Teologia dell’elettricità
Si entra nel gran salone del Musée d’Art Moderne a Parigi dove è ospitato La fée electricité, l’affresco commissionato a Raoul Dufy per l’Esposizione Universale del 1937, ed è come essere ammessi a un cocktail party allegorico gremito di dèi dell’Olimpo, sapienti di ogni epoca, capitani d’industria e uomini di scienza. C’è perfino un’orchestra sinfonica, che offre a Dufy l’occasione per dipingere i suoi consueti violini e violoncelli. La fata che accoglie il visitatore e che dà il titolo all’opera è la mitologica Iris, figlia di Elettra, la messaggera degli dèi che porta a volo le sue ambasciate lasciandosi alle spalle la traccia dell’arcobaleno. E la scena, in effetti, è quella di un duello geloso tra cielo e terra, tra immortali e mortali: la folgore elettrica che irraggia dal pannello centrale è contesa tra Zeus, il dio tonante, e gli impianti della centrale di Vitry-sur-Seine, effigiati in basso; ma è a questi ultimi che spetta la palma, è alla loro industriosità prometeica, o faustiana, che si deve lo scoccare di quel lampo violaceo. Appena a destra, nella compagnia degli ospiti d’onore che comprende Ampère, Ohm, Watt e Volta, si vede appunto l’autore del Faust, Johann Wolfgang Goethe. Tiene tra le mani un foglio con una citazione da una delle sue lettere, dove annuncia che d’ora in poi si volgerà agli artigiani, studierà la chimica e la meccanica, perché l’età del Bello è tramontata e i nostri tempi sono chiamati a far fronte alla necessità e alla miseria. La sapienza scientifica, tecnica e industriale è così celebrata da Dufy a maggior gloria del committente, la Compagnie parisienne de Distribution d’Electricité. Gli uomini hanno rubato il fuoco elettrico agli dèi, hanno imbrigliato la sua potenza e ora la mettono al servizio della civiltà.
Teologia dell’elettricità, Ernst Benz, prefazione di Guido Vitiello, Medusa edizioni, 2013, 128 pagine
Oltre il senso del limite. Giovani e giochi pericolosi
Sembra maturata, negli ultimi anni, l’idea che i giovani abbiano deciso di dedicare il loro tempo libero a inseguire la più recente moda in fatto di giochi pericolosi. A cadenza periodica, assistiamo all’invasione di servizi giornalistici che raccontano – tra condanna morale e curiosità folkloristica – gli orientamenti estremi più in voga tra gli adolescenti di tutto il mondo, dagli Stati Uniti all’Indonesia. Le immagini e i resoconti di pratiche come balconing, choking game, eyeballing o ghost riding si mescolano così entro uno stesso calderone, dove spasso e azzardo si confondono, divertimento e disagio si sovrappongono e i giovani appaiono, contemporaneamente, vittime e carnefici delle più folli tendenze del momento.
Tuttavia il gioco pericoloso non è il semplice frutto di incoscienza o ignoranza del pericolo, né può essere relegato alla sola sfera del malessere o, peggio ancora, del comportamento patologico. Al contrario, rappresenta l’ultima declinazione di un linguaggio del rischio a cui gli adolescenti sembrano attingere per reclamare quelle esigenze personali e collettive che la società non è più in grado di garantire. Bere compulsivamente, sdraiarsi sotto un treno o saltare dal balcone di un hotel sono condotte che rinviano a dimensioni poco considerate dalla ricerca sociale, come il legame tra pericolo e piacere, abiezione e trasgressione, evasione e routine, autocontrollo e desiderio di superamento del sé.
Considerato in questi termini, il rischio giovanile diviene una risorsa per esprimere se stessi, per rafforzare la coesione e l’appartenenza a un gruppo, per affermare il proprio ideale di stile, gusto, consumo e svago collettivo.
Oltre il senso del limite. Giovani e giochi pericolosi, a cura di Valeria Giordano, Manolo Farci, Paola Panarese, Franco Angeli, 2013, 160 pagine. Nel volume c’è il mio saggio La vertigine e l’iniziazione. Congetture spericolate su giochi spericolati (pp. 107-116)
Tempo di fiction. Il racconto televisivo in divenire
Nella varietà delle formule, dei generi e delle estetiche in cui si rende disponibile alla fruizione dei pubblici – dallo sceneggiato degli anni cinquanta alle web-series degli anni duemila – il racconto televisivo continua a intrigare, appassionare, a far vibrare corde emotive. È sempre tempo di fiction. Il segreto di questa continuità è nella capacità metamorfica delle forme narrative, nella plastica mutevolezza con cui linguaggi e immaginari seriali si rimodellano interagendo con le tendenze di cambiamento proprie di ogni fase evolutiva della televisione e del più vasto ambiente mediale. Oggi, nel tempo della convergenza digitale, trasformazioni significative attraversano il campo della fiction tv, aprendo la strada a nuove forme di creatività e nuove modalità di offerta e di consumo. I saggi contenuti nel volume si propongono di cogliere e di restituire analiticamente, riflessivamente, questa doppia articolazione del racconto televisivo: sempre presente e sempre in divenire.
Tempo di fiction. Il racconto televisivo in divenire, a cura di Milly Buonanno, Liguori Editore, 2013, 172 pagine. Nel volume c’è il mio saggio Storie ingarbugliate. Dai mind-game film alle «fiction totali» (pp. 145-156)
In nome della legge. La giustizia nel cinema italiano
Enzo Tortora suggerì per scherzo di proibire, in Italia, i telefilm di Perry Mason, perché lo spettatore rischiava di farsi un’idea del tutto irreale della giustizia. La battuta coglieva un aspetto decisivo: il processo americano si presta assai meglio del nostro alla messinscena cinematografica, tanto da aver dato vita a generi giudiziari come il courtroom drama e il legal thriller. E in Italia? Che caratteristiche ha il nostro cinema giudiziario? In che modo ha fatto i conti con le evoluzioni del rito processuale, della figura pubblica del magistrato, dei rapporti tra giustizia e società? Com’è cambiata la rappresentazione del mondo della legge e dei suoi protagonisti – giudici, avvocati, imputati? A vent’anni da Mani Pulite, il libro tenta di rispondere a queste domande. I saggi qui raccolti indagano generi e stagioni del nostro cinema (la commedia, il cinema politico, il poliziottesco), autori cruciali come Damiano Damiani, eroi del nostro immaginario come il giudice antimafia, senza trascurare la fiction televisiva, i formati giornalistici di spettacolarizzazione della cronaca nera, le metamorfosi della letteratura giudiziaria.
Con saggi di: Milly Buonanno, Giovanni Damele, Giovambattista Fatelli, Anton Giulio Mancino, Andrea Minuz, Andrea Pergolari, Alessandro Perissinotto, Isabella Pezzini, Christian Ruggiero, Guido Vitiello.
In nome della legge. La giustizia nel cinema italiano, a cura di Guido Vitiello, Rubbettino, 2013, 178 pagine
La Shoah nel cinema italiano
Nel 2013 l’Italia non ha ancora un museo della Shoah. Nonostante i ripetuti proclami della politica, manca tuttora un’istituzione nazionale che, al pari di quel che avviene nel resto d’Europa, racconti attraverso la lente d’ingrandimento delle vicende italiane la storia dello sterminio degli ebrei d’Europa. La memoria, nel nostro paese, ha seguito altre vie, molte delle quali sono passate per la narrazione cinematografica. I saggi che compongono il secondo numero di «Cinema e Storia» si interrogano sul ruolo svolto dal cinema e dalla televisione, coprendo un arco che va dai primi film e documentari, oggi pressoché sconosciuti, ai successi internazionali come La vita è bella, dalla ricezione dei grandi film americani, come Schindler’s List, ai meno studiati generi “autoctoni” come quello che ha mescolato, fin dagli anni Settanta, erotismo e nazismo. Forme del racconto eterogenee che hanno attraversato la cultura italiana e che, di volta in volta, hanno intrecciato il discorso sulla Shoah ai grandi nodi della rimozione collettiva, dell’antifascismo, dell’identità cattolica, dei persistenti fantasmi dell’eredità mussoliniana.
Con saggi di: Marcello Pezzetti, Andrea Minuz, Emiliano Perra, Giacomo Lichtner, Guido Vitiello, Claudio Gaetani, Claudio Bisoni, Ivana Margarese, Claudia Hassan, Robert Gordon, Damiano Garofalo.
La Shoah nel cinema italiano, a cura di Andrea Minuz e Guido Vitiello, «Cinema e Storia», Rubbettino, 2013, 224 pagine
La giustizia con le figurine
La scheda di Pietro Grasso sul sito ufficiale della Nazionale Italiana Magistrati lo descrive come “un centrocampista tatticamente molto attento”, e conoscendo il personaggio non si fatica a crederlo. Gian Carlo Caselli, il suo storico rivale nella corsa per la Superprocura, figura invece – avevate dubbi? – nel ruolo di centravanti di sfondamento. Il fantasista Antonio Ingroia non risulta tra i convocati, e non ce la sentiamo di biasimare il ct: tra dribbling inconcludenti (“non sto facendo un passo indietro, ma un passo di lato”) e imprecazioni lanciate all’arbitro, il pm della trattativa finirebbe per cincischiare davanti alla porta (“devo ancora decidere se tirare o non tirare”) o per farsi parare un rigore da Totò Riina. Non che ci sia una corrispondenza stretta tra tattiche processuali e tattiche di gioco, o tra correnti dell’Anm e schieramenti in campo nella Nim, ma la metafora calcistica torna utile via via che la campagna elettorale della stagione 2012-2013 comincia a prendere l’inedito aspetto di un “derby del cuore” tra magistrati. Ogni forza politica, a turno, pesca il suo straniero in toga, come nelle partitelle tra ragazzini. Tu hai Ingroia? E io mi prendo Stefano Dambruoso. Ah sì? E allora io scelgo Grasso. Alla fine tutti hanno il loro magistrato da tenere in panchina per il ministero della Giustizia, e vince chi mette in campo il più forte. Il Pd, con Grasso, ha fatto il colpaccio. Leggi il seguito di questo post »
Le confessioni secolarizzate
La confessione è un genere letterario? Sì, ma lo diventa solo al termine di una lunga secolarizzazione. Tutto comincia, a sentire María Zambrano, con Giobbe, il giusto che lamenta le sue sventure in prima persona. Dall’erosione di quell’antico ghiacciaio biblico la confessione, con Sant’Agostino, prende corso e figura di fiume e scorre, allontanandosi via via dalla sua fonte religiosa, fino alle Confessioni di Rousseau, per sfociare infine nei romanzi di Proust o di Joyce. Questa, pressappoco, la linea tracciata nel saggio La confessione come genere letterario. Letterario, ma fino a un certo punto: ogni confessione, dice Zambrano, è parlata anche quando è scritta, aspira a essere parola pronunciata a viva voz. Parola, vorremmo aggiungere, bisbigliata in un ipotetico confessionale dove al di qua della grata siede il lettore-sacerdote, che dispensa indulgenze e assoluzioni.
Molto si è scritto, dai tempi di María Zambrano, sulla laicizzazione della confessione che diventa diario, memoriale, romanzo e da qualche tempo anche un ricco filone editoriale (dalle Confessioni di un sicario dell’economia alle Confessioni di una groupie, passando per decine d’altri titoli). Un po’ meno si è ragionato sulle metamorfosi laiche del confessionale, l’arredo liturgico semplice e ingegnoso che il cardinal Borromeo diffuse nella Milano della Controriforma, con quella lastra di metallo traforata che consente di dire cose terribili senza esser visti, e quei tendaggi che proteggono la penombra di un rituale che non è pubblico ma che non è neppure del tutto privato, e che anzi tra pubblico e privato, tra istituzione e coscienza, consente i commerci più vari. Continua a leggere su La Lettura.
