Guido Vitiello

Archive for the ‘Libri’ Category

Ricordatevi di Brontolo

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Gongolo, Pisolo, Eolo… Li conti e li riconti, ne manca sempre uno. C’è una connaturata tendenza a ridurre i sette nani a sei. Ma la regola del nano omesso (aristotelicamente, regola del settimo escluso) trova applicazione anche in meno fiabeschi contesti. Si prenda l’ultimo libro di Paolo Rossi, Mangiare (il Mulino), un saggio di storia delle idee su cibo e civiltà. Come tutti i libri di Rossi, documentatissimo, autorevole, spiritoso. C’è un capitolo sugli scioperi della fame, e non manca proprio nessuno: le suffragette inglesi, il Mahatma Gandhi (e ci mancherebbe), Bobby Sands e i militanti dell’Ira, il dissidente cubano Guillermo Farinas, i digiuni nelle carceri turche. Ce n’è anche per l’Italia: lo sciopero della fame a rotazione annunciato nel giugno 2010 da centoventi parlamentari del Pd in difesa dei lavoratori Eutelia. E siamo a sei. Manca nessuno? Gongolo, Pisolo, Eolo… Rossi li conta e li riconta, ma il nome di Pannella proprio non gli viene in mente.

Se è un caso, non è isolato: capita anzi che Pannella sia spesso il settimo nano che manca all’appello. Un altro esempio? Il dibattito sul “corpo del capo”, sul ritorno della fisicità nella politica italiana. Sono usciti fior di saggi che ripercorrono il tema fin dalle antiche teorie della regalità e da I due corpi del re di Ernst Kantorowicz. Vi si discute molto di Berlusconi, dei suoi lifting e del suo priapismo. Si rievoca di conseguenza il priapismo di Mussolini, immortalato dall’impareggiabile Gadda. Si ragiona sulle foto di Moro nel bagagliaio della Renault 4, e su Pasolini, su Padre Pio, sul culto dei santi, sulle reliquie, sulla mummia di Mazzini. Manca nessuno? Gongolo, Pisolo, Eolo… Ancora lui: Marco Pannella. Poco conta che abbia messo il corpo al centro della politica mezzo secolo fa, che abbia candidato Luca Coscioni, che abbia fatto eleggere Cicciolina, che abbia messo in scena i nudi del teatro Flaiano. Poco conta che, nel 2002, l’Italia ottenne il plenum della Consulta perché un anziano leader aveva bevuto la sua urina in tv. Non c’è verso, la riflessione sul corpo nella politica italiana non passa per lui. Leggi il seguito di questo post »

It’s a plot! Complotti e complottisti d’Italia e d’America

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La cometa di Halley è una trovata pubblicitaria. La Terra è piatta, da Roma a New York non c’è nemmeno mezz’ora di volo, ma lo stato si è messo d’accordo con le compagnie aeree e così a nostra insaputa ci fanno girare in tondo per venti ore. Esistono foto satellitari del pianeta, d’accordo: ma sono grossolani fotomontaggi, si vede pure il bordo bianco attorno all’incollatura, mica ci abbiamo scritto giocondo in fronte. La calvizie? Altro flagello sconfitto da vent’anni, se non fosse che lo stato è in combutta con i “pomatari” delle case farmaceutiche per nascondere ai cittadini il medicamento miracoloso. Chi si ricorda delle strampalate teorie cospiratorie del dottor Gianni Livore, personaggio partorito dal genio di Corrado Guzzanti ormai quindici anni fa? Chiunque volesse studiare il tipo umano del complottista troverebbe in lui tutto quel che gli serve, in quel signore esaurito di mezza età, gli occhi strabuzzati per l’insonnia, ossessionato dal commercialista, dalla burocrazia e dalle analisi mediche, e soprattutto tormentato dalla moglie abruzzese che giorno e notte frigge qualunque cosa nell’olio nero, lo stesso olio nero in cui hanno fritto e rifritto la mamma e la nonna. Tutto puzza di fritto in casa Livore, dal gatto (abruzzese) della moglie ai pulsanti dell’ascensore, tutto eccetto il computer. E così il nostro se ne sta incollato al monitor, in vestaglia, e molesta l’universo mondo, parla con Tokyo e con Hokkaido, con la Cina e con la Mongolia – ma, gli tocca ammettere, “non mi si fila nessuno”. Gli elementi ci son tutti: la crisi di mezza età, la frustrazione amorosa e familiare, ansie e rodimenti economici, l’uso compulsivo di internet e soprattutto il veleno del risentimento, che trova nell’olio nero delle rifritture abruzzesi un’immagine non meno efficace della bile nera dei fisiologi antichi, l’atrabile che governa i temperamenti melanconici e ipocondriaci.
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Illuminismo e lampioni. “Dialogue avec les morts” di Jean Clair

