Guido Vitiello

Posts Tagged ‘Eugenio Scalfari

Citare a vanvera

with 3 comments

citvanvUn po’ di scienza allontana da Dio, molta riconduce a lui. Pare che l’abbia detto Louis Pasteur, ma non ci metto la mano sul fuoco perché non sono riuscito a rintracciare la fonte. E proprio questa prudenza, questa circospezione, questa pavidità filologica mi colloca infallibilmente nel vasto gregge dei Citazionisti Mediocri. Lo siamo un po’ tutti, noi che di tanto in tanto agghindiamo i nostri discorsi con qualche bella formula presa a prestito qua e là. Ma sopra le nostre teste, nell’aria purissima, volteggiano i superuomini della citazione, i Citazionisti Sublimi, quelli che hanno compreso che un po’ di citazioni allontanano dall’Arte, ma raffiche di citazioni sparate più o meno a caso riconducono trionfalmente ad essa. Anzi, costituiscono una forma estetica a sé, quella che il poeta Giovanni Raboni battezzò «la nobile arte di citare a vanvera», per la quale si dovrebbe istituire uno speciale premio annuale: le Virgolette d’Oro. Sul podio, come vedremo, finirebbero per lo più giornalisti. Ma facciamo un po’ d’ordine. Leggi il seguito di questo post »

Il pendolino di Foucault

with one comment

Arcimboldo_VegetablesSono sceso dal pendolino di Foucault, una tratta più breve della Napoli-Portici, e ancora non so bene che cosa ho visto dal finestrino. A colpo d’occhio il paesaggio, in questo Numero zero, era lo stesso del Pendolo – la redazione squinternata di intellettuali déclassés e di ambiziosi delusi, il grande complotto, il mitomane assassinato, le liste vertiginose e petulanti, il riciclaggio forsennato di bustine di Minerva. E allora com’è che non ho l’impressione di aver letto un romanzo? Intendo: quella cosa con i personaggi, gli ambienti, lo stile, una trama di qualche interesse? Un romanzo dove manca tutto questo è come la casa in via dei Matti della canzone per bambini, senza soffitto e senza cucina, dove non c’era il letto né il pavimento, che Sergio Endrigo collocò opportunamente, o profeticamente, proprio al numero zero. In un impeto di suicidio commerciale Bompiani avrebbe potuto capovolgere la celebre formula di turlupinatura del lettore (“un saggio che si legge come un romanzo”) e aggiungere, in una fascetta editoriale: un romanzo che si legge come un saggio. Ma neppure sarebbe stato vero. Non c’è una tesi, una lezione riconoscibile nel libro, se ne possono cavare diverse e confliggenti, ma non per virtù di ambiguità letteraria, per vizio di accozzaglia culinaria. Eco dice che il suo è un Arcimboldo, modo appena velato per dire minestrone, e segnalo a chi vorrà occuparsene una chiave di lettura promettente: in breve, Numero zero è l’atto finale di autocannibalismo di un autore che, fagocitato lo scibile umano, comincia a divorare pezzo per pezzo sé stesso e la sua opera come il contadino affamato di Dario Fo. Siccome lo chef è “a vista” – pare sia la regola, nei ristoranti pretenziosi – la preparazione della zuppa autofaga non è un gran bello spettacolo. Leggi il seguito di questo post »

Mondo cannibale. Repubblica come clan endogamico

with 7 comments

cannibalsAut liberi aut libri, o si fanno figli o si fanno libri, amava ricordare Nietzsche; ma tra le due cose c’è un’analogia profonda, e un nuovo Lévi-Strauss dovrebbe indagare le strutture elementari della parentela editoriale. Vuoi per superstizione, vuoi per aver orecchiato un po’ di genetica, tutti siamo al corrente dei guai che possono venire dal matrimonio e dalla generazione tra consanguinei. Si tratta quindi di capire se l’endogamia editoriale aumenti il rischio di dar vita a libri malformati o affetti da anomalie congenite. Il primo caso di studio del nostro antropologo potrebbe essere la collana iLibra di Repubblica e Laterza, inaugurata a fine febbraio (“I libri del futuro” era il cubitale annuncio) e appena giunta al suo dodicesimo titolo, dove illustri firme di Repubblica ragionano su temi cari a Repubblica in volumetti che si possono, tra l’altro, acquistare in edicola insieme a Repubblica, generosamente recensiti sulle pagine di Repubblica e promossi tramite videointerviste sul sito di Repubblica. Leggi il seguito di questo post »

