Archive for luglio 2014
Rituali di degradazione, da Cusani a Ruby
Il motto di Oscar Wilde – “Non leggo mai un libro che devo recensire, per non farmi influenzare” – si presta bene anche ad alcuni processi. Per parte mia, ignoro tutto l’ignorabile del processo Ruby e del bis e del ter, non ho letto una riga delle carte, non mi aspetto un bel niente dalle motivazioni e tutto sommato do poco peso alle alterne sentenze, che equivalgono spesso al rigirare la carne sulla griglia a metà cottura (la bistecca essendo l’imputato); ma si tratta di un’ignoranza deliberata, metodologica, programmatica. Tutto quel che mi serviva sapere della vicenda è racchiuso in un delizioso quadretto allegorico che nessuno si è dato ancora la pena di studiare nelle sue mille implicazioni, nei suoi mille sottintesi: la pubblica abiura di Lele Mora, che per compiacere i giudici adottò nelle sue dichiarazioni spontanee gli ipsissima verba degli editoriali di Repubblica – dismisura, abuso di potere, degrado, “tre parole che ho letto sui giornali e che condivido”. E che altro c’era da fare, se non l’infinita esegesi di questa singola scena? Appare chiaro che, in casi come questo, ciò che accade nelle aule di tribunale e si deposita negli atti non è che un piccolo segmento di un rituale più vasto, per il quale dobbiamo ancora trovare un nome, o all’occorrenza ripescarne uno antico. Un libro fantasma può essere d’aiuto. Leggi il seguito di questo post »
Come divenni anarchico giocando a Monopoly
Perdere una partita a Monopoly contro dei bimbi agguerritissimi e spietati che non sanno nulla di mercato immobiliare ma che dimostrano comunque di saperci fare più di te può essere istruttivo; specie quando un lancio di dadi sfortunato ti porta dritto dritto in prigione. Passi un turno, due turni a fissare le mosche sul soffitto della cella, finalmente ne esci, ma ecco che dal mazzo degli Imprevisti peschi la carta sbagliata e torni difilato dietro le sbarre. Non lo avresti mai detto, ma sei tecnicamente un recidivo. E mentre appassisci nella tua casella di cinque centimetri per cinque cominci a covare un pericoloso risentimento verso quei marmocchi con il senso degli affari che nel frattempo riscuotono le rendite dei loro lussuosi alberghi a Parco della Vittoria. Ti guardano con virtuosa sarcastica indignazione, sghignazzano tra di loro i pusillanimi, e tu che ti credevi una persona tranquilla ti scopri a pensare: sapete che vi dico? Ora mando all’aria il tabellone, e vediamo chi ride ultimo. Leggi il seguito di questo post »
Il suicidio come una delle Belle arti
Che il suicidio sia la sola questione filosofica seria, dove si decide in ultimo se valga o meno la pena vivere, è il grande abbaglio di Albert Camus. Una volta venuti al mondo, per chi sia visitato dal sentimento dell’assurdo uccidersi dovrebbe essere un affare tutto sommato marginale, una bazzecola dentro quella bazzecola cosmica che è l’esistenza, forse perfino un numero comico di congedo. Se l’inconveniente è esser nati, diceva quel chiacchierone molesto di Cioran, se ne deduce che ci si uccide sempre troppo tardi. A rigore, dunque, la questione filosofica di Camus dovrebbe riguardare l’atto di generare, la perpetuazione della vita, o meglio l’iscrizione coatta di marmocchi incolpevoli a un gioco le cui regole sono così crudeli che qualunque genitore premuroso vieterebbe ai figli di parteciparvi, una volta nati – e questo è un bel serpente che si morde la coda: “Ti proibisco di andare al corso di bungee jumping, figliolo”; “E proprio tu me lo dici? Ma lo vedi a che razza di gioco mi hai iscritto?”. Leggi il seguito di questo post »


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