Guido Vitiello

Archive for the ‘La Lettura’ Category

Nella trappola di PowerPoint

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Fatte salve le cinque W del giornalista provetto (Who, What, Where, When, Why) e le tre V del buon cristiano (Via, Veritas, Vita), qualunque dottrina che si proponga sotto forma di una trafila di iniziali è in odore di truffa. La campagna elettorale del 2001, con il duello a distanza tra Berlusconi e Rutelli, offre un buon banco di prova. Un signore anziano, che a stento sapeva pronunciare la parola Google senza farla suonare come il nome di uno scrittore russo, ripeteva tutto raggiante il ritornello delle tre I: «I come inglese, I come informatica, I come impresa». Gli faceva eco l’altro signore, più giovane stando all’anagrafe, con una triade a densità semantica zero che neppure il genio di Arnaldo Forlani avrebbe saputo concepire: «I come Italia, I come identità, I come innovazione». Era il bipolarismo di PowerPoint.

È da quel focolaio informatico che ha preso a dilagare la perniciosa mania degli elenchi puntati facili da memorizzare, da quel programma Microsoft che consente di creare presentazioni fatte di slide colorate con scritte, grafici e fotografie. O almeno è quanto sostiene Franck Frommer, giornalista francese esperto di comunicazione d’impresa, in Il pensiero PowerPoint. Articolo uscito l’11 marzo 2012. Continua a leggere su La Lettura.

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marzo 16, 2012 at 12:42 PM

Pubblicato su La Lettura, Libri

Attenti al femminismo moralista!

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Quando le commissionarono un’opera per la mostra What is Feminist Art?, che si aprì a Los Angeles nel 1977, l’artista americana Hannah Wilke propose un autoritratto in forma di poster: una fotografia che la ritraeva in camicia e blue jeans, una cravatta pendente tra i seni nudi, le mani puntate sui fianchi, uno sguardo non si sa se d’ammiccamento o di sfida, e sotto una grossa scritta su fondo nero: «Beware of Fascist Feminism», cioè «Attenti al femminismo fascista». Il bersaglio polemico erano certe attiviste da polizia ideologica che guardavano con sospetto i suoi nudi artistici, richiamandola a canoni estetici più morigerati. Correvano i radicalissimi anni Settanta, e oggi nessuno parlerebbe di fascismo. Ma, fatti i debiti aggiustamenti, quel poster sarebbe l’illustrazione perfetta per il pamphlet della filosofa politica Valeria Ottonelli, La libertà delle donne. Contro il femminismo moralista, invece della solita Rosie the Riveter con il bicipite in mostra e il fazzoletto rosso. Che cos’è il femminismo moralista? Forse si può partire dal tornado scatenato dal battito d’ali della famigerata farfalla. Articolo uscito il 4 marzo 2012. Continua a leggere su La Lettura.

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marzo 5, 2012 at 9:44 am

Pubblicato su La Lettura, Libri, Politica

Non avrai altri jeans al di fuori di me. Scrittori e pubblicità

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«Gli industriali che diventano poeti hanno come vessillo un quadro astratto», diceva Pier Paolo Pasolini nel film poetico-oracolare La rabbia. Qualcosa di simile potrebbe pensare il visitatore delle esposizioni d’arte contemporanea, sconcertato dall’aria di famiglia che spira tra il museo e il museum shop, dalla naturalezza con cui certe opere si prestano a essere stampate su una T-shirt o su un servizio di piatti. Strano destino: quanto più l’arte tenta di farsi esoterica, tanto più si confonde con il panorama di immagini in cui siamo immersi. Non per caso, osservava Jean Clair, i nuovi musei s’ispirano al modello del Blockhaus, «fortezza o casamatta, rinchiusa e quasi sotterrata», o sono strutture trasparenti in vetro e acciaio, inondate di luce, dove è abolita ogni separazione tra ciò che è dentro e ciò che è fuori.

Con la letteratura le cose sono un po’ diverse, ma se non si sta attenti si può far confusione tra il poeta che canta «ecco ecco un cocco», il propagandista di Eisenhower che esclama «I Like Ike» e il pubblicitario che sussurra «J’adore Dior». In questo caso, però, Pasolini ci è di poco aiuto. Articolo uscito il 19 febbraio 2012. Continua a leggere su La Lettura

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febbraio 21, 2012 at 10:01 am

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Sovraeccitati contro la noia. Le rane di Galvani e noi