Menar Lacan per l’aia. Su Massimo Recalcati

with 19 comments

recalcatiChi consolerebbe, oggi, Luigia Pallavicini caduta da cavallo? Che domande! Massimo Recalcati disceso dalla moto. T’imbatti, in libreria, nella locandina gigante del suo ultimo saggio e non riesci a staccare lo sguardo da quel giubbotto di pelle nera su maglia nera, da quel bavero rialzato, da quella barba di tre giorni, da quegli occhi di picaro romantico, da quel ciuffo tenuto su col gel. E allora immagini la Harley-Davidson parcheggiata dietro la sagoma di cartone, e capisci di avere davanti l’ultimo rampollo, appena un po’ attempato, di una grande famiglia di bad boys dal cuore d’oro che dal Marlon Brando del Selvaggio discende ad Arthur Fonzarelli. Ma vedi pure che quella fonzietudine è mitigata da un non so che di foscoliano (non sarebbe il titolo perfetto di una tragedia del Foscolo, il “Recalcati”?), da una tempestosa dolcezza, da un pensoso e quasi commiserante narcisismo; e allora dimentichi il giubbotto, ripensi piuttosto a quelle sue camicie bianche sbottonate sull’irsuto petto, e al crin fulvo, e agli occhi incavati intenti, e già lo vedi che appresta i balsami beati per la marchesa Luigia. O per il principe Eugenio, di cui si china a commentare, nell’occasione del novantesimo genetliaco, le ultime lettere del Racconto autobiografico. I toni qui s’infiammano, e ti pare di rileggere l’ode a Bonaparte liberatore. Perché stupirsene? Eugenio non avrà creato un Impero ma ha pur sempre fondato una Repubblica, e lo psicoanalista firma di Rep., scrivendone su Rep., non può che cantarne la grandezza, al rintronar di trombe e di timballi, in perfetti endecasillabi lacaniani: di Scalfari loda il coraggio e il desiderio di avventura, il senso dei Lari familiari, il Wunsch dello scrittore, e quel fuoco illuminista che “è l’ispirazione fondamentale da cui è nata l’impresa straordinaria di Repubblica”. Leggi il seguito di questo post »

La canzone mononota di Eugenio Scalfari

with 11 comments

orologioSi dice che un orologio rotto segni due volte al giorno l’ora esatta, ma il commento di Eugenio Scalfari ai risultati delle elezioni spinge a dubitare di questa legge generale. Martedì, su Repubblica tv, il Fondatore ha spiegato la causa profonda del tracollo: un millennio di dominazioni straniere. Si deve al retaggio dei normanni o degli spagnoli se una parte dei nostri concittadini non crede nello Stato e nelle sue leggi, e quella parte degradata “è fatta da due categorie: gonzi o furbi”. Poche settimane prima la pendola scalfariana aveva dato lo stesso rintocco: “La nostra indifferenza alla vita pubblica, la nostra scelta del ‘particulare’, (…) la nostra disponibilità alla demagogia, sono un derivato della nostra storia. ‘Francia o Spagna purché se magna’ è un proverbio che sintetizza quattro secoli di servitù a potenze straniere e a Signorie servili e corrotte”. Anche Scalfari, come Elio, ha la sua “canzone mononota”, e setacciando gli archivi di Repubblica e il mattoncino del Meridiano si potrebbe comporre un breviario dello scalfarismo in pochi semplici concetti, buoni per fraintendere tutte le stagioni della vita repubblicana: la polemica contro “l’uomo del Guicciardini” e il “familismo amorale”, il qualunquismo come nemico mortale, i valori (propri) contrapposti non già ad altri valori ma alla meschinità degli interessi, l’eterna maschera del Pulcinella o del Pantalone identificato, di volta in volta, con uno dei personaggi che calcano la scena pubblica (Berlusconi prima di tutto, ma ora per lui è Grillo “l’arci-italiano del peggio”), insomma tutta la sentina dei vizi italici su cui far discendere l’apostolato civile dell’“Officiante del dover essere”, titolo di cui Scalfari stesso si è voluto fregiare. “È la maledetta malattia italiana: l’uomo del Guicciardini, che tira a campare; il solito Stenterello, servitore di dieci padroni”. Questo però non è Scalfari, è Piero Calamandrei, addì 1946, all’epoca del referendum sulla monarchia. Le lancette, a quanto pare, sono ferme lì. Leggi il seguito di questo post »

Written by Guido

marzo 3, 2013 at 11:42 am

Giù le manette! L’Opa ostile sul liberalismo

leave a comment »

achilles2Piano con i paragoni, forse non è il caso di evocare Ettore trascinato nella polvere dal carro di Achille. La vicenda è decisamente meno epica, e tuttavia ha a che fare con il trattamento riservato alle spoglie dei vinti, con l’aggravante che i vinti in questione non sono mai stati vincitori: parliamo della piccola e nobile tradizione della sinistra liberale e liberalsocialista, oggetto da qualche tempo di quella che potremmo chiamare un’«Opa ostile» editoriale e culturale. Le avvisaglie, a ben vedere, si potevano cogliere quasi vent’anni fa in un volumetto dello storico Furio Diaz intitolato L’utopia liberale (Laterza): pagine e pagine su Tocqueville per concludere che oggi il vero liberalismo radicale si è rintanato «nei fogli di una piccola rivista bimestrale di politica, economia e storia». Indovinate quale? Ma ovviamente Micromega, dove si inneggiava alla «rivoluzione liberale» (sic) di Mani pulite. Ed era solo l’inizio. Una folta cordata di giacobini e sanculotti punta oggi a impossessarsi del liberalismo e del liberalsocialismo italiano, o di quel che ne resta. Lo strumento principe della scalata è la collana Instant Book dell’editore Chiarelettere – azionista del Fatto quotidiano, un catalogo traboccante di libri di Travaglio e compari – dove sono apparsi, in tempi recenti, titoli di Luigi Einaudi, Piero Calamandrei, Sandro Pertini, Ernesto Rossi. Dovremmo esserne lieti, e in un certo senso lo siamo. Ma i pescatori di perle hanno scelto, guarda caso, l’Einaudi sostenitore dell’imposta patrimoniale e il Pertini della questione morale. Dal canto suo il povero Ernesto Rossi, presente in collana con alcuni interventi «contro l’industria dei partiti», deve accollarsi un’introduzione di Paolo Flores d’Arcais che fa l’impossibile per guadagnarlo alla causa dell’epurazione grillina o travagliesca. E non è finita qui. Abbiamo dovuto leggere Un onorevole siciliano (Bompiani), le interpellanze parlamentari di Sciascia avvilite e rese irriconoscibili dalla cura moralistica di Andrea Camilleri. E ancora, un Elogio delle minoranze (Marsilio) di Massimiliano Panarari e Franco Motta, dove un lungo capitolo sul socialismo liberale e i suoi eredi riusciva a non menzionare mai i radicali di Pannella, ma in compenso riconosceva in Repubblica e l’Espresso «due fieri e dichiarati house organ di questo speciale “liberalismo civile”». Insomma, conteso tra Scalfari e Flores. Piano con i paragoni, il liberalsocialismo non è il Messia, ma di certo si stanno giocando a dadi le sue vesti.

Articolo uscito su IL di novembre 2012

Antropologia dell’antimafia. La primavera di Ingroia

leave a comment »

Se il comunismo, come voleva Lenin, è il potere dei soviet più l’elettrificazione, si potrebbe dire che per alcuni la lotta alla mafia è il potere delle procure più l’elettrificazione. Due sono infatti le categorie che adottano quotidianamente l’espressione “caduta di tensione” come parte del loro gergo professionale: gli ingegneri elettrici e i magistrati siciliani. Escludendo che al centro dei loro crucci sia l’insufficiente fornitura energetica degli uffici giudiziari, la luce che salta o le fotocopiatrici che si spengono di colpo, a quale tipo di elettricità alludono? Non sempre è chiaro, e la stessa formula può indicare cose diverse a seconda di chi la pronuncia. Lamentando un calo di tensione nella lotta alla mafia, per esempio, Falcone e Borsellino si riferivano spesso al grado di collaborazione delle istituzioni politiche, all’organizzazione e al coordinamento dell’attività delle procure, al rischio di adagiarsi sui successi ottenuti, tutt’al più a uno stato d’animo generale di scoramento. Quando a usare la stessa espressione sono Giancarlo Caselli, Roberto Scarpinato o Antonio Ingroia c’è un sottile ma decisivo slittamento semantico, e il senso è più vicino a quello che intendeva Eugenio Scalfari quando, nell’agosto del 1988, rimproverava Leonardo Sciascia per aver attaccato, con il suo articolo sui professionisti dell’antimafia, le “strutture che cercavano di mantenere alta la tensione pubblica contro la mafia”; dunque, essenzialmente, il Coordinamento Antimafia palermitano – un comitato di salute pubblica stupido e fanatico, agli occhi di Sciascia – e l’esasperato presenzialismo del sindaco Leoluca Orlando al suo primo mandato. Leggi il seguito di questo post »