Archive for the ‘Uncategorized’ Category
Te lo do io il Messico!
Direte che si finisce sempre per dar la colpa a Beppe Grillo, ma nel mio caso non ho dubbi: tutto è cominciato, trent’anni fa, con Te lo do io il Brasile, il ciclo di «appunti di viaggio» un po’ cialtroni trasmessi dalla Rai dove il comico si aggirava tra caschi di banane, mulatte formosissime e ballerini di samba. È da allora che ho preso a pensare all’America Latina come a una gigantografia iperrealista dell’Italia, una grandiosa parodia dei caratteri nazionali. Laggiù il calcio era più calcio che da noi, la tv se possibile più carnevalesca e melodrammatica, l’erotomania più pervasiva, la politica più capricciosa e pittoresca, il populismo più straripante, la sinistra (quella marxista) perfino più tarda di riflessi della nostra. Insomma, mi ero messo in testa un bel po’ di stereotipi, ed ero ormai sulla buona strada per correggerli, quando mi sono imbattuto nel nuovo libro di Gabriel Zaid e ci sono ricaduto appieno. Dinero para la cultura (Debate) raccoglie quarant’anni di interventi dello scrittore messicano, comparsi per lo più su «Vuelta», la storica rivista di Octavio Paz, e sulla sua erede «Letras Libres», il cenacolo più prestigioso dei liberali latinoamericani (quattro gatti, come da noi). Il filo conduttore è il modo in cui la cultura si finanzia e si organizza. Te lo do io, il Messico! Zaid racconta di un paese dove alla corte di uno Stato mecenate è cresciuta una «fauna parassitaria» di burocrati tonti, mediocri di talento e sindacati irresponsabili; dove l’istruzione superiore produce in serie ignoranti che non sanno neppure di non sapere; dove abbondano i libri mal tradotti, mal curati, imbottiti di refusi, da chiedersi se l’editore li abbia aperti prima di darli alle stampe; dove le istituzioni culturali «sprecano milioni in annunci narcisisti privi della minima informazione pratica», tanto per far sapere che esistono e fanno cose belle; un paese dove il giornalismo culturale sguazza nell’approssimazione, e dove uno scrittore con il debole per il copia-e-incolla può difendere impunemente plagi mastodontici come «omaggi»; dove i premi letterari non sono che dispendiosi strumenti di pubbliche relazioni; dove gli sconti delle grandi catene creano distorsioni nel mercato del libro, ma i librai e i piccoli editori non trovano di meglio che invocare il protezionismo. Ecco, mi sono detto, un’Italia in formato gigante, una caricatura ammonitoria e feroce. Tutto corrisponde, anzi quasi tutto. Sapete cos’è che ci manca? Un Gabriel Zaid che ci metta allo specchio. Leggi il seguito di questo post »
Quel carnivoro di Paul Klee
L’arte in mano ai nutrizionisti. Non per caso la mostra è alla GNAM.
A pensar male non ci si azzecca. La fiction sul caso Tortora
“Il Signore ha dato, il Signore ha tolto”. Lo diceva Giobbe di un Padreterno che gli aveva fatto portar via tutto – ricchezze figli e salute – per mano dell’Accusatore, ma che pure finì per rendergli il centuplo: tutto sommato, ci si può anche stare. “Ciò che la giustizia toglie, la giustizia rende”. Questo invece lo ha detto il magistrato-scrittore Giancarlo De Cataldo qualche giorno fa a proposito di Enzo Tortora, a maggior gloria di una magistratura che dopo quattro anni di tormenti inflitti a un innocente ha saputo riconoscere il proprio errore, mandandolo assolto; e no, in questo caso proprio non ci si può stare, a meno che De Cataldo non ci dica che cosa esattamente ha avuto indietro il novello Giobbe dalla dea Giustizia: la salute? le ricchezze? la carriera? gli anni di vita perduti? la condanna dei suoi calunniatori? la punizione, anche solo simbolica, dei suoi accusatori (con la minuscola)?
