Archive for the ‘Mani bucate’ Category
I pentiti salveranno il cinema italiano

Dimenticatevi di Franceschini, di Rutelli e della nuova legge sul cinema; e dimenticatevi pure di Rosy Bindi che va a giocare al dottore con Totò Riina nel carcere di Parma: ho una proposta serissima per salvare, in un colpo solo, il cinema italiano e il diritto dei detenuti a un trattamento conforme al senso di umanità. In breve, si tratterebbe di affiancare a ogni squadra di sceneggiatori un pentito di mafia, secondo lo schema sperimentato da Woody Allen in Pallottole su Broadway, quel film dove un sicario mafioso scopriva in sé un grande talento teatrale e stravolgeva, fino a riscriverlo per intero, il copione di un drammaturgo mediocre. Leggi il seguito di questo post »
Elogio del conflicto de interés

“Libertà è solo un altro modo per dire che non hai più nulla da perdere”, diceva una vecchia canzone di Kris Kristofferson, ed è possibile che sia una grande verità esistenziale; ma quando si tratta di politica e di arte del governo, la prudenza mi suggerisce di preferire all’autorità di un cantante country texano quella di un gesuita spagnolo del Seicento. “Non mescolarsi con chi non ha nulla da perdere”, ammoniva Baltasar Gracián in un aforisma dell’Oráculo manual (1647), e chiosava così: “Sarebbe infatti misurarsi in lotta inuguale. L’avversario si fa avanti baldanzoso, perché ha perduto persino il pudore; ha dato fondo a ogni cosa e non ha più niente da perdere: così si butta a corpo perduto in qualunque assurdità”. I proletari al tempo di Marx ed Engels avevano almeno da perdere le loro catene; ma già Hitler poteva annunciare: “È facile per noi prendere decisioni: non abbiamo nulla da perdere, tutto da guadagnare” – e pochi giorni dopo invadere la Polonia. Leggi il seguito di questo post »
Facce da tramandare ai posteri

“Come tramandare ai posteri la faccia di F. quando è in divisa da gerarca e scende dall’automobile?”. Libri, giornali, documenti d’ogni sorta non basteranno agli storici futuri per capire quel che ci è accaduto, annotava Leo Longanesi nel giugno del 1938. Anche oggi, ottant’anni dopo, lo spirito del tempo preferisce rintanarsi nei dettagli, ma questi dettagli perlomeno è un po’ più facile immortalarli. Potremo senza fatica tramandare ai posteri la faccia di Paolo Mieli quando, dieci giorni dopo le elezioni del 2013, si ritrovò in uno studio televisivo a cospetto di Emiliano Martino, il “cappellaio matto” dei grillini. Ne conservo in archivio un fotogramma: Mieli si era portato entrambe le mani sul volto a coprirsi la bocca, in segno di disperazione incredula e di sgomento, un gesto dall’antica tradizione iconografica che dall’Adamo di Masaccio cacciato dall’Eden arriva a Roberto Baggio dopo il rigore con il Brasile. Nessuno avrebbe potuto riconoscerlo l’estate scorsa al festival di Spoleto quando, ospitando con ogni onore il meno pittoresco ma non meno surreale Luigi Di Maio, aveva ripreso la sua solita flemma di Buddha sornione. Leggi il seguito di questo post »
V-Day. Rettiliani di lotta e di governo

La grande anima di Diderot mi perdonerà se ripristino, per un giorno, l’usanza barbara delle vocazioni forzate; ma ho deciso di imporre i voti dell’Ordine dei frati weimariani a Federico Gnech – polemista arguto e un po’ malmostoso che scrive sulla rivista Gli Stati Generali – per via di un suo intervento del 10 maggio, La svastica sul web. Il titolo echeggia il romanzo ucronico di Philip K. Dick in cui nazisti e giapponesi vincono la guerra, La svastica sul sole. Ma farei un torto a frate Gnech a voler comprimere in poche frasi le sue tesi sul nuovo fascismo della Rete; mi limito a far mia la sua premessa maggiore: in tempi estremi, capita che l’immaginazione degli scrittori di fantascienza serva meglio della ragionevolezza degli analisti politici. Leggi il seguito di questo post »
Un puffo vale un puffo. Fantasy e politica

La vita ideale di Martin Heidegger non doveva esser poi così diversa da quella del puffo medio. Una capanna bianca nella Foresta Nera, così piccina da sembrare un fungo; vita schietta, salubre, in Lederhosen ascellari e cappello alpino; un idillio campestre piccoloborghese come rifugio dalla metropoli violentata dalla Tecnica. Non per nulla il saggista francese Antoine Buéno si divertì a descrivere i puffi come una comunità organica ispirata al modello nazista, che ha per nemico giurato quella caricatura antisemita di Gargamella, mago nero dal naso adunco ossessionato dall’oro e con al seguito un gatto dal sospetto nome di Azrael. Da bambino mi piacevano i puffi, ma non tanto da farmi piacere Heidegger da grande; e soprattutto, sono piuttosto tranquillo finché qualcuno non fonderà un movimento totalitario ecologista ispirato alle colonie di case-fungo, magari alimentate dai pannelli solari.
Cosa c’è nella nebbia in Val Padana?

Cosa c’è nella nebbia in Val Padana? La domanda di Cochi e Renato si ripresenta a tutti i grandi tornanti della storia della Repubblica, che è bene chiamare tornanti per la loro esasperante tendenza al ricorso. È una domanda che risuona, ostinata come un ritornello, ogni volta che una borghesia sotto sotto irresponsabile, esteriormente contegnosa quanto intimamente spericolata, si accanisce a pigiare sul pedale del qualunquismo e imbocca a tutta velocità la via del suicidio civile. Si dirà che lassù la visibilità non è delle migliori, e che anche una classe dirigente che avesse tutte le patenti in regola rischierebbe di sbandare. Come cantavano Cochi e Renato, in quella nebbia ci son cose che non ci credi nemmeno se le vedi – “a parte il fatto che non le vedi”; e se rimani intrappolato dentro, s’incasina la mentalità. Leggi il seguito di questo post »
Pseudomnesie di un cinefilo

Ci fosse stato a Roma un cinema come il Brady, la mia adolescenza stralunata sarebbe stata forse meno solitaria. Al Brady di Parigi, negli anni Settanta, poteva capitare di imbattersi in rassegne tematiche dove Monica e il desiderio di Bergman era abbinato a Distruggete Frankenstein!, saltando con naturalezza dalla serie A alla serie Z. Qui era tutto più faticoso. Ricordo il pellegrinaggio notturno (tre autobus diversi) che dovetti fare, quindicenne, per raggiungere un cineclub in periferia dove proiettavano La Soufrière di Herzog. Per metter mano su film come Non si sevizia un paperino di Fulci, invece, l’unica via era ricorrere a oscuri contrabbandi con amici di amici che potevano procurarti di straforo una videocassetta duplicata. Colpo rovente, un bizzarro poliziesco psichedelico dove Carmelo Bene faceva una particina come sicario, lo trovai solo in una costosissima copia sottotitolata in greco moderno. Soprattutto, non c’era modo di condividere queste passioni troppo alte o troppo basse, simmetricamente snob: il mio ricordo meno solitario è una ferale proiezione pomeridiana (quasi quattro ore) di Intolerance di Griffith all’Azzurro Méliès, un cineclub di Prati, quando mi trovai in sala tra un ometto dall’aria losca con la giacca a quadri che scriveva freneticamente su un taccuino e una coppia di pallidissimi dark avvinghiati. Leggi il seguito di questo post »
Chiamata alle armi per una nuova guerriglia semiologica (Mani bucate, 37)

L’obbligo per i sudditi di abbracciare la fede del sovrano – cuius regio eius religio, pace di Augusta, 1555 – vale tuttora per certi giornali. Se non per la linea politica, quanto meno per lo stile, diciamo pure per le formule liturgiche; ed è una conversione più profonda e insidiosa. Infallibilmente, chi comincia a scrivere per il Fatto Quotidiano finisce per scrivere male, scimmiottando quella maniera pedestre da Fortebraccio del Bagaglino di cui va così fiero il direttore. Questo pensavo leggendo l’altro ieri il commento sarcastico di Silvia Truzzi al discorso di Luciano Violante a Pisa, che fin dalla prima frase accordava il suo strumento su quello del principe regnante della testata: “Più che un participio, una certezza” – omaggio ai mille corsivi di Travaglio dove Violante è chiamato “il noto participio presente” o “voce del verbo violare”. L’ultimo è proprio di ieri: “Violare, violando, Violante”. Leggi il seguito di questo post »
La Repubblica dei Procuratori (Mani bucate, 36)

Il 26 gennaio, inaugurazione dell’anno giudiziario, sembrò a qualcuno che dalle toghe bordate di ermellino irraggiasse una solennità insolitamente sinistra. Non si trattava solo di rifondare ritualmente il tempo ciclico del calendario delle udienze: stavolta si celebrava il passaggio a un nuovo eone. Claudio Petruccioli, in quel tono semiserio di ludendo docere che hanno spesso i migliori commentatori su Twitter, ne parlò come di un evento di importanza storica, di quelli che meritano una trafila di maiuscole: “È L’ANNO PRIMO DELLA REPUBBLICA GIUDIZIARIA”. Leggi il seguito di questo post »
Da questa parte per la Mitteleuropa. Wilder contro Kubrick (Mani bucate, 35)

C’è una Mitteleuropa di sogno, più vicina alla Perla di Kubin che alla Kakania di Musil, che si può raggiungere solo alla cieca, come in quel gioco di fine Ottocento – che ancora sopravvive nelle feste dei bambini – dove si tenta, bendati, di appuntare una coda a un mulo di cartone. Non speri di piantarci mai la sua bandiera chi si affatica a studiarne la mappa con occhi sgranati. Per Eyes Wide Shut, Kubrick scelse la via più turistica: prese la Vienna della Traumnovelle di Schnitzler, la imballò e la traslocò nella New York degli anni Novanta, con gesto meno vistoso, ma forse non meno pacchiano, dell’impresario che ricrea i canali di Venezia in un hotel di Las Vegas. Arbasino gli dedicò, all’epoca, qualche pagina di smagliante ferocia. Le scappatelle simmetriche degli sposini Cruise e Kidman – “un profilo di tucano e una faccetta meno espressiva del suo culo” – lui catturato in un bunga bunga wagneriano, lei in un incubo orgiastico piagnone, erano destinate a rientrare nell’angolo-cottura; e la ruvida battuta finale (“C’è una cosa molto importante che noi dobbiamo fare prima possibile: scopare”) era assimilata da Arbasino alla saggezza della nonna – “un purgantino o un clisterino risolvono tutto, purché sia salvo il sacramento del Matrimonio”. Leggi il seguito di questo post »
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