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Nell’estate del 1855, a Parigi, due ingegneri di Lione vollero dare pubblico spettacolo con l’impianto di luce ad arco di loro invenzione: la terrazza dello Château Beaujon fu inondata a sera da una luce così irraggiante che alcuni passanti credettero fosse sorto il sole; “l’illusione era tale”, riportò la Gazette de France, “che gli uccelli, sorpresi nel sonno da quella luce diurna artificiale, cominciarono a cantare”. Ecco, immagini come questa dovremmo tenere a mente quando pensiamo all’età dei Lumi: uscire un poco dal gioco delle metafore, metter da parte il lume interiore della ragione o le tenebre dell’ignoranza e rievocare piuttosto le grandi torri illuminanti che giganteggiavano nelle Esposizioni universali, le strade e le fabbriche perennemente sorvegliate dagli astri impassibili dell’elettricità. Solo così potremo capire come il malcontento per la civiltà sorta dalle Lumières possa nascere, in alcuni, da una pungente nostalgia della penombra. Così, nel 1944, quando le bombe fecero saltare le reti elettriche, lo storico dell’arte Wilhelm Hausenstein poté annotare nel suo diario: “Alla ‘debole’ luce delle candele tutti gli oggetti acquistano un altro rilievo, più profondo, maggiore – quello, appunto, della vera e propria materialità”. Di contro, “la luce elettrica appiattisce gli oggetti; dà loro troppo chiarezza, e in questo modo essi perdono corpo, contorno, sostanza; e soprattutto la loro essenza”. Leggi il seguito di questo post »

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Maggio 18, 2011 at 9:43 am

Slow Food, ideologia e cuisine vérité

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Contro una civiltà che «eleva la macchina a modello ideale e comportamentale di vita», è necessario inocularsi «il vaccino di un’adeguata porzione di piaceri sensuali assicurati, da procurarsi in lento e prolungato godimento», e tutto ciò «per un progressivo quanto progressista recupero dell’uomo, come individuo e specie». Lo storico delle idee che dovesse compiere una perizia su queste parole tolte dal «manifesto programmatico» di Slow Food vi rileverebbe senz’altro qualche traccia del Marx dei Manoscritti, nonché di un buon numero di utopisti alla Fourier; in dose ancora maggiore, le nostalgie preindustriali di un Ruskin e il droit à la paresse di Lafargue, il tutto condito dal gergo contestatario della «riappropriazione» (che sottintende l’assai dubbia premessa che una serie di buone cose ci appartenessero, prima che il capitalismo piombasse come un rapace a portarle via). Ne concluderebbe che l’ideologia dell’organizzazione di Carlo Petrini è uno strano ibrido, in bilico tra antimodernismi di sinistra e di destra. In entrambi i casi, contro il corso della storia. Leggi il seguito di questo post »

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Maggio 16, 2011 at 12:59 PM

Precauzioni per aspiranti suicidi. Un romanzo in cinquanta parole

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Trafiletto apparso su Modern Mechanics, Settembre 1931

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Maggio 14, 2011 at 1:49 PM

Pubblicato su Deliri, Libri

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Susanna Tamaro a Norimberga. Una telegrafica pagina 69

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Curando una rubrica di critica militare, o meglio marziale, devo cercare i miei precedenti e le mie fonti d’ispirazione non già nelle riviste letterