Dunque: dove eravamo rimasti?
Dopo un lungo letargo annunciato, UnPopperUno ha deciso che era tempo di risvegliarsi, sgranchirsi e ritornare in scena. O meglio, di rinascere in forma nuova. Come tutti i neonati – checché ne dicano le mamme – è ancora un po’ bruttino, ma dategli il tempo di prendere la sua fisionomia.
Tutto quel che c’era sul guviblog, ospitato per otto anni sul sito di Internazionale, è adesso qui; ma pare che presto o tardi sarà ripristinato pure lì: d’altra parte, quando nella casa che ti ospita fanno lavori e ristrutturazioni, è buona consuetudine saper pazientare un po’. Alcune cose che erano sul vecchio UnPopperUno le metterò presto anche sul nuovo; nel frattempo, il vecchio sito è ancora pienamente in funzione e consultabile. Leggi il seguito di questo post »
La guerra delle menzogne
Che allo Stato spetti il monopolio della violenza, nessuno lo mette in questione, salvo quei pochi che si dedicano alla guerriglia o alla malavita. Ma, domandava Jonathan Swift in un libello di trecent’anni fa, «il diritto di coniare bugie appartiene totalmente al governo?». Nient’affatto, come può dedurre chi svolga in modo conseguente i princìpi stessi della democrazia: «Siccome il governo dell’Inghilterra è in parte democratico, così il diritto di inventare e di spargere bugie è anche in parte del popolo». Non c’è monopolio statale della menzogna, e anzi è più che lecito usarne per fini di lotta politica: «Siccome i ministri usano spesso menzogne per sostenersi al potere, è ben ragionevole che il popolo usi la stessa arma per difendersi e cacciarli via». All’epoca di Swift si trattava di confezionare libelli o rumores per poi darli alle stampe. Oggi la guerra delle menzogne si combatte in larga parte su internet: alcuni nemici di Barack Obama, per esempio, durante la campagna elettorale insinuarono che il candidato fosse musulmano, nato fuori dagli Stati Uniti e amico dei terroristi; e riuscirono a diffondere la diceria ad ogni angolo della rete, al punto che per smentirli il futuro presidente dovette esibire il suo certificato di nascita. Leggi il seguito di questo post »
“La sai l’ultima? Moro fu rapito da Osiride”
Tutte le strade portano a Gradoli. O a via Gradoli. Dipende dall’estro degli investigatori, di volta in volta scaltri o pasticcioni, capaci di perdersi sulle colline della Tuscia mentre il brigatista Moretti ha tutto l’agio di smantellare il suo covo romano, o al contrario pronti a irrompere nell’appartamento dove i transessuali ricevono visitatori illustri in auto blu. Ma la buona riuscita di un’indagine non è solo affare di fiuto e perizia. In alcuni specialissimi casi è in gioco anche l’abilità – che non si apprende, crediamo, nei corsi per agente di polizia – di interpretare messaggi in codice provenienti dall’altro mondo: come quelli che Romano Prodi e i suoi commensali spiritici, radunati nella casa emiliana del professor Clò, captarono dalle anime di democristiani trapassati, i quali si divertirono a sbalzare il piattino sul tavolo medianico fino a comporre la fatale parola: Gradoli. In quell’occasione, lo si è raccontato fino allo sfinimento, i segugi non seppero cogliere la soffiata d’oltretomba, e invece che nel covo brigatista di via Gradoli, sulla Cassia, si precipitarono in armi in un innocuo paesotto tra i Monti Volsini. Ma via Gradoli non è solo il crocevia dei misteri italiani vecchi e nuovi, da Moro a Marrazzo; è anche la sede di imprevedibili incontri intellettuali, il luogo simbolico dove si danno convegno ricercatori di estrazione assai varia, dediti con eguale accanimento a decifrare il rebus della politica occulta. Con esiti deliranti, certo, ma a volte splendidamente romanzeschi. Leggi il seguito di questo post »
Tonino lava più bianco
Più il prodotto da pubblicizzare è sporco o ha a che fare con lo sporco, più la pubblicità sarà linda, pulita, candida, celeste, angelica, rarefatta. È una regola che non conosce eccezioni. Negli spot dei pannolini la pipì dei bambini diventa azzurra; e nulla, nella pubblicità come nel packaging, deve ricordare il giallo dell’urina. Gli assorbenti femminili sono associati a cieli limpidi, paracadute, deltaplani, tutto ciò che ci allontana dalla materia e dalla carne: in questo caso, è il rosso a essere tabù.
