Guido Vitiello

Posts Tagged ‘Salvatore Ferraro

Monsters University. A scuola da Scattone

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Monsters-University-2013-2048x2048Da grande voglio fare il mostro. Non un mostro qualunque, però, non lo spaventapasseri, lo yeti o il lupo mannaro. Voglio fare il mostro che si esibisce, o meglio è esibito, sotto i tendoni del circo mediatico-giudiziario. In fondo è un mestiere come un altro, non più stravagante di quelli passati in rassegna da Fantozzi mentre attraversa la città sul tetto del 102 nero delle collinari – batterista a Harlem, hippy nel Nepal, croupier a Casablanca… – e in tempi di crisi bisogna pur inventarsi qualcosa. Ma come si diventa mostri? Non c’è un curriculum di studi che introduca a questa carriera, non c’è una Monsters University dedicata ad allevare i futuri spaventatori, non ci sono neppure manuali per autodidatti. Una lacuna gravissima nel nostro sistema formativo. Per questo ho deciso di buttare giù qualche appunto. Si tratta di ricavare i rudimenti della disciplina dagli esempi forniti dalle cronache, e soprattutto dalle storie di chi ce l’ha fatta. Il più bravo di tutti, l’“eccellenza italiana”, quello che è riuscito a conservare una fama di mostruosità ormai quasi ventennale è lui: Giovanni Scattone, principe dei mostri. Quando il nuovo libro di Vittorio Pezzuto sul caso Marta Russo avrà finalmente un editore il mio breviario di teratogenesi non servirà più, e l’aspirante mostro troverà lì tutto l’occorrente per perfezionare la sua tecnica e il suo stile. Nell’attesa, cominciamo da dove sempre si comincia. Leggi il seguito di questo post »

Non ci fanno, ci sono. De Cataldo e l’ideologia dei magistrati

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Non chiamiamola faccia di bronzo, per quanto forte sia la tentazione, e quella falsa saggezza tutta inquisitoria secondo cui a pensar male si fa peccato ma ci si azzecca lasciamola alle anime grigie e incattivite. Resta però il problema di spiegare in qualche altro modo fenomeni curiosi come l’indignazione civile di Ilda Boccassini per le intercettazioni pubblicate sui giornali, il richiamo alla serietà rivolto ai media qualche mese fa da Antonio Ingroia per la “kermesse” scatenata intorno al caso Ciancimino, le doglianze dei pm del processo Meredith per l’intollerabile “pressione mediatica” e la “Caporetto dell’informazione”. Sembra di capire che per certi magistrati il vento dei media sia buono o cattivo a seconda che soffi in poppa o schiaffeggi la prua. Qualcosa non torna, ed è lo stesso qualcosa che non tornava già nel caso Tortora, grande prova generale dei tempi nuovi. Dopo l’assoluzione in appello, quand’era in corso la campagna referendaria per la responsabilità civile dei magistrati e l’immagine della Procura di Napoli certo non rifulgeva, un giudice si lagnò con i giornali perché “quel maledetto processo” aveva turbato il “buon modo silenzioso di amministrare la giustizia”. Leggi il seguito di questo post »

L’errore giudiziario non esiste, i cattivi giudici sì

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Per chi lo osservi con l’occhio spassionato del naturalista, l’errore giudiziario prende spesso l’aspetto d’una valanga. Nel caso Marta Russo, la studentessa uccisa a Roma nel maggio del 1997, a dar l’avvio al crollo fu il microscopico fiocco di neve di una particella depositata su un davanzale, che persuase gli inquirenti che il colpo fosse partito proprio da quell’aula della Sapienza. Da quel primo pallidissimo indizio, che sbiadì ulteriormente nel corso del processo, sarebbero seguiti tutti gli altri errori, e con mezzi non sempre irreprensibili si arrivò a una ricostruzione dei fatti che ripugnava al buon senso e alla logica – e che purtroppo non ripugnò altrettanto alle corti che dovettero giudicarla. Quel che è più grave, sotto la valanga, nella neve alta (mista a molto fango), finirono due che non c’entravano nulla, e la cui unica consolazione è di figurare oggi nei manuali dell’errore giudiziario, tra l’affaire Dreyfus e la Colonna infame. Ma diversamente dalle valanghe, a secondare e ingigantire l’errore non è la fatale inclinazione di un pendio, sono le azioni e le scelte di uomini nel cui potere era di scegliere e agire diversamente. La stessa definizione di errore, a ben vedere, è impropria. “L’errore è nel vagare sulla verità senza riuscire a scorgerla, nel mancare dei princìpi, delle regole, degli strumenti che consentono di scorgerla”, scriveva Leonardo Sciascia nella prefazione a un libro uscito alla vigilia del “referendum Tortora” sulla responsabilità civile dei magistrati; “ma quando i princìpi ci sono, le regole si conoscono e di strumenti si dispone, di errore non si può più parlare: vuol dire, semplicemente, che dei princìpi non si vuole tener conto, le regole non si vogliono applicare, gli strumenti non si vogliono usare”. Leggi il seguito di questo post »

Written by Guido

giugno 22, 2011 at 6:25 pm