Delenda Jolanda
La pagina 69 di Madama Sbatterflay di Luciana Littizzetto. Come sempre, su Internazionale.
Più Sciascia, meno Pasolini
Io non so come Pasolini intendesse il suo «Io so». Ma dietro quella cupa requisitoria, quasi intonata a litania, mi piace immaginare una segreta risata: la risata di chi sta calando in tavola la carta del supremo bluff poetico, la folle millanteria di un barone di Münchhausen che si è afferrato da solo per il codino e si è issato sul tetto del Palazzo per accusarne dall’alto gli inquilini. Io so i nomi dei mandanti delle stragi, annunciava Pasolini in quel suo articolo sul «Corriere della Sera» del novembre 1974. Io so perché sono un intellettuale che restaura la logica dove regnano l’arbitrarietà, la follia e il mistero. Ma non ho le prove, neppure un indizio.
Che vi fosse o meno, in quel temerario impancarsi a giudice, una goccia di goliardia, di certo è evaporata senza residui via via che il suo gesto poetico e civile è diventato prima modello serioso da imitare, poi maniera da scimmiottare, infine posa da ostentare. Dall’«Io so e ho le prove» di Roberto Saviano in Gomorra, passando per l’«Io so» nazional-dietrologico di Walter Veltroni, per l’«Io non so se so» di Antonio Tabucchi e per l’«Io so» in piazza di Sonia Alfano, si è arrivati al capolinea dell’Io so di Antonio Ingroia, titolo del suo libro-intervista sulla presunta trattativa Stato-mafia. Continua a leggere su La Lettura.
La Costituzione nel paese del melodramma
Se il comico è “avvertimento del contrario”, se nasce dallo stridore percepito tra la forma e la sostanza delle cose, allora sì, la Costituzione della Repubblica italiana è un grande tema comico. Non sarà un caso se La Costituzione di carta del giornalista-giurista Mario D’Antonio aveva in copertina il “Popolano in maschera” del pittore verista Vincenzo Irolli: un Arlecchino che tiene in mano un libretto e lo scruta con espressione tra smagata e perplessa. Esiste la Costituzione, si chiedeva D’Antonio nel trentennale del 1977? Così ampio gli appariva il fossato tra quella Carta omaggiata a parole e il concreto funzionamento dello Stato, da doverne concludere che no, la nostra è una “Costituzione inesistente”, né più né meno del cavaliere di Calvino.
Sullo scollamento tra i principi enunciati nella Carta e il mondo extra-cartaceo in cui sono accampati da decenni i poteri italiani, su questo quotidiano avvertimento del contrario, si potrebbe dunque allestire un magnifico spettacolo pirandelliano. Il guaio è che Roberto Benigni non è o non è più un attore comico, e neppure umoristico: è l’ultimo rampollo del “paese del melodramma”, per usare la vecchia formula di Barilli. Qui la dissonanza comica tra la vita e il diritto si smorza e tace, avvolta nel manto della bellezza che tutto sovrasta e tutto assolve. “La più bella del mondo” si chiama lo show di Benigni sui primi dodici articoli della Costituzione che Rai Uno manderà in onda il 17 dicembre, e vien da pensare a quella scena di Divorzio all’italiana di Germi in cui l’avvocato difensore incanta il tribunale con parole alate, e l’uditorio è a bocca aperta mentre partono le note di una musica che ricorda il preludio della Traviata, e buonanotte al diritto, alle forme e alla verità. La bellezza vincit omnia. Leggi il seguito di questo post »

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