Guido Vitiello

Archive for the ‘Il Foglio’ Category

Una casetta piccolina in Cornovà. La sit-com di Tristano e Isotta

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Esperimento mentale crudele: si provi a immaginare una sit-com sulla vita coniugale di Tristano e Isotta, che scampati ai fulmini di Re Marco si avviano a condividere una vecchiaia tranquilla e tutt’al più un poco bizzosa. La scena: un cottage in Cornovaglia. Il cavaliere è un gentiluomo bolso e sonnacchioso che, placato lo zio, non vuol più saperne d’avventure; la principessa, una lentigginosa signorotta irlandese che si dedica ai fiori e ai gatti del giardino in compagnia dell’ancella Brangania, che è oramai una centoduenne rimbambita. Ecco, con questo quadretto in mente sarà più facile accogliere l’affermazione, invero un po’ spavalda, che Denis de Rougemont lasciava cadere nella prima pagina del suo grande libro del 1939, L’Amore e l’Occidente: “L’amore felice non ha storia. Romanzi ne ha dati solo l’amore mortale”. Se Tristano e Isotta si appassionano l’uno all’altra – e noi lettori ai loro destini – è proprio perché la via è disseminata di ostacoli e divieti, è proprio perché la principessa, scherzava De Rougemont, non diverrà mai “Madame Tristan”. La tradizione romanzesca è la patria elettiva dell’“amore reciproco infelice”, che si lascia consumare dal suo fuoco fino alla beata estinzione della morte; il demone dell’amour-passion è “il demone stesso del romanzo come piace agli occidentali”. Leggi il seguito di questo post »

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Maggio 1, 2011 at 11:42 am

Il gattopardo di Schrödinger. Alfonso Berardinelli e il romanzo

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Dovete avere almeno ottant’anni, una veneranda canizie e magari un Nobel nel curriculum per potervi permettere, come José Saramago nel 2004, di intitolare un romanzo Saggio sulla lucidità senza che l’editore vi sguinzagli contro una muta di Dobermann inferociti. Le cose, infatti, girano per lo più nel verso opposto: voi vi presentate, che so, con sotto braccio il dattiloscritto di un diligente trattato di geologia, e l’editore fa i salti mortali pur di scrivere sulla quarta di copertina che è “un saggio che si legge come un romanzo”; se poi nel vostro trattato si fa menzione della morfologia dei fiordi, la fascetta editoriale aggiungerà “che si divora come un noir scandinavo”. Tutto deve prender forma e figura di romanzo: in hoc signo vinces. Si può dedurne che il romanzo scoppia di salute, che è anzi una minaccia per le altre specie viventi dell’ecosistema letterario. Ma questo smentirebbe il tristo annuncio che sentiamo risuonare, ciclicamente, da tre generazioni: il romanzo è morto (come d’altro canto Dio, l’autore, la modernità e le mezze stagioni). A chi prestare fede? Per parte mia, mi piace pensare che il romanzo sia vivo e morto allo stesso tempo, come il gatto di Schrödinger, protagonista di un celebre paradosso della meccanica quantistica che ogni umanista travisa alla sua maniera, a seconda di quanto siano pallidi e lontani i suoi incontri con la scienza. Leggi il seguito di questo post »

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aprile 28, 2011 at 10:41 am

Mariarosa Mancuso su “Ha visto il montaggio analogico?”

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Il Foglio, 19 aprile 2011

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aprile 19, 2011 at 9:32 PM

Walter Benjamin centravanti di sfondamento. Baricco fa la ola

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Nelle note a piè di pagina c’è sempre un’eco delle glosse a un libro sacro. Che siano devote o puntigliose, modeste o insolenti, le note se ne stanno lì genuflesse, in corpo minore, gli occhi volti al grande altare del testo. Lo sapeva bene Walter Benjamin, che applicava a ogni testo (sacro o profano) la lezione talmudica dei quarantanove gradini di significato, e che sognava di scomparire dietro una montagna di note e citazioni. Per la sua opera vale l’insegna sotto cui Gómez Dávila raccolse i propri aforismi: In margine a un testo implicito. Vale anche per un breve saggio del 1936, Il narratore, che Benjamin compose in margine all’opera di Nikolaj Leskov, e che Einaudi ripubblica ora con note di Alessandro Baricco: “Anni fa, quando la Scuola Holden era appena nata, questo testo ne era per così dire la Bibbia”. C’era da aspettarsi quindi un commentario compìto e liturgico, degli esercizi ignaziani, ma la dedica agli ex allievi della scuola di storytelling torinese (“Ehi gente, questo libretto è per voi”) è lì a sconfessarci. Leggi il seguito di questo post »

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marzo 11, 2011 at 1:20 am

Come parlano i politici. Un saggio di Matteo Marchesini

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Con il titolo La dolce vita della retorica. Vizi e virtù del linguaggio politico, Il Foglio ha pubblicato lo scorso 12 febbraio un breve saggio del poeta e scrittore Matteo Marchesini su come parlano (e parlavano) i nostri politici. Sottotitolo: “Piccolo catalogo di tic oratorii e stili linguistici della classe dirigente. Dai discorsi pirandelliani di Cossiga agli epigrammi wildiani di Andreotti, dalle acrobazie verbali di Pannella all’idioma rurale di Di Pietro”. Sono considerazioni illuminanti, accurate fino all’infinitesimo e anche decisamente divertenti (che non guasta mai). Ripubblico qui su UnPopperUno, con permesso dell’autore, questo Giudizio Universale sui concionatori nazionali. Leggi il seguito di questo post »

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marzo 4, 2011 at 10:32 am

Pubblicato su Il Foglio, Politica

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Le puttane di Kant (e l’Elogio futurista della prostituzione)

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Il professor Eco fa spesso le ore piccole (ma perché legge Kant). Poi, a notte fonda, ripone sul comodino la Grundlegung zur Metaphysik der Sitten e scivola nel sonno. E chissà quali sogni selvaggi sogna allora, il professor Eco. Kant e l’ornitorinco che si avventano l’uno sull’altro, in fregola, in una battaglia d’amore in sonno, una hypnerotomachia; perché se proprio non può esimersi dal sognare – di per sé una sconveniente obnubilazione delle facoltà critiche – che almeno sian sogni in edizione aldina e, ove possibile, ornati di xilografie allegoriche rinascimentali. Di certo, da buon kantiano, il professor Eco si preclude di sognare la Cosa in sé, l’inattingibile Ding an sich che crepita sotto il velame delle apparenze. Così inattingibile che ci si domanda perfino se esista, e soprattutto cosa diavolo sia, quell’oscuro oggetto del desiderio. Un filosofo la cui inesistenza è invece assodata, Jean-Baptiste Botul, ha dato la sua risposta in una conferenza mai tenuta a Nuova Königsberg, colonia dei kantiani del Paraguay: «La Cosa è il Sesso. È evidente. Non possiamo conoscere la Cosa in sé, ci avverte Kant. Non ne siamo capaci, ma soprattutto non ne siamo autorizzati» (La vita sessuale di Immanuel Kant). E poi: «È noto il rovescio di questo genere di ascetismo: il bordello. La Verità che si voleva nuda attraverso l’esperienza e la speculazione, la si contemplava, alla fine, tra le gambe della prostituta, professionista della “Cosa in sé”». La Cosa in sé sarebbe dunque quella cosa, che il kantiano si affatica a raggiungere brancicando tra le sottane della realtà. Perché questo è, in ultimo, il suo supplizio di Tantalo: la Cosa gli appare sempre tegumentata dalle apparenze, diciamo pure dalla lingerie del mondo fenomenico. Leggi il seguito di questo post »