Di come Orwell vide molte cose senza prevederne nessuna
Ci sono scrittori divorati dalla loro stessa fortuna, che come un mostro marino li fa scomparire nelle sue fauci, li rimastica, li spolpa diligentemente, per poi risputarne al più qualche osso lustro, qualche maldigesto brandello.
Ma a pensarci bene, per descrivere quel che capita a questi infelici, metafore altrettanto adatte possiamo trovarle nel prosaico scenario di un giacimento petrolifero: accade cioè che dal ribollente sottosuolo della loro opera la trivella dei critici e dei recensori estragga un piccolo numero di preferiti motivi, e che ad essi riduca l’intero corpus dei loro scritti.
Se poi seguiamo le tappe successive della raffinazione, ecco che osserviamo come da centinaia o migliaia di pagine si perviene a distillare un paio di aggettivi miserelli, adatti a spendersi in ogni occasione che la cronaca, la storia o i casi della vita faranno apparire opportuna: si dirà allora che la tal situazione è kafkiana, o pirandelliana, o boccaccesca, e non si serberà memoria di una sola riga scritta da Boccaccio, Pirandello, o Kafka.
Qualcosa di simile è accaduto a George Orwell, e al suo libro più fortunato, 1984, che fece il suo debutto sulla scena letteraria l’8 giugno di sessant’anni fa. Lo scrittore, polemista e combattente britannico, al secolo Eric Arthur Blair, morto quarantaseienne appena sette mesi dopo aver dato alla luce la sua terrificante distopia politica, sopravvive oggi nel linguaggio comune rannicchiato nello spazio breve di un solo aggettivo, “orwelliano” – che a ben vedere si sovrappone un poco a “kafkiano”, ma senza i grilli metafisici del grande praghese: orwelliana è la propaganda occulta, la scaltra manipolazione dell’opinione pubblica, l’informazione che crea dal nulla immagini della realtà congeniali al potere; orwelliano è quel pervertimento del linguaggio che consente di dire o fare qualcosa sotto la maschera del suo opposto, di muovere guerra inneggiando alla pace, di razzolare da oppressori mentre si predica da liberatori; orwelliano è, infine, qualunque sistema di sorveglianza o di spionaggio centralizzato, qualunque diavoleria elettronica che assedi – più o meno a nostra insaputa – la cittadella della vita privata. Leggi il seguito di questo post »
Modernariato letterario. Sul caso Jonathan Littell
Il tempo per Jonathan Littell è fuor di sesto, out of joint, come lo era per il principe Amleto: proprio non gli riesce di coincidere con l’epoca in cui gli è toccato di nascere.
I detrattori potranno dirlo démodé, dismettere i suoi libri come abiti dalla foggia desueta; gli elogiatori spenderanno per lui la più nobile categoria nicciana dell’Unzeitgemass, l'”inattuale”. Noi crediamo piuttosto che lo scrittore franco-americano sia un caso unico e felice di modernariato letterario, di rifacimento deliberato ma tutt’altro che ironico – anzi, atrocemente serio – di modelli che erano in voga, per così dire, decenni fa.
L’opera che lo ha balestrato al centro della scena letteraria, Le Benevole, fluviale confessione di un aguzzino nazista che gli è valsa il Goncourt e la traduzione in decine di lingue, pare sbucata da qualche sotterraneo degli anni Trenta europei: per le ambizioni titaniche, che chiamano in causa Mann o Musil, come pure per la prosa, le cui oltranze non si spingono più in là di un Céline o di altri spiriti torturati entre-deux-guerres.
Due libri usciti in questi giorni confermano la giustezza della diagnosi, e offrono l’occasione per un bilancio meno effimero del caso Littell. Leggi il seguito di questo post »
Salone del libro 2009: dal nostro inviato Ennio Flaiano
A volte penso che si possa comporre un giornale perfettamente al passo con l’attualità solo riciclando e assemblando vecchi articoli, o perfino esumando pagine di giornali estinti, fatti salvi i dovuti aggiustamenti e la sostituzione di qualche nome, sigla o luogo.
Ammetto che un’idea simile tradisce una visione non proprio incoraggiante della storia umana come eterna ripetizione di uno stesso spettacolo, dove cambian solo gli scenari e i nomi dei primattori (e a volte, in un paese dinastico come il nostro, neppure quelli).
Potrebbe chiamarsi Qohelet Daily, il mio giornale, in omaggio al suo biblico ispiratore, o anche (Nihil Novi Sub) Sole24Ore. Tutto questo per dirvi che, di ritorno dal Salone del libro di Torino, il mio giornale atemporale pubblicherebbe come pezzo “di colore” questa noterella di sessantuno anni fa. Leggi il seguito di questo post »
Ciò che e vivo e ciò che è morto in Raymond Chandler
Gli estensori di agiografie, o anche solo i biografi riverenti, passano volentieri al crivello i racconti d’infanzia dei loro santi ed eroi, per rintracciarvi le avvisaglie remote di una sicura vocazione: il piccolo chimico già intrugliava nella cucina materna, il trasvolatore oceanico non pareva interessarsi che agli aeroplanini di carta, il dittatore in erba già tiranneggiava nonne e zie.
Ebbene, il biografo di Raymond Chandler che volesse fare altrettanto non avrebbe facile gioco: nulla lasciava intravedere in lui il futuro padre del detective Philip Marlowe, nulla faceva presagire il grande riformatore del racconto poliziesco, il primo giallista accolto nel pantheon di quella che i tedeschi chiamano Literaten-Literatur, la «letteratura dei letterati».
Chandler non poteva vantare, a differenza del suo ammiratissimo Dashiell Hammett, un passato da investigatore privato, e neppure era stato cronista di nera come Georges Simenon; si era dedicato piuttosto agli affari, fino a diventare vicepresidente di una compagnia petrolifera californiana. A sospingerlo verso la carriera letteraria non fu una musa ispiratrice, fu la depressione: quella che mise in ginocchio l’economia del tempo, certo, ma anche quella personale, che lo portò all’alcolismo e a tenaci propositi di suicidio. Perso il lavoro nei primi anni Trenta, s’immerse nella letteratura pulp, fece i suoi rapidi calcoli e concluse che sì, diventare giallista poteva essere una facile via per far soldi. Aveva 44 anni. Leggi il seguito di questo post »
Le lepri di Birkenau. Claude Lanzmann e i suoi “spiriti guida”
“Cela justifie une vie”, aveva detto Jean Daniel a Claude Lanzmann al termine di una delle prime proiezioni di Shoah. E se un film giustifica una vita, il corollario è che giustifichi anche un’autobiografia. Le lièvre de Patagonie, il libro di memorie che il regista e scrittore ha appena dato alle stampe per Gallimard, è anche e soprattutto la biografia del suo capolavoro.
Shoah cinge ormai Lanzmann come una camicia di Nesso; vita e opera sono a tal punto compenetrate che ci s’imbatte, in tutta naturalezza, in confessioni come questa: “Era un periodo buio della mia esistenza e – è lo stesso – della realizzazione di Shoah“. Il film sullo sterminio degli ebrei, costato dodici anni di lavoro e lungo quasi dieci ore, è apparso nel 1985; sul quarto di secolo che ci separa da quella data, coerentemente, il Lanzmann memorialista ci fa sapere ben poco.
L’uscita di questi mémoires era nell’aria da tempo. Nel gennaio scorso, alla Cinémathèque di Parigi, Claude Lanzmann annunciò che stava finendo di scrivere un libro, e aggiunse con fare civettuolo che sarebbe stato “un bel libro”: non volle anticipare altro. Per noi convenuti ad ascoltarlo, tuttavia, almeno altre due cose erano fuor di dubbio: che sarebbe stata un’opera monumentale, e che avrebbe parlato di Shoah. Leggi il seguito di questo post »
Murena, Zolla, Borowski: tre recensioni inattuali
Una notte gli ebrei di un villaggio chassidico, seduti a circolo in una catapecchia, giocavano a confessarsi i desideri più segreti: chi voleva danaro, chi un banco da falegname.
Un mendicante, acquattato in un angolo, prese la parola per esprimere la sua aspirazione: avrebbe voluto essere il sovrano di un vasto regno, preso d’assedio dai nemici, costretto a fuggire nella notte in preda al terrore, senza nemmeno il tempo di vestirsi, con in dosso una camicia acciuffata di corsa, e poi traversare mari e monti per arrivare, sano e salvo, nella catapecchia. “E cosa avresti guadagnato?”, chiesero gli altri, sconcertati. “Una camicia”. Sì, ma una camicia intrisa del ricordo del Regno da cui fummo scacciati con Adamo.
La storiella è riportata da Héctor Murena in uno dei saggi di La metafora e il sacro, pubblicato nel 1973, due anni prima della morte. L’itinerario dello scrittore argentino corse parallelo a quello di Elémire Zolla, di cui fu sodale nell’elusivo cenacolo romano che trovò espressione nella rivista “Conoscenza religiosa”. Come Zolla in Italia, Murena fu il mentore argentino della Kulturkritik francofortese; come Zolla, scrisse una furente critica alla civiltà di massa (Homo atomicus) dove la trasognata lucidità del profeta conviveva con la sottile ciarlataneria dell’indovino che vede ovunque Segni dei Tempi. Leggi il seguito di questo post »
Appunti per un’Orestiade Alleniana
Appena ho saputo che Oreste Lionello se n’era andato, confesso, la mia mente è corsa alla fatale domanda, che mi era già balenata decine di volte quand’era ancora in vita: chi doppierà, d’ora in poi, Woody Allen? Chi non ha pensato lo stesso, scagli la prima pietra.
A tal punto mi sono affezionato al doppiaggio di Lionello che nelle mie maratone alleniane mi piace tuttora alternare le versioni originali a quelle italiane. E compararle; perché sono vistosamente diverse, come dimostra un semplice esercizio di collazione. Non si tratta, badate, di discrepanze banali dovute all’esigenza di volgere nella nostra lingua battute intraducibili o frasi idiomatiche: c’è molto di più, e di più interessante.
Invoco pertanto da questa tribuna la fondazione di una cattedra di Filologia Alleniana, che sappia sviscerare la questione come merita; e nel frattempo, nel mio piccolo, faccio quel che posso – cioè, nientemeno, porre le basi della erigenda disciplina. Le divergenze, mi pare, si possono raggruppare in tre grandi famiglie. Leggi il seguito di questo post »
Schindler’s Playlist. Canzoni sull’Olocausto
Quante canzoni ha ispirato il genocidio degli ebrei? Non moltissime, sembra di poter dire. Un numero irrisorio, a fronte dei film o dei romanzi dedicati a quella stessa pagina di storia. Ma sono poche anche se usiamo come termine di paragone le canzoni nate intorno ad altri eventi storici, per esempio il genocidio degli indiani d’America (tanto per cominciare, due interi album di due giganti, Fabrizio De Andrè e Neil Young).
Ho provato a fare un primo e lacunoso censimento, tenendo conto solo delle più note (molte delle quali non sono nemmeno così note). Chi ha da segnalarne altre, si faccia avanti: magari salta fuori che la mia ipotesi è strampalata, e che le canzoni sull’Olocausto sono tante e famose, e insomma che tutto il problema si riduce a quello della mia ignoranza canzonettistica.
Ad ogni modo eccole, in ordine cronologico:
Woody Guthrie, Ilsa Koch (1948)
Confesso: prima di stasera ignoravo l’esistenza di questa canzone, dedicata alla “strega di Buchenwald”, la moglie del comandante del campo, sadica torturatrice che ha ispirato buona parte del filone porno-nazi. Guthrie è rapido, essenziale, cinematografico. Con pochi cenni e pochi fronzoli descrive la catena di montaggio della morte industriale, senza il bisogno di costruirci intorno una retorica: “Here comes the prisoner’s car./ They dump them in the pen./ They load them down the schute./ The trooper cracks their skulls./ He steals their teeth of gold./ He shoves them on the belt./ He swings that furnace door./ He slides their corpses in./ I see the chimney smoke./ I see their ashes hauled./ I see their bones in piles”.
Bob Dylan, With God on Our Side (1964)
Dal maestro all’allievo, che diviene a sua volta maestro. Il pudore di Dylan sull’Olocausto è noto, anche se decine di sue canzoni vi alludono in modo obliquo. With God on Our Side non è una canzone su Auschwitz, ma i “sei milioni” sono nominati direttamente e senza giri di parole: “When the Second World War/ Came to an end/ We forgave the Germans/ And we were friends/ Though they murdered six million/ In the ovens they fried/ The Germans now too/ Have God on their side”. Leggi il seguito di questo post »
Molti i letti, pochi gli eletti: i libri del mio 2008
Eccovi, in ritardo più sconcio del consueto, la classifica dei libri memorabili letti nel 2008. Che annata miserella. O meglio: per l’ennesima volta, mi accorgo che la proporzione tra le letture fatte e le letture che davvero meritava fare è, a dir poco, avvilente. E come ogni anno, mi ripropongo di tornare ai classici. Tra i libri in cui mi sono imbattuto, ad ogni modo, vi elenco in ordine sparso quelli che non rimpiango di aver conosciuto.
1. Sergio Solmi, Meditazioni sullo Scorpione
(Folgorante, specie per quelli nati sotto il mio segno: uno di quei libri che riscattano un’annata intera, e che fanno venir voglia di riprendere in mano la penna e scrivere qualcosa del genere, almeno quanto la frustrano per palese irraggiungibilità del modello)
2. René Girard, Achever Clausewitz
(Tra i libri “maggiori” di Girard è forse il meno convincente; ma è anche, probabilmente, l’ultimo che scriverà. E l’addio di un gigante è pur sempre un grande addio)
3. George Steiner, My Unwritten Books
(A Steiner dovrei intentare causa, perché oltre ai soldi che spendo per i suoi libri, gli andrebbero messi sul conto quelli per i libri che mi spinge a comprare – e sono decine e decine. Questo non fa eccezione)
4. Yannick Haenel, A mon seul desir
(Con Haenel ho cercato di recuperare un po’ della folgorazione avuta a Cluny, davanti al ciclo di arazzi della Dame à la Lycorne. Ma il suo libro, per me, ha brillato quasi solo di quella luce riflessa. E rossastra)
5. Edoardo Camurri, L’Italia dei miei stivali
(Wilcock redivivus. D’accordo, con Camurri potrei esser tacciato di partigianeria, ma il libro sprizza luce e spirito da ogni pagina. Non si sa se sia sbarcato dal Settecento di Voltaire e Swift o direttamente da Sirio) Leggi il seguito di questo post »
Blue Lit Stage. Realtà e rappresentazione mediatica della tortura
Nel 2004 la circolazione mondiale delle foto di Abu Ghraib ha mostrato una inedita relazione tra spettacolarità e tortura. Emersa dalle segrete delle prigioni, la tortura diviene nella storia moderna una pratica che non attiene più solo al silenzio disciplinante del potere, ma alla visione indisciplinata dei consumi. Tutto si confonde nella rete: le umiliazioni del carcere iracheno con le pubblicità sado-chic di Vogue, le raccapriccianti immagini catturate con i videofonini dai soldati americani con la pornografia amatoriale, i corpi straziati delle vittime di torture con le sperimentazioni estreme della body art. I contributi presenti in questo volume, arricchito da un’ampia scelta di immagini, tracciano nuove prospettive d’analisi sul complesso fenomeno della tortura e sul modo in cui i media occidentali l’hanno mostrata. Saggi e interventi di: Alberto Abruzzese, Gianni Canova, Michel Maffesoli, Franco Rella, Antonio Scurati, Ugo Volli.
Blue Lit Stage. Realtà e rappresentazione mediatica della tortura, a cura di Manolo Farci e Simona Pezzano, Mimesis (collana Eterotopie), 2009, 271 pagine. Nel volume c’è il mio saggio La Nazi-Sexploitation e il “teatro della crudeltà” del potere (pp. 173-195).
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