Ma a ciascuno la sua penitenza: oggi tocca a me fare ammenda per un errore che, se non proprio giudiziario, è certamente di giudizio. Il 15 febbraio scorso, su queste pagine, avevo scritto una recensione preventiva alla fiction di Ricky Tognazzi sul caso Tortora, che ha De Cataldo tra gli sceneggiatori e che RaiUno ha mandato in onda domenica e lunedì. La accusavo, con un inclemente processo alle intenzioni, di aver ridotto il caso Tortora a una vicenda privata e a un’aberrazione episodica, e di aver nascosto deliberatamente tre cose: le responsabilità dei magistrati, le colpe dei giornalisti e l’impegno di Tortora nel Partito radicale. A quanto pare, a pensar male non solo si fa peccato, ma non ci si azzecca neppure. Leggi il seguito di questo post »
La signora Vinodellacasa. Riceviamo e volentieri pubblichiamo
La verità, confesso, è che non so nulla e non m’interessa nulla di Amy Winehouse, della cui esistenza ho appreso quando ormai aveva cessato di esistere. Ma l’idea che qualcuno possa rivolgersi a UnPopperUno come a una testata tra le altre, chiedendo di ospitare un suo intervento, era irresistibile per la mia megalomania. Dunque, ecco a voi un commento di Andrea Minuz – studioso di cinema, collaboratore del Riformista e de Gli Altri – nell’attesa e nella speranza che voglia aprire un blog tutto suo. Diciamo pure: un divano-letto mentre finisce di traslocare in rete.
«It was only a matter of time». È la dichiarazione, lucida e impietosa, che Janis Winehouse ha rilasciato a proposito della morte di sua figlia. Janis ha 56 anni ma ne dimostra meno. È una farmacista, diplomatasi alla London School of Pharmacy. Prima di questi giorni, in cui ha i riflettori puntati addosso, era sempre stata nell’ombra. Tranne una volta, nell’estate del 2007. In un’intervista al Mail on Sunday, tracciava un ritratto del suo rapporto con Amy. Spiegava che, nonostante gli sforzi e le attenzioni, si sentiva impotente di fronte all’inesorabile discesa di sua figlia nella dipendenza dalle droghe e dall’alcool. «Era inutile, arrabbiarmi con lei non portava a nulla». «Nel distruggersi è caparbia come è sempre stata sin da bambina»; «questa non è mia figlia; è come se la sua intera vita si fosse trasformata in una recita sul palcoscenico»; «il suo è letteralmente un percorso di automutilazione. Cosa sono altrimenti quei tatuaggi? Li detesto». Nel 2003, mentre il mondo acclamava l’esordio discografico di Amy Winehouse, a Janis veniva diagnosticata una sclerosi multipla degenerativa che combatte ancora oggi con la stessa tenacia con cui sua figlia si autodistruggeva. «Brucia e fa male, ma sento che ora non posso aiutarla, deve volerlo lei per sé stessa, e ogni giorno prego perché ne trovi la forza».
Così si chiudeva l’intervista. Immaginiamo per un momento di trasferire questa storia in Italia. Che avrebbe detto la signora Vinodellacasa, intervistata a caldo dai giornalisti? La sequela di «spostamento-e-condensazione» all’italiana, in questi casi prevede: «Me l’hanno ammazzata»; «Mia figlia è stata usata»; «Indagate su Lady Gaga»; «Lo Stato non ci ha mai aiutato». Forse avrebbe denunciato la EMI, MTV, il Ministero per le politiche Giovanili, i suoi partner, il maestro delle elementari, e tutti i pusher di Camden Town.
Ogni sfogo le avrebbero perdonato. Ma «purtroppo, era solo questione di tempo», buttato lì così, senza strapparsi i capelli, e – peggio ancora – senza nessun altro colpevole che sua figlia stessa, no. Imbarazzo generale. Un insulto all’accecamento d’amore che qui esigiamo straripante, vendicativo, al caso anche complottista e ai confini della legalità. Un velato linciaggio tra i salotti di Vespa e Barbara D’Urso, editoriale critico di «Avvenire», sondaggio tra i lettori di «Repubblica», i vicini che non la salutano più, e tutta la trafila di perplessità ai ceti alti e sdegno in quelli bassi. Chissà, forse succederà anche lì, non si può mai dire. E magari, come fece nel 2007 con l’intervista del Mail, Janis devolverà gli introiti delle apparizioni pubbliche nella ricerca contro la sclerosi multipla.
