Susanna Tamaro a Norimberga. Una telegrafica pagina 69
Curando una rubrica di critica militare, o meglio marziale, devo cercare i miei precedenti e le mie fonti d’ispirazione non già nelle riviste letterarie ma nella cronaca delle pubbliche esecuzioni.
Prendiamo il caso di Hermann Göring. Condannato a morte per impiccagione, il maresciallo del Reich chiese di essere fucilato, ma il tribunale di Norimberga non gli accordò questo privilegio. Così, attorno alle mezzanotte del 15 ottobre 1946, poco prima che avessero inizio le esecuzioni, Göring si uccise inghiottendo una capsula di cianuro. Le autorità alleate, però, decisero di impiccare ugualmente il suo cadavere. Un atto simbolico doveroso davanti agli occhi del mondo o una maramalderia dei vincitori che era possibile evitare?
Ecco, mutatis mutandis, il plotone di pagina 69 deve affrontare un dilemma simile quando gli compare davanti il nuovo romanzo di Susanna Tamaro, Per sempre, appena pubblicato da Giunti. Leggete anche voi, e considerate la mia situazione. Leggi il seguito di questo post »
L’Arcano Pontefice. Quasi un thriller esoterico
Canovaccio di un thriller esoterico ambientato nei sotterranei del Vaticano, ad uso dello scrittore ribaldo in cerca di fortuna. Il processo canonico del beato Giovanni Paolo II fila spedito, fin troppo si direbbe, e si è a un passo dalla dichiarazione di santità. L’avvocato del diavolo, che ha l’ingrato ufficio di frugare il curriculum del canonizzando per coglierlo in flagranza di peccato o d’eresia, da mesi ormai si macera nella noia: tolta qualche lettera di fuoco dal Sudamerica per l’incresciosa vicenda del monsignor Romero, un esagitato dossier dei lefebvriani e un faldone d’illeggibili documenti sull’affaire Marcinkus, non trova materia per comporre le sue animadversiones. Finché, in un giorno assolato, il nostro sbadigliante advocatus diaboli, ormai fiaccato dal demone meridiano dell’accidia, riceve una busta anonima con un vecchio ritaglio di giornale: una fotografia un poco sgranata dove Wojtyla appare seduto a una scrivania con davanti qualche foglio, un microfono, una pila di libri. Leggi il seguito di questo post »
Una casetta piccolina in Cornovà. La sit-com di Tristano e Isotta
Esperimento mentale crudele: si provi a immaginare una sit-com sulla vita coniugale di Tristano e Isotta, che scampati ai fulmini di Re Marco si avviano a condividere una vecchiaia tranquilla e tutt’al più un poco bizzosa. La scena: un cottage in Cornovaglia. Il cavaliere è un gentiluomo bolso e sonnacchioso che, placato lo zio, non vuol più saperne d’avventure; la principessa, una lentigginosa signorotta irlandese che si dedica ai fiori e ai gatti del giardino in compagnia dell’ancella Brangania, che è oramai una centoduenne rimbambita. Ecco, con questo quadretto in mente sarà più facile accogliere l’affermazione, invero un po’ spavalda, che Denis de Rougemont lasciava cadere nella prima pagina del suo grande libro del 1939, L’Amore e l’Occidente: “L’amore felice non ha storia. Romanzi ne ha dati solo l’amore mortale”. Se Tristano e Isotta si appassionano l’uno all’altra – e noi lettori ai loro destini – è proprio perché la via è disseminata di ostacoli e divieti, è proprio perché la principessa, scherzava De Rougemont, non diverrà mai “Madame Tristan”. La tradizione romanzesca è la patria elettiva dell’“amore reciproco infelice”, che si lascia consumare dal suo fuoco fino alla beata estinzione della morte; il demone dell’amour-passion è “il demone stesso del romanzo come piace agli occidentali”. Leggi il seguito di questo post »
Detective bibliofili. “Ne uccide più la penna” di Mario Baudino
«A chi era utile, ormai, Gian dei Brughi? Se ne stava nascosto coi lucciconi agli occhi a leggere romanzi, colpi non ne faceva più, roba non ne procurava». Un brigante che diventa divoratore di libri e smette di delinquere, come il personaggio del Barone rampante di Italo Calvino, questa sì che è una storia edificante. Ma per disgrazia si dà anche il caso contrario, quello di Johann Georg Tinius, pastore protestante vissuto nella seconda metà del Settecento che per soddisfare la sua brama di libri giunse a uccidere a colpi di martello. I libri possono salvare un’anima o dannarla, secondo i casi. E la loro prossimità con il sangue è attestata da un ricchissimo filone della letteratura poliziesca dove sono di scena detective bibliofili, assassini collezionisti di antichi codici, volumi che uccidono o istigano al delitto. Le grandi guide alla letteratura gialla, come il ponderoso Who done it? di Ordean A. Hagen, contemplano sempre la sezione «Libraries». E chi si appassioni al filone potrà imbattersi in titoli bizzarri come The Title is Murder, The Body on Page One, The Gutenberg Murders, The Mystery of the Human Bookcase. Leggi il seguito di questo post »
