittica che cade a pagina 59 – quasi un fulmine che dalle nubi delle cause prime scenda alla cenere degli effetti remoti: “Gli anni Novanta, la seconda primavera, ebbero un’altra caratteristica in più: la nascita di un movimento assai più ampio che esplose nel modo più clamoroso con l’arresto di Contrada”. Aprile è davvero il mese più crudele: che l’arresto di un uomo segni l’“esplosione” primaverile di una germinazione popolare è nozione così arcaica, persecutoria e sacrificale che possiamo rintracciarne la logica solo nel Ramo d’oro di Frazer (capitolo: “La primavera magica”), o nelle descrizioni di certe immolazioni compiute per i riti di fertilità.

D’altro canto, la visione del mondo che emerge dal libro è ossessionata dal sangue. Palermo “è stata forse più di Milano capitale della moralità e dell’immoralità insieme. E questo per una variabile forte e non secondaria: il sangue”, si legge nelle prime pagine. Il sangue segna la geografia del capoluogo siciliano (“tanti luoghi della città e altrettanti morti ammazzati”), paesaggio tragico che per Ingroia si rivela nel “Trionfo della morte” di Palazzo Abatellis, un dipinto allegorico quattrocentesco. È il sangue ad aver impregnato il terreno su cui sbocciò la primavera degli anni Ottanta – il sangue di Chinnici e Dalla Chiesa – ed è di nuovo il sangue, quello di Falcone e Borsellino, ad aver fecondato la primavera degli anni Novanta, originata da quell’evento che Ingroia chiama, di volta in volta, l’“apocalisse” o “il sacrificio di Paolo”. Per il sangue passano le investiture, le filiazioni spirituali, le consegne del testimone, le trasmissioni dei ruoli, dei carismi e degli apostolati. Ingroia ama definirsi l’“ultimo cucciolo” dei grandi magistrati uccisi, e rivendica quasi con petulanza il proprio diritto di erede legittimo a fronte dei figliastri usurpatori. Rimasto “orfano di Paolo Borsellino”, per proseguire la linea del sangue ha dato al secondogenito il nome del padre elettivo. Per il sangue passa anche il confine tra “due Italie contrarie e irriducibilmente avverse”, che nel teatro dei pupi storico-politico allestito da Ingroia si fronteggerebbero da mezzo secolo: da un lato l’Italia dei collusi, dall’altro “l’Italia dei familiari delle vittime”, l’“Italia del dolore”.

Oggi Ingroia invoca una terza primavera che non abbia bisogno dell’effusione del sangue, e ne scorge le primizie in fenomeni come il popolo delle Agende rosse (che in un’antropologia dell’antimafia si dovrebbero studiare al capitolo: feticci e amuleti) o il fantomatico “popolo di Facebook”, promotore di iniziative come “Scorta civica” e “Adottiamo i magistrati antimafia”. Di qui la sua foga missionaria, il tesserino da pubblicista, le mille esternazioni, i comizi sui palchi dei comunisti o dei dipietristi, le comparsate alle feste del giornale del suo compagno di villeggiature, i video-appelli sul blog di Grillo. A voler vincere la partita a tavolino, basterebbe invocare il Calamandrei dell’Elogio dei giudici (“il magistrato che è salito sulla tribuna di un comizio elettorale a sostenere le idee di un partito, non potrà sperare mai più, come giudice, di aver la fiducia degli appartenenti al partito avverso”), ma di nuovo, invocare Frazer si rivela più interessante: quelli di Ingroia sono riti propiziatori per suscitare il rigoglio di una nuova primavera, anche se il magistrato preferisce parlare di “impegno dislocato”. Si tratta, dice, di “trasformare la parte migliore dell’opinione pubblica, ossia i cittadini più attivi, da tifosi in giocatori”. Tutti, dai liceali ai partigiani col fazzoletto rosso, “novantenni un po’ malfermi sulle gambe”, devono “coinvolgersi radicalmente nella battaglia per una piena indipendenza della magistratura”.

Fossimo magistrati, ci preoccuperemmo, e non poco, dei cittadini tifosi; figuriamoci dei cittadini giocatori. Ma siamo sul terreno della giurisdizione parallela, della giustizia elettrificata, e che tutto questo abbia poco a che vedere con il ruolo che la legge suprema assegna ai magistrati è ben chiaro perfino al “partigiano della Costituzione” Ingroia, che anzi lo rivendica con una schiettezza disarmante: il giudice, dice, ha ormai “un ruolo che va molto al di là di quanto ci poteva essere suggerito dallo studio dei libri e della Costituzione”; “è diventato necessariamente un protagonista e la legge quasi una parte politica”. Al magistrato incombono compiti storici e pedagogici esorbitanti. La sua indefessa attività di proselitismo fuori dalle aule di tribunale, che a un profano potrebbe apparire come una sottrazione di energie dalle mansioni strettamente giudiziarie (“faccio incontri una o due volte alla settimana praticamente in ogni regione d’Italia”) è un generatore che serve ad alimentare la giurisdizione parallela, la giustizia elettrificata dalla corrente popolare, una giustizia che si accontenta di generare climi d’opinione, di tenere banco nei notiziari, di ispirare (o sostituire) la storiografia, di tenere sulla graticola l’uno o l’altro personaggio eccellente agitando, all’occasione, capi d’imputazione impalpabili e fattispecie di reato irrintracciabili nel codice.