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Un nuovo Flaubert che volesse censire i luoghi comuni del nostro tempo dovrebbe far caso a una domanda che ricorre come un ritornello in televisione, sui giornali, ovunque: «Che cosa prova in questo momento?». La si rivolge indifferentemente al superstite di un disastro navale e alla reginetta neocoronata di un concorso di bellezza, alla madre cui hanno ucciso il figlio un’ora prima e alla concorrente cacciata da un reality. La risposta, per lo più, è: «Un’emozione fortissima». E allora, come in un rito spiritico, dietro il tendaggio delle immagini televisive fa capolino il fantasma dell’autenticità: le lacrime, le grida, il cuore in gola stanno a garanzia che qualcosa è accaduto di vero e di vivo. Ai moralisti nostri contemporanei questo botta e risposta offre un’occasione di più per biasimare un giornalismo frivolo o sciacallesco. Ma un antropologo catapultato da Marte penserebbe più prosaicamente che i popoli della Terra hanno lo strano bisogno di sottoporsi a un continuo check- up emotivo per assicurarsi di essere vivi.
Articolo uscito il 22 gennaio 2012. Continua a leggere su
La Lettura

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gennaio 27, 2012 at 5:13 PM

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La via italiana (e padana) al politicamente scorretto

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L’idea che le cose brutte diventino meno brutte se le si ribattezza con un nome grazioso, architrave del politically correct americano, non ha attecchito più di tanto in Europa. O almeno così sosteneva Robert Hughes in un libro dei primi anni Novanta, La cultura del piagnisteo: «In Francia nessuno ha pensato di ribattezzare Pipino il Breve Pépin le Verticalement Défié, né in Spagna i nani di Velázquez danno segno di diventare las gentes pequeñas». Hughes credeva che il politicamente corretto fosse figlio di un’abitudine tutta americana alla circonlocuzione cortese. Di certo sottovalutava la nostra lunga consuetudine con le caritatevoli astruserie dell’eufemismo burocratico, dove il povero diventa impossidente e il malato cronico lungo degente. E forse avrebbe potuto dare un’occhiata a un vecchio film di Marco Bellocchio, Sbatti il mostro in prima pagina, in cui Gian Maria Volonté, direttore di un giornale benpensante, impartisce a un suo redattore una lezione di linguaggio giornalistico, smontando parola per parola il titolo che questi aveva dato al suo pezzo: Disperato gesto di un disoccupato. Si brucia vivo padre di cinque figli. Il disperato si addolcisce in drammatico, il disoccupato in rimasto senza lavoro e il padre di cinque figli – siccome il poveretto è calabrese – diventa semplicemente un immigrato, «una parola sola che contiene implicitamente il disoccupato e il padre di cinque figli ma dà anche un’informazione in più».

Continua a leggere su La Lettura. Articolo uscito l’11 dicembre 2011, con il titolo Le intolleranze linguistiche italiane: falsi eufemismi e vero razzismo.

Written by Guido

dicembre 14, 2011 at 1:45 PM

Gli indignati del Paleolitico. Storia (e preistoria) del dissenso

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Di questi tempi, nelle grandi librerie, la zona della cassa ricorda un posto di blocco: ti avvicini in pace, e sei accolto da un plotone di libriccini che ti puntano addosso le baionette dei punti esclamativi. Indignatevi!, Ribelliamoci!, Liberatevi!. Lo spavento iniziale scema un poco quando ti accorgi che gli autori dei pamphlet, da Stéphane Hessel a Luciana Castellina, appartengono per lo più all’ala punk del potere gerontocratico. Ora un nuovo libro (esce domani) riconduce quei punti esclamativi alla loro radice prima: No! Il libro del dissenso. Un’antologia di cinquecento e più «dissidenti e ribelli che si sono sforzati di smuovere le montagne e fin dai tempi antichi hanno tentato di migliorare, cambiare e trasformare il mondo», come illustra Tariq Ali nella postfazione. Ciascuno compare con una pagina, un pensiero o solo uno slogan.

Continua a leggere sul sito di La Lettura, il nuovo supplemento culturale del Corriere della Sera

Written by Guido

novembre 27, 2011 at 5:26 PM

Pubblicato su La Lettura, Libri, Politica

Come i magistrati divennero un partito

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Ci sono parole galeotte, condannate a trascinarsi dietro, come una palla al piede, il peso di un aggettivo infamante. Il liberismo è sempre «selvaggio», il garantismo «peloso»: l’ipotesi che esista un liberismo addomesticato o un garantismo glabro non è contemplata. Ma ad accomunare le due parole è anche un beffardo gioco di ombre cinesi, che le fa apparire più grandi di quanto non siano. Chi si scaglia contro la testa di turco del «pensiero unico neoliberale» dovrebbe farsi un giro in libreria: vedrà che la letteratura liberale è affare, per lo più, di piccoli editori battaglieri quanto invisibili, mentre sul bancone troneggiano i bestseller contro la dittatura del pensiero unico, che a quanto pare così unico non è. Lo stesso vale per il garantismo, che passa per essere, Berlusconi regnante, pensiero egemone in materia di giustizia. Le sorti dei grandi garantisti, ridotti a scrivere su fogli semiclandestini e a pubblicare con editori fantasma, provano il contrario.

Continua a leggere sul sito di La Lettura, il nuovo supplemento culturale del Corriere della Sera

Written by Guido

novembre 21, 2011 at 1:30 am

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