Il gattopardo di Schrödinger. Alfonso Berardinelli e il romanzo
Dovete avere almeno ottant’anni, una veneranda canizie e magari un Nobel nel curriculum per potervi permettere, come José Saramago nel 2004, di intitolare un romanzo Saggio sulla lucidità senza che l’editore vi sguinzagli contro una muta di Dobermann inferociti. Le cose, infatti, girano per lo più nel verso opposto: voi vi presentate, che so, con sotto braccio il dattiloscritto di un diligente trattato di geologia, e l’editore fa i salti mortali pur di scrivere sulla quarta di copertina che è “un saggio che si legge come un romanzo”; se poi nel vostro trattato si fa menzione della morfologia dei fiordi, la fascetta editoriale aggiungerà “che si divora come un noir scandinavo”. Tutto deve prender forma e figura di romanzo: in hoc signo vinces. Si può dedurne che il romanzo scoppia di salute, che è anzi una minaccia per le altre specie viventi dell’ecosistema letterario. Ma questo smentirebbe il tristo annuncio che sentiamo risuonare, ciclicamente, da tre generazioni: il romanzo è morto (come d’altro canto Dio, l’autore, la modernità e le mezze stagioni). A chi prestare fede? Per parte mia, mi piace pensare che il romanzo sia vivo e morto allo stesso tempo, come il gatto di Schrödinger, protagonista di un celebre paradosso della meccanica quantistica che ogni umanista travisa alla sua maniera, a seconda di quanto siano pallidi e lontani i suoi incontri con la scienza. Leggi il seguito di questo post »
1968. Incubi accademici
“Il movimento studentesco ha posto quattro condizioni al corpo docente in vista del superamento della subordinazione dello studente nel corso dell’esame…”. Da un vecchio 45 giri a cura di Mario Scialoja (Il ’68. Voci e storia di quell’anno incredibile, Editoriale L’Espresso, 1980), suonato sul mio giradischi vintage.
Terrore della concretezza. Le pagine indispensabili/3
«L’idea che si cambi una situazione trovandole un nome nuovo e più gradevole deriva dalla vecchia abitudine americana all’eufemismo, alla circonlocuzione e al disperato annaspare in fatto di galateo, abitudine generata dal timore che la concretezza possa offendere. Ed è un’abitudine tipicamente americana. L’appello al linguaggio politicamente corretto, se trova qualche risposta in Inghilterra, nel resto d’Europa non desta praticamente alcuna eco. In Francia nessuno ha pensato di ribattezzare Pipino il Breve Pépin le Verticalement Défié, né in Spagna i nani di Velázquez danno segno di diventare las gentes pequeñas. E non oso immaginare il caos che nascerebbe se nelle lingue romanze, dove ogni sostantivo è maschile o femminile – e dove per giunta l’organo genitale maschile ha spesso un nome femminile e viceversa (la polla / el coño) -, accademici e burocrati decidessero di buttare a mare i vocaboli di genere definito».
Robert Hughes (1993), La cultura del piagnisteo, Adelphi
Ha visto il montaggio analogico?
Dalla quarta di copertina di Alberto Pezzotta:
Illuminare Pasquale Festa Campanile con Schnitzler e Gozzano, usare Panofsky per analizzare la pseudo-soggettiva di una mosca in Reazione a catena di Mario Bava, leggere Non si sevizia un paperino di Lucio Fulci come il film sulla fine della civiltà contadina che Pasolini non ha mai girato. Tanto fanno, Andrea Pergolari e Guido Vitiello, in questo aureo libretto. Ma non sono cinefili snob o accademici in vena di sfoggio. Il loro scopo, infatti, non è nobilitare i film che amano. Tali film, infatti (da Alla mia cara mamma nel giorno del suo compleanno di Luciano Salce a Gran bollito di Bolognini), non ne hanno bisogno. Sono già nobili. Solo che non se ne è accorto quasi nessuno. I tanti che li hanno apprezzati, spesso, l’hanno fatto con un misto di senso di colpa e di esibizionismo trash (questo sì, snobistico). Pergolari e Vitiello, invece, sono l’anti-trash: non hanno bisogno di fingersi meno intelligenti di quello che sono, di giocare basso per cercare il facile ammiccamento. E mostrano quanto sia ricca e complessa tutta una fetta di cinema italiano a torto considerato “minore”, ma che è semmai medio, popolare e di genere. Un cinema che in parte coincide con la mai abbastanza elogiata commedia all’italiana, sistematicamente denigrata prima dagli ideologi e dai bacchettoni, e dopo dai fan della monnezza. Pergolari e Vitiello, inoltre, non parlano solo di piani-sequenza e montaggi eisensteiniani. In un libro di cinema, trovare citati José Ortega y Gasset o Thomas Mann di fianco al ragionier Ugo Fantozzi, è raro e fa bene. Nella barbarie che ci circonda, occorre essere sanamente démodé e coraggiosamente utopisti.
Lavieri edizioni, 104 pagine, 2011, 11,50 euro


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