Quel che serve per propiziare la nuova fioritura – o il ritorno dell’alta tensione – è ancora, dice Ingroia, “un’Italia capace di stringersi intorno alle istituzioni”. Ma ecco, anche in questa formula si annida uno sdoppiamento, l’ennesimo, sul crinale ambiguo tra giustizia “unplugged” e giustizia elettrificata. Se il magistrato è un custode della Costituzione che esercita un ruolo in parte extra-costituzionale (primo sdoppiamento), se è il paladino di una superiore idea di legalità che non si esaurisce nelle leggi scritte (secondo sdoppiamento), c’è da chiedersi che cosa intenda Ingroia quando parla di “istituzioni”. Nel senso ordinario, le istituzioni hanno un valore che dev’essere tutelato a prescindere dall’uno o l’altro omicciolo empirico che le incarna pro tempore, ma Ingroia precisa che bisogna distinguere “tra comportamenti e comportamenti, tra persone e persone”. Tutto lascia sospettare che per istituzioni intorno a cui stringersi, intenda: la magistratura come presidio del principio di legalità e simbolo dello Stato nella sua espressione più nobile; e in subordine le istituzioni rappresentative a condizione che aiutino, incoraggino o quanto meno non intralcino la magistratura nella sua opera.

E siamo alla cronaca di questi giorni, e alla prova di forza con il Quirinale, per la quale è d’aiuto un’altra metafora di Ingroia: gli scacchi. “Credo che la strategia dello scacchista servirebbe soprattutto al pubblico ministero. (…) Perché per ogni mossa che fai devi calcolare e prevedere quale sarà la mossa del tuo avversario”. L’ultima mossa di Ingroia – lo scacco al presidente – è forse la più azzardata di tutte, perché investe l’istituzione che più di ogni altra ha diritto di reclamare lo “stringersi intorno”, in quanto simbolo dell’unità nazionale. E comunque la Consulta decida di sciogliere il conflitto di attribuzioni, ci sarebbe già da rallegrarsi se la vicenda iscrivesse nell’agenda del dibattito pubblico una questione cruciale offuscata dal feuilleton nazionale della caccia a Fantomas-Berlusconi e da altre cronache e cronachette. La questione istituzionale, la questione di cosa sia diventata oggi la magistratura rispetto agli altri poteri e alle altre funzioni dello Stato. Mauro Mellini, tra i pochi ad aver lamentato l’assenza di una riflessione su questo tema, sostiene che la magistratura opera “non ritenendosi più un pezzo dello Stato, ma espressione ormai di un qualcosa che sta sopra al potere temporale, come gli ulema nello Stato islamico”. Una corporazione di vestali che vegliano sulla repubblica coltivando l’ideologia professionale del “controllo di legalità”.

Sotto il conflitto tecnico, dunque, crepita un conflitto che ha quasi del tragico, e che non sarà certo la pronuncia della Consulta a dirimere: lo scontro tra lo Stato nella sua espressione suprema e una funzione dello Stato che ha, in certe sue avanguardie, la tentazione ricorrente di porsi al di sopra dello Stato nel suo insieme. I sodali e i fiancheggiatori di Ingroia hanno già preso a scampanare allarme per l’attentato all’indipendenza della magistratura, per lo Stato traditore, per i giudici lasciati soli. Caselli parla di una “guerra” alla procura di Palermo. Ma ecco, non potendo dar pareri giuridici, ci contentiamo di dar pareri letterari. E consigliamo – come già Sciascia nella prefazione a un vecchio libro sul caso Tortora – di rimeditare un passo dei Promessi sposi, quello in cui Renzo e Lucia cercano con uno stratagemma di farsi sposare da Don Abbondio: “In mezzo a questo serra serra, non possiam lasciar di fermarci un momento a fare una riflessione. Renzo, che strepitava di notte in casa altrui, che vi s’era introdotto di soppiatto, e teneva il padrone stesso assediato in una stanza, ha tutta l’apparenza di un oppressore; eppure, alla fin de’ fatti, era l’oppresso. Don Abbondio, sorpreso, messo in fuga, spaventato, mentre attendeva tranquillamente a’ fatti suoi, parrebbe la vittima; eppure, la realtà, era lui che faceva un sopruso”. Magari nel serra serra delle mobilitazioni e delle campagne di stampa non si ha modo di accorgersene, ma il brano di Manzoni rischia di essere l’allegoria perfetta del conflitto presente e di venticinque anni di giustizia elettrificata. Quanto a Ingroia, magistrato cinefilo che rimpiange di non aver fatto il regista, sceglierebbe forse altre allegorie: accanto alla passione per la pasta con le sarde, confida che il suo film preferito è Apocalypse Now di Coppola. Non sappiamo se nella contesa con il capo dello Stato il magistrato avverta un’eco del confronto finale tra il colonnello Kurtz, diventato re tra i selvaggi, e il capitano Willard, che penetra furtivamente nella sua capanna: a suo modo, un grande scontro di legittimità (“Avete il diritto di uccidermi, ma non avete il diritto di giudicarmi”). Ma è certo che in quella capanna, in un’inquadratura che non può sfuggire a un cinefilo, s’intravede a terra un volume del Ramo d’oro di Frazer, il testo che illumina la genesi di tutte le primavere.

Articolo uscito sul Foglio il 21 luglio 2012 con il titolo Gli Ulema di Palermo.

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