Guido Vitiello

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Nell’incontro di wrestling tra teofili e teofobi fate arbitrare Girard

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Sono tempi magri, per il dialogo tra credenti e non credenti. Certo, non a tutte le generazioni tocca in sorte di veder battagliare, come nei primi secoli cristiani, Origene contro Celso o Giustino contro Crescente. Di Feuerbach o di Nietzsche ne nasce – è il caso di dirlo – uno ogni morte di papa, e sull’altro fronte non è che la mamma dei Kierkegaard sia sempre incinta. Ormai il grande duello pubblico sulle cose ultime ricorda quel vecchio sketch dei Monty Python in cui un monsignore e un filosofo si disputano l’esistenza di Dio in un incontro di wrestling. E così (salvo eccezioni) si dividono il ring certi energumeni dell’apologetica che brandiscono come una clava l’ideale ottocentesco di una cristianità alla Chateaubriand e degli atei da baraccone, indistinguibili dai telepredicatori, che illustrano – magari con l’ausilio di un Power Point – i cinque semplici motivi per cui la religione è una truffa. Spesso poi, dopo l’11 settembre, la materia del contendere è il nesso tra religione e violenza: i primi ti dicono che, accantonando Dio, gli uomini finiscono per scannarsi a vicenda; i secondi ribattono che è proprio Dio l’istigatore a delinquere che insinua nelle anime semplici il germe della violenza, e vagheggiano un paganesimo tollerante o una fraternità umana affrancata dal Grande Barbuto. Leggi il seguito di questo post »

La scrittura o la vita. Il grande viaggio di Semprún

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La scrittura o la vita. Sembra un dilemma ozioso da letterati o da esteti, tra un Mallarmé per il quale tutto ciò che esiste è destinato a finire in un libro e un Rimbaud che volta le spalle allo scrittoio e si lancia a trafficare armi in Abissinia. Ma per chi abbia attraversato l’universo concentrazionario e i suoi campi, la scelta tra la scrittura e la vita può caricarsi di ben altra pena, di ben altro rovello. Papavero e memoria, Mohn und Gedächtnis, per usare i termini di Paul Celan: il fiore dell’oblio e la fedeltà interiore a una vicenda così terribile che, se vi s’indulge troppo nei pensieri e nei sogni, impedisce il corso normale della vita. A Jorge Semprún, scampato a Buchenwald, il dilemma si manifestò con evidenza inaggirabile presso la tomba del poeta spagnolo César Vallejo, nel cimitero di Montparnasse: “Io non possiedo altro che la mia morte, che l’esperienza della mia morte, per dire la mia vita, per esprimerla, portarla avanti”, raccontò in La scrittura o la vita, pubblicato in Francia nel 1994. “Bisogna che costruisca della vita con tutta questa morte. E il modo migliore per riuscirvi è la scrittura. Ma la scrittura mi riconduce alla morte, mi rinchiude in essa asfissiandomi”. Leggi il seguito di questo post »

Edicole votive. Sulla lettura del giornale

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È celebre l’aforisma di Hegel secondo cui la lettura del giornale è la preghiera mattutina dell’uomo moderno. Egli più esattamente parla di una forma di preghiera realistica (eine Art von realistischem Morgensegen), rivolta – non si sa bene a chi – nella speranza di dare forma e ordine, per un giorno almeno, al caos del mondo.

Celebre è l’aforisma, certo, ma il naturale corollario tuttora manca: in breve, abbiamo la preghiera ma non il trattato di orazione, nessuno che ci insegni con quale disposizione di spirito praticare il quotidiano atto di pietà.

Dunque siamo costretti a cercarci da soli i nostri Loyola e i nostri Molinos. Per parte mia, mi affido alle Didascalie per la lettura di un giornale di Valerio Magrelli e alla raccolta di Fatti inquietanti di J. Rodolfo Wilcock. Sono due modi – simmetrici, ma in ultimo convergenti – di leggere i giornali scartando senza indugi e ripensamenti la meschina categoria dell'”attualità”. Mi riprometto di tornar presto a parlarne.

Il consiglio preliminare a ogni esercizio devozionale in materia di gazzette, tuttavia, è in questa pagina di Giuseppe Rensi, che potremmo chiamare filosofo stoico se volessimo proprio chiamarlo in qualche modo (e non vogliamo). Leggi il seguito di questo post »

Written by Guido

ottobre 18, 2010 at 1:12 pm