Il gattopardo di Schrödinger. Alfonso Berardinelli e il romanzo
Dovete avere almeno ottant’anni, una veneranda canizie e magari un Nobel nel curriculum per potervi permettere, come José Saramago nel 2004, di intitolare un romanzo Saggio sulla lucidità senza che l’editore vi sguinzagli contro una muta di Dobermann inferociti. Le cose, infatti, girano per lo più nel verso opposto: voi vi presentate, che so, con sotto braccio il dattiloscritto di un diligente trattato di geologia, e l’editore fa i salti mortali pur di scrivere sulla quarta di copertina che è “un saggio che si legge come un romanzo”; se poi nel vostro trattato si fa menzione della morfologia dei fiordi, la fascetta editoriale aggiungerà “che si divora come un noir scandinavo”. Tutto deve prender forma e figura di romanzo: in hoc signo vinces. Si può dedurne che il romanzo scoppia di salute, che è anzi una minaccia per le altre specie viventi dell’ecosistema letterario. Ma questo smentirebbe il tristo annuncio che sentiamo risuonare, ciclicamente, da tre generazioni: il romanzo è morto (come d’altro canto Dio, l’autore, la modernità e le mezze stagioni). A chi prestare fede? Per parte mia, mi piace pensare che il romanzo sia vivo e morto allo stesso tempo, come il gatto di Schrödinger, protagonista di un celebre paradosso della meccanica quantistica che ogni umanista travisa alla sua maniera, a seconda di quanto siano pallidi e lontani i suoi incontri con la scienza. Leggi il seguito di questo post »
Margaret Mazzantini, Gigi D’Alessio e il romanzo neomelodico
Ho un serio problema con le nozioni anatomo-fisiologiche di certi canzonettisti melensi. Non è chiaro, per esempio, che cosa intendesse Umberto Tozzi cantando “è una farfalla che muore sbattendo le ali l’amore che a letto si fa”. Quel verso, a dire il vero, lasciava interdetto anche il buon Francesco Guccini: “E tu rimani lì”, commentava, “e ti domandi se le altre volte non hai sbagliato tutto, o qua e là, nella faccenda; se non c’è qualcosa che ti è clamorosamente sfuggito”.
Un enigma non meno arduo lo offre Eros Ramazzotti in Adesso tu: “La parte interna dei respiri tu sarai”. Immagino si riferisse ai respiri tout court, visto che la parte esterna dei respiri (l’aria che c’è in giro) non è da considerarsi pertinenza del signor Ramazzotti, ma chissà. Allo stesso modo, quando Raf cantava “e le tue mani su di me sulle mie mani su di te” (Inevitabile follia), ho sempre pensato che si trattasse di un intreccio recidibile solo per via chirurgica. Leggi il seguito di questo post »
Piccola biblioteca garantista
Nelle prossime settimane si parlerà molto di giustizia, processi e magistrati. Si parlerà molto meno, temiamo, di carceri e detenuti (l’unica emergenza davvero non prorogabile). Ho pensato così di fare cosa gradita condividendo qui buona parte del mio scaffale garantista. Ce n’è per tutti i gusti: autori di destra e di sinistra (per quanto mortificante sia la distinzione per bande), liberali e radicali, socialisti e comunisti, qualche berlusconiano riluttante. Ci sono giornalisti di testate vicine al governo e altri che scrivono per giornali accanitamente antigovernativi, come l’Espresso o Repubblica. Libri vecchi e nuovi, in commercio o da scovare in qualche mercatino. Grandi scrittori e uomini di legge, giuristi di chiara fama e storici, polemisti e saggisti. Protagonisti (loro malgrado) di noti casi giudiziari e anche qualche grande classico, perché non si dica che siamo il paese di Verri e Beccaria ma che poi non ci scomodiamo a leggerli. Non tutti gli autori sono garantisti, non tutti lo sono sempre e non tutti lo sono egualmente per tutti gli imputati. Non tutti i libri mi piacciono, ma in ciascuno ho trovato qualcosa di buono o di utile. Una sola cosa li accomuna, ed è il mio scaffale. Leggi il seguito di questo post »


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