Che sia all’opera un banale meccanismo freudiano di rimozione, o una specie di neoplatonismo pop, o entrambe le cose, la constatazione è evidente: quanto più l’evocazione dello sporco si fa pressante e inaggirabile, tanto più lontano si fugge con i voli mistici dell’immaginazione.
Le pubblicità dei detersivi forniscono l’esempio più lampante. Sono tutte, immancabilmente, a dominanza cromatica bianca e azzurra. Tutte hanno a che fare con cieli incontaminati o acque purissime. In tutte figurano arcobaleni e gabbiani in volo. Vien fatto l’impossibile pur di spezzare la fatale catena associativa detersivo=calzini sporchi. Leggi il seguito di questo post »
Primo Levi e gli Ufo: il mio tema di maturità
Sono uscite le tracce dei temi della maturità. Una è su Primo Levi, un’altra è sugli Ufo. La prima reazione è stata quella di esporre una bandiera verde sul davanzale e proclamare la secessione del mio appartamento dal resto del paese. Poi, ho ripescato questo saggio-diario che avevo scritto qualche anno fa per Quaderni d’Altri Tempi, la bella rivista di fantascienza del mio amico Adolfo Fattori, e ho capito che avrei avuto buone chance di passare la prima prova. Lo ripropongo qui.
Il pianeta delle ceneri.
Auschwitz e la fantascienza
I.
Are you a Gentile? Avrò risposto mille volte a questa domanda: a quanto pare, che un non ebreo dedichi tanta parte dei suoi studi alla Shoah è per alcuni circostanza a tal punto insolita da doverne chiedere espressamente ragione. Stavolta la curiosità ha colto Yvonne, una donna israeliana minuta quanto energica che insegna cinema a due passi dalla Striscia di Gaza, in aule universitarie lambite quasi ogni giorno dai rudimentali razzi assemblati negli arsenali palestinesi. Faccio cenno di aprir bocca per dare anche a lei la risposta di prammatica, ma l’altro che passeggia insieme a noi per le vie di Kazimierz – malinconico vestigio di quel che fu il quartiere ebraico di Cracovia, popolato oggi dal “piccolo resto” degli scampati alla furia nazista e dai loro eredi – sembra non aver inteso bene la domanda. Are you a what? A Jedi? Leggi il seguito di questo post »
Emil M. Cioran e l’amore colto in castagna
Perché la tomba di Emil M. Cioran, al cimitero di Montparnasse, è ricoperta di castagne? Un indizio: c’è di mezzo una donna. E non è la compagna sepolta insieme a lui, il cui nome – Simone Boué – è inciso sulla lapide appena sotto il suo. C’è di mezzo una donna, e quando parliamo di donne e filosofi è lecito attendersi qualche aneddoto esemplare, di quelli in cui la vita pare pietrificarsi in allegoria: Aristotele cavalcato da Fillide, Talete nel pozzo sbeffeggiato dalla servetta tracia.
Nel nostro caso, la storia ha a che fare con una castagna.
Quando parliamo di donne e filosofi è anche lecito attendersi arie di guerra. Non che i saggi d’Occidente, da Platone in giù, siano tutti misogini impuniti. Alla fin fine la disciplina di cui si professano cultori – la Filosofia – è donna, seppur non delle più seducenti: è la veneranda matrona in là con gli anni che apparve a Boezio nel suo reclusorio, per consolarlo e scacciar via le Muse sgualdrinelle. Ma il meno che si possa dire dei filosofi è che con le allegorie se la cavano meglio che con le donne in carne e ossa. Il Petrarca del Secretum poteva ben discorrere con Agostino sotto gli occhi di una sfolgorante signora, la Verità, e mantenere l’aplomb che si conviene allo stoico cristiano; più difficile gli era serbare il contegno a cospetto delle “belle membra” di Laura. Leggi il seguito di questo post »
“Il meglio (NON è) di Daniele Luttazzi”, il video fantasma
Un video fantasma si aggira per la rete. Si intitola Il meglio (NON è) di Daniele Luttazzi, un filmato di quaranta minuti che documenta come il comico abbia attinto a piene mani, nei suoi spettacoli teatrali, libri e show televisivi, al repertorio di alcuni grandi nomi della stand-up comedy. Personaggi popolarissimi nel mondo anglosassone ma in Italia ancora sconosciuti ai più, come George Carlin, Bill Hicks, Chris Rock, Eddie Izzard o Robert Schimmel. La video-inchiesta – un montaggio che alterna brani dei monologhi di Luttazzi a spezzoni degli originali britannici e soprattutto americani – è punteggiata da dichiarazioni del comico romagnolo che nel contesto suonano un po’ stridenti. Come questa: «Non mi divertirei a dire battute scritte da un altro».
Dai grandi autori satirici Luttazzi ha attinto alcune centinaia di battute, censite minuziosamente nel blog My Voice, un corposo dossier che si arricchisce ogni giorno con nuove segnalazioni. Non solo: il comico ha preso in prestito anche monologhi di diversi minuti, riproponendoli quasi parola per parola, salvo piccoli adattamenti per il pubblico italiano. Senza mai, però, menzionare la fonte.
A creare il filmato e il blog sono stati dei fan (o ex fan) di Luttazzi, delusi dalla scoperta che molte battute del loro beniamino erano in realtà importazioni da oltreoceano. Ragazzi che hanno conosciuto Carlin, Hicks e gli altri anche grazie all’autore di Satyricon e che ora, si può dire, gli presentano il conto. O almeno gli chiedono chiarimenti. Temono, a ragione, le strumentalizzazioni politiche della loro inchiesta, e non hanno gradito affatto che un articolo apparso sul Giornale usasse pretestuosamente il loro video come appiglio per giustificare “a posteriori” l’editto bulgaro di Berlusconi. Leggi il seguito di questo post »
Enzo Tortora, molestie postume a un galantuomo
Questa è bizzarra. Sull’Espresso Riccardo Bocca raccoglie le dichiarazioni di Gianni Melluso, il camorrista “pentito” grande accusatore di Enzo Tortora.
La notizia non è che Melluso “scagioni” Tortora (lo aveva già fatto quindici anni fa, a Tortora morto e sepolto, e oltretutto non ce n’era bisogno, visto che a scagionarlo ci aveva pensato il Tribunale). La notizia non è che chieda perdono ai familiari del presentatore (anche questo lo aveva già fatto quindici anni fa, e già allora Anna, Gaia e Silvia Tortora avevano rispedito al coccodrillo le sue lacrime). Nulla di nuovo neppure nel fatto che infarcisca l’intervista – che, a quanto si capisce, lui stesso ha sollecitato – delle solite menzogne e millanterie.
La novità è che, con ennesimo cambio di rotta, Melluso stavolta scagiona i magistrati del caso Tortora. Nel 1995 aveva chiamato in causa proprio loro – “Avevo capito che le mie parole facevano comodo ai magistrati”, dichiarò al settimanale Visto. Oggi il volubile pentito ci fa capire che quei togati erano in buonafede, e scrupolosi. Tutt’al più un po’ tonti, e facili a cadere nelle trame dei camorristi Barra e Pandico. Così umani e così buoni, aggiungeremmo noi, che dopo l’assoluzione di Tortora non si sognarono nemmeno di incriminare Melluso e gli altri per calunnia. A spingerlo ad accusare Tortora, dice “Gianni il Bello”, furono i boss. Tana libera tutti per la Procura di Napoli. Leggi il seguito di questo post »
Non erano solo canzonette. Edoardo Bennato Revisited
Il guaio di essere à la page è che, quando la storia volta pagina, si finisce schiacciati nei suoi faldoni come fiori secchi. Chi accetta di sottomettersi ai tempi naviga certo con lo Zeitgeist in poppa, ma questo soffio poderoso lo conduce presto o tardi a schiantarsi, a capriccio, contro il primo faraglione. Chi al contrario ricusa il tribunale della storia, acquista il privilegio regale di giudicarla: è il tempo stesso, allora, che s’incarica di sciogliergli i legacci. È il caso di quelle nature limpide, talora persino naïf, che hanno la benemerita sfacciataggine di chiamare le cose con il loro nome a dispetto dei contesti e delle convenienze, delle filosofie imperanti e delle menzogne di corso corrente. Loro capostirpe è il Candido voltaireano, e grazie al cielo il secolo terribile che abbiamo alle spalle ha visto all’opera un buon numero di suoi rampolli; il più noto dei quali è George Orwell, che seppe vedere ragioni e torti nella loro nudità, con l’occhio infallibile del bambino di Andersen, incurante degli abiti ideologici di cui pretendevano di ammantarsi.
C’è chi ha passato al setaccio la storia culturale del nostro paese in cerca di esemplari di questa varietà rara tra scrittori e polemisti; quasi nessuno, però, si è occupato di una specie anomala di maîtres-à-penser: i cantautori. Una famiglia che ha riprodotto, in piccolo, le divisioni e gli schieramenti di campo dei piani nobili della cultura, quando non le fazioni dell’Italia partitocratica. Ebbene, anche il mondo della canzone ha avuto il suo Candido, che risponde al nome di Edoardo Bennato; cui spetta, diremmo volentieri con le parole del suo collega Guccini, “un lauro da genio minore”. Il suo disco più fortunato, Sono solo canzonette, celebra in questi giorni il suo trentennale, ma dal marzo del 1980 a oggi non ne è caduto uno iota, c’è ben poco che la storia successiva ne abbia appannato. Leggi il seguito di questo post »
Filologia Alleniana/2. Traduzioni fedeli per coppie infedeli
La maledizione di Babele, la confusione delle lingue, si è abbattuta su tutti gli usi della parola, ma si è accanita con più ferocia su alcuni: tra questi, forse nessuno ne è uscito malconcio come il motto di spirito. Per un umorista, constatare che le proprie battute sono intraducibili equivale a scoprire su di sé i segni certi della cacciata dall’Eden; ma quando un Witz si lascia traghettare con agio da una lingua all’altra, ecco che spira per qualche istante miracoloso l’euforia pentecostale di chi crede di aver riacciuffato la lingua parlata da Adamo prima della Caduta.
Nelle mie vesti di fondatore di una disciplina orgogliosamente inutile, la Filologia Alleniana, mi preme illustrarvi un caso di lingua adamitica parzialmente recuperata che compare in una delle opere maggiori del Maestro, Io e Annie (Annie Hall, 1977). Si tratta di un dialogo domestico tra Alvy (Woody Allen) e Annie (Diane Keaton) dopo che questa è rincasata dalla sua prima seduta di psicoanalisi:
Annie: Well, she said that I should probably come five times a week. And you know something? I don’t think I mind analysis at all. The only question is, ‘Will it change my wife?’
Alvy: Will it change your wife?
Annie: Will it change my life?
Alvy: Yeah, but you said, ‘Will it change my wife?’
Annie: No I didn’t. I said, ‘Will it change my life, Alvy?’
Alvy: (to audience) She said, ‘Will it change my wife?’ You heard that, because you were there. So I’m not crazy. Leggi il seguito di questo post »

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