Guido Vitiello

Lo spettacolo della violenza. Terrorismo tedesco e cinema

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Giugno 1967. La nota giornalista di sinistra Ulrike Meinhof decide di trasferirsi per seguire da vicino i moti di rivolta che stanno sconvolgendo Berlino. Ulrike presto si trova coinvolta nell’azione armata che libera dal carcere il giovane leader Andreas Baader: è per lei l’entrata definitiva in clandestinità.

Insieme con Baader e Ensslin, Meinhof fonda la “Rote Armee Fraktion” con lo scopo di diffondere la resistenza armata e l’azione terrorista. Il gruppo da l’avvio a una serie di rapine in banca e mette in atto un gran numero di attentati violenti e mortali. Il capo della polizia della Germania federale Horst Herold oppone al gruppo un gigantesco apparato di polizia che nel 1972 riesce a catturare Baader, Ensslin e Meinhof insieme con altri membri della Raf. Ma dal carcere il gruppo riesce a guadagnare un reale potere politico. La gente, in misura sempre crescente, dimostra di sostenere la loro causa e l’organizzazione fa nuovi proseliti. All’interno del gruppo, però, i motivi di tensione aumentano. Nel maggio 1976 Ulrike Meinhof si suicida nella sua cella. L’ultimo atto è vicino: due spettacolari azioni della Raf, ossia il rapimento di un noto industriale e il dirottamento di un aereo, provocano la reazione dello stato: la frenetica ricerca dell’industriale resta vana, ma l’aereo viene liberato da una squadra antiterrorismo. La mattina successiva, Ensslin e Baader sono trovati morti nelle loro celle. Per ritorsione, la Raf uccide l’industriale.

Lo spettacolo della violenza. Terrorismo tedesco e cinema, a cura di Benedetta Tobagi, allegato al film La banda Baader-Meinhof, Feltrinelli (collana Le Nuvole), DVD + Libro, 2009, 64 pagine. Nel volume c’è un mio saggio intitolato L’autunno tedesco e l’ombra lunga di Hitler. Cinema e terrorismo in Germania (pp. 15-41). Il saggio era già stato pubblicato nel 2007 in Schermi di piombo. Il terrorismo nel cinema italiano, edito da Rubbettino, a cura di Christian Uva.

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gennaio 1, 2009 at 12:31 PM

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Velo dopo velo, Roberto Calasso e i libri-cipolla

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L’Onnipotente è un accanito fumeur de Havanes, e a ogni boccata lancia densi sbuffi che stendono sui mortali una coltre di nubi grigionere: così, se non altro, è apparso in visione a Serge Gainsbourg, mistico occasionale a duetto con Catherine Deneuve. Ai sigari di quel barbuto patriarca assiso sul suo trono, che è difficile non figurarsi in tenuta verdeoliva, lo scanzonato chansonnier rispondeva sospingendo all’insù, verso i cieli, le volute azzurrine delle sue Gitanes senza filtro. Che cos’era, quello rispedito da Gainsbourg al suo Creatore? Il fumo solenne di una libagione sacrificale in piccola scala? Il fumo erratico e indolente del dandy o dell’esteta, il fumo sottile della speculazione intellettuale, elogiato dal tardo sofista Frontone? O quello obnubilante e ingannatore del venditore, appunto, di fumo? Leggi il seguito di questo post »

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dicembre 28, 2008 at 1:41 PM

Pubblicato su Il Riformista, Libri

Misheard Lyrics: Pasolini, Modugno e la querelle dell’erbaccia

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Capita a tutti di fraintendere le parole di una canzone, perché magari il cantante farfuglia o è sovrastato da un batterista energumeno; dopodiché si resta beatamente arroccati nell’errore per anni o decenni. Sulla questione son stati scritti fior di articoli, di libri, per tacere degli eruditissimi siti-archivio in perenne aggiornamento, dove è censito qualunque fraintendimento passato o presente. In alcuni casi, però, il mishearing è più imperdonabile.

Qualcuno forse ricorderà la splendida canzone che Domenico Modugno, nelle vesti di un Caronte netturbino incaricato di portare gli umani-burattini nelle discariche dell’Ade, canta in Che cosa sono le nuvole di Pier Paolo Pasolini. Il cortometraggio, forse la cosa migliore di Pasolini regista insieme a La Ricotta, ruota tutto intorno a una messinscena popolaresca dell’Otello di Shakespeare, un teatro dei pupi con Totò nelle vesti di Iago, Ninetto Davoli in quelle del Moro, Franco e Ciccio come Cassio e Roderigo.

Poco prima della fine, Modugno canta questa canzone, su testo dello stesso Pasolini (e reinterpretata trent’anni dopo dagli Avion Travel). Leggi il seguito di questo post »

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dicembre 14, 2008 at 3:10 PM

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De Martino, l’Occidente e la “terra del rimorso”

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Ben prima che il saggista francese Pascal Bruckner parlasse del «singhiozzo dell’uomo bianco » e del masochismo degli europei, desiderosi di addossarsi il “fardello” di tutte le colpe del mondo, ci aveva pensato Ernesto de Martino a metterci in guardia sugli eccessi dell’autofustigazione culturale. E già, perché l’Occidente non è tanto la “terra del tramonto”, dell’occasus, come vanno ripetendo da decenni le prefiche heideggeriane e spengleriane a suon di etimologie civettuole. È piuttosto la “terra del rimorso”, il luogo di una contrizione e di una flagellazione interminabili. Certo, quando il grande antropologo nato cent’anni fa coniò quest’espressione, nel suo studio sul tarantolismo pugliese, si riferiva a uno scenario ben più ridotto: al Salento, alla Puglia, tutt’al più al Meridione d’Italia. Ma la «terra del cattivo passato che torna e opprime col suo rigurgito », a ben vedere, è una formula appropriata per l’Occidente divorato dalle sue colpe storiche come Prometeo dalla leggendaria aquila. E impegnato in un inesausto «pianto rituale» di espiazione, via via degradato a piagnisteo. Leggi il seguito di questo post »

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novembre 30, 2008 at 2:32 PM

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Il Muro è caduto anche per Dracula

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Anche per Dracula è arrivato il 1989, persino per la sua stirpe assetata di sangue è scoccata l’alba melanconica o augurale della fine delle ideologie. Ma l’aurora, si sa, può esser letale per questi misantropi abitatori della notte, che con ogni mezzo ne rifuggono la luce. E così, a farla breve, i vampiri hanno perso i canini. Guadagnandone in fascino, come dimostra il successo mondiale – a tratti isterico – del vampiro di Twilight. Ricomparsi sulla scena dopo lunga latenza, ci appaiono oggi irriconoscibili: ammansiti se non proprio “buoni”, mutati in creature delicate e romantiche. Di certo, non fanno più paura a nessuno. Non hanno il ghigno cereo e la chioma corvina di un Bela Lugosi, non esibiscono l’orripilante teschio nudo e gli occhi strabuzzati di un Max Schreck o di un Klaus Kinski. Tenebrosi lo sono ancora, per carità, ma della sottospecie dei “bei tenebrosi”. Hanno i capelli scarmigliati e il fascino efebico di Robert Patterson, il vampiro Edward Cullen di Twilight. Così buono da imporsi delle rispettose restrizioni dietetiche, e da scegliere di cibarsi solo di sangue animale. Hanno il volto penitente dei mostri rabboniti con cui si cimenta a volte la “cacciatrice” Sarah Michelle Gellar di Buffy l’ammazzavampiri, desiderosi di espiare i loro secoli di malefatte. O sono perfino in odore di santità come Angel, protagonista dello spin off della serie tv Buffy tutto incentrato su un succhiasangue redento. Leggi il seguito di questo post »

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novembre 25, 2008 at 2:25 PM

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Metodo Attali, il futuro del sesso

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In un giorno non remoto la nostra specie perverrà all’ermafroditismo universale, che può leggersi anche come regresso all’androginia primordiale. Avremo relazioni multiple, contrattuali e simultanee alla luce del sole, superata l’onta patriarcale delle corna, e anche molte famiglie allo stesso tempo. Sesso e procreazione divorzieranno per sempre: la riproduzione diventerà compito delle macchine, «mentre la clonazione e le cellule staminali permetteranno a genitori- clienti di coltivare organi a volontà per sostituire i più difettosi ».

Tutto questo suona nel migliore dei casi come il finale patafisico di un romanzo di Michel Houellebecq; nel peggiore, come un volantino missionario della setta dei raeliani. E a nessuno dei due, crediamo, affidereste non dico la guida di un’istituzione internazionale, ma nemmeno la presidenza del vostro condominio. Eppure Jacques Attali ha ricoperto incarichi prestigiosi e di grande responsabilità. Il suo nome, qui da noi, è legato a una commissione abortita e a un metodo auspicabile nei rapporti tra governo e opposizione, l’ennesima riformulazione della logica “bipartisan”.

In Francia e nel mondo è legato a imprese di tutt’altra fortuna: presidente di una commissione (questa non abortita) voluta da Sarkozy sul futuro del paese, originario talent scout di Ségolène, consigliere speciale di François Mitterrand e suo “sherpa” al G7, creatore della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, super- consulente di governi e organismi internazionali, animatore di innumerevoli campagne contro la fame nel mondo, economista, saggista, romanziere, drammaturgo, futurologo, persino pianista e direttore d’orchestra. Uno dei parti più recenti di quest’uomo del rinascimento fuori tempo massimo o di questo abilissimo manager di sé stesso è il libro Amori. Storia del rapporto uomo-donna, scritto a quattro mani con Stéphanie Bonvicini, giornalista di viaggi e già biografa di Louis Vuitton, a breve in libreria per Fazi.

Nella cornice di uno strennone natalizio illustrato, il libro di Attali ha una struttura semplice semplice. Si apre come SuperQuark, con un excursus sulla vita sessuale degli animali: la promiscuità della cinciarella, il doppio pene del geco, i duecento amplessi quotidiani della cimice (la metà dei quali omosessuali), fino ad arrivare al bonobo, in tutto uguale all’uomo se non che lo fa sei volte al giorno. E si finisce con lo scenario poliorgiastico a geometria variabile di cui accennavamo.

Nel mezzo si snoda un interminabile sussidiario scolastico illustrato sull’amore nel mondo, dove tra la foto di due mosconi che copulano e un papiro egizio, tra un’Estasi di Santa Teresa e un indigeno in gonnellino, tra L’origine du monde di Courbet e un fotogramma di Grace Kelly, si ripercorrono le vicende dei rapporti tra donne e uomini nei secoli.

Su un canovaccio simile – e con molte illustrazioni in comune – quasi quarant’anni fa il filologo neo-cataro René Nelli aveva scritto un’opera straordinaria e dimenticata, Erotique et civilisations, con intuizioni originalissime e fulminanti. Al contrario, la chiave di lettura di Attali è arcinota, è il ritornello che da Celso a Fourier alla sinistra freudiana di un Reich o di un Brown non ci si stanca di salmodiare: quello secondo cui il Cristianesimo, con la sua follia monogamica e sessuofobica, avrebbe immesso nella storia umana un’innaturale forzatura, una perniciosa deviazione dal retto corso degli istinti, a cui porre rimedio.

Degli “scenari” delineati dal futurologo Attali, poi, il meglio che si può dire è che suonano un po’ stantii, e sono gli stessi che Nelli delineava nel 1972: declino della fedeltà, confusione dei sessi, separazione del piacere dalla riproduzione. A quanto pare, la sua sfera di cristallo è uno specchietto retrovisore. E già, perché il grosso di queste «evoluzioni ancora oggi impensabili» non solo è stato già pensato e ripensato, ma si è anche tradotto nella realtà.

Il «matrimonio contrattualmente provvisorio » è un dato di fatto, così come il “poliamore” o al limite la “polifamiglia”. Son cose che molti praticano, anche se non sempre sta bene confessarle o vantarsene. E il netloving di cui parla Attali – «uomini e donne potranno avere relazioni sentimentali e/o sessuali simultanee, trasparenti e contrattuali con più persone che avranno a loro volta partner multipli» – è la scoperta dell’acqua calda, che anzi si è fatta tiepidina visto che la si continua a scoperchiare da mezzo secolo.

Nei Bouphonia greci si imbottivano di paglia animali già morti, così da sacrificarli l’ennesima volta. È lo stanco gesto dei dissacratori di professione, dal tempo dei surrealisti a quello dei pornografi: esercitarsi ad abbattere tabù che non esistono più. E magari immaginare, come Attali, che davanti a queste evoluzioni impensabili «le Chiese e le forze conservatrici si coalizzeranno per ritardarle e vietarle, soprattutto alle donne», e che questo porterà alla formazione di governi autoritari, i quali «cominciano spesso col reprimere l’amore».

Ma ovviamente, come prevede il fumettone, «alla fine la libertà individuale prevarrà ancora una volta». E magari tra cinquecento anni scopriremo – guarda un po’ – che si può accoppiarsi senza procreare. In quel gran giorno futuro torneremo a parlare di “metodo Attali”, in onore del profeta dei tempi nuovi. Ma sarà un metodo anticoncezionale.

Articolo uscito sul Riformista il 23 novembre 2008

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novembre 23, 2008 at 2:18 PM

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No hay banda: il poeta come sciamano e come magnetofono

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In tempi (sciagurosi) di slam poetry e di reading, di Dante declamato in piazza e di performance letterario-musicali baroccheggianti o bariccheggianti, di rap sanguinetiani e arbasiniani, l’imperativo sembra essere ben questo: affrancare la poesia, tenuta per cinque secoli sotto sequestro – nonché, letteralmente, sotto torchio – dagli scherani di Gutenberg, così da ricondurla alla sua prima radice orale, aurale, musicale, agonistica, retorica e via dicendo.

Ebbene, in tempi (nefasti) come questi, mi capita di tornare con simpatia a quei poeti che mal tolleravano la vita dei loro versi al di fuori della pagina stampata, che guardavano con sospettoso cipiglio da istitutori il loro svergognato propagarsi nello spazio extra-cartaceo come onde sonore, e che in ultimo ritenevano vi fosse un solo modo corretto di accostarsi alla poesia: quella che, da Sant’Ambrogio in poi, in occidente conosciamo come lettura silenziosa.

Tra questi, per esempio, Eugenio Montale. Credo fosse sullo storico numero uno di “Repubblica”, il 14 gennaio 1976, che il poeta fresco di Nobel ribadiva la sua avversione alle letture e alle declamazioni: i suoi versi erano fatti per restare lì, su carta – i “pochi fogli” dei Mottetti trattenuti da uno strano fermacarte, la moneta incassata nella lava. Non per caso, quando sentiamo Montale leggere le sue poesie davanti a una macchina da presa (lo ricordo recitare per la televisione con grandissimo imbarazzo Botta e risposta, da Satura) avvertiamo tutto il suo riserbo, il suo pudore verso un gesto che gli appariva in fin dei conti goffo, violento, innaturale. Leggi il seguito di questo post »

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novembre 5, 2008 at 3:08 PM

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Il “quarto incomodo” di Martin Amis

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All’epoca dei totalitarismi, sul più banale dei triangoli amorosi pende fatalmente l’ombra di un quarto incomodo: lo Stato, con il suo “peso plumbeo, il respiro adenoideo e lo sguardo imbecille”.

È quel che succede a due fratellastri internati come “fascisti” nel gulag di Norlag e innamorati della stessa donna, la giovane ebrea Zoya, sullo sfondo dell’Unione Sovietica dai tardi giorni di Stalin al disfacimento. Il romanzo di Martin Amis (edito da Einaudi), che si presenta come confessione tardiva e senza espiazione di uno dei fratelli-rivali alla figliastra di Chicago, vive tutto di questo attrito irresolubile tra mélo ed epopea delle moltitudini, tra un mondo dove il destino è inscritto nel carattere e un altro, ben più reale e poderoso, dove esso alberga nelle “forze impersonali” della demografia.

Questa giustapposizione paradossale e sapientemente coltivata di figura e sfondo, dove lo sfondo è troppo immane per non travolgere e “sfigurare” le figure, è esibita fin dal titolo, La casa degli incontri, un grottesco chalet a due piani nei pressi del gulag dove ai deportati era consentito intrattenersi con le mogli, che li raggiungevano in Siberia dopo un viaggio estenuante per ritrovarli spesso irriconoscibili anime morte. Leggi il seguito di questo post »

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ottobre 14, 2008 at 3:07 PM

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Nella camera chiusa, Sancta Sanctorum del giallo

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Nell’ampio salone ristorante di un albergo londinese, dove una lampada velata di rosso faceva balenare tra i commensali i tetri bagliori delle armature e delle insegne araldiche, il dottor Gideon Fell, con la quieta autorità di un barone feudale, si schiarì la voce e attaccò: “Ora terrò una conferenza sulla meccanica generale e lo sviluppo di quella situazione che nella narrativa poliziesca è nota come ‘la stanza ermeticamente sigillata’”.

Così, in Le tre bare (1935), il grande giallista americano John Dickson Carr apriva il più lungo excursus teorico che abbia mai trovato spazio tra le pagine di un romanzo poliziesco. Il Dr. Fell, corpulento e burbero detective modellato sulle fattezze di Gilbert K. Chesterton, si dilungava per pagine e pagine sui modi in cui è possibile spiegare la morte di un uomo in una camera chiusa dall’interno, a cui non c’è in apparenza alcuna via d’accesso.

I casi son molti: non è un assassinio, ma un precipitare di circostanze fortuite che culminano in un incidente che ha tutta l’aria di un delitto; è un suicidio che vien fatto passare per omicidio, o un suicidio indotto per suggestione; è all’opera nella stanza un qualche congegno meccanico, o ancora si tratta di un gioco di travestimenti, di illusioni ottiche, di raccordi ingannevoli tra i tempi della morte e quelli del ritrovamento del cadavere; e così via. Leggi il seguito di questo post »

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agosto 5, 2008 at 2:58 PM

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Catabasi, anastasi, donne gaudenti e pollastri penitenti

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Lo schema è lo stesso, a Pietroburgo come a Parigi o a Los Angeles: peccato originale, discesa agli inferi, redenzione finale per tramite di una figura femminile dalla forte aura mariana.

È l’itinerario di Raskolnikov l’assassino, illuminato dalla grazia di Sonja, che lo seguirà in Siberia; è quello di Michel il borsaiolo, che si riscatta dinanzi al volto angelico di Jeanne, in Pickpocket di Robert Bresson; è infine quello di Julian Kaye (Richard Gere) in American Gigolò di Paul Schrader, infernale omaggio a Bresson e a Dostoevskij: uno “squillo” d’alto bordo di Beverly Hills che in ultimo vede la luce nel volto della sola donna che lo ha amato, Michelle.

Capita a volte, però, che il ciclo di morte e rinascita si inceppi a metà, che la redenzione tardi ad arrivare e la sua emissaria di turno si mostri svogliata o elusiva. È il caso di questo romanzo-confessione autobiografico di David Henry Sterry, Un pollastro a Hollywood, che Adelphi traduce ad alcuni anni dalla pubblicazione originaria. Anche qui la nota inaugurale è una sorta di peccato originale: diciassettenne sbarcato nella città del cinema a metà degli anni settanta, Sterry si ritrova in un cassonetto dopo esser stato narcotizzato e sodomizzato da uno stallone nero. Leggi il seguito di questo post »

Written by Guido

luglio 15, 2008 at 2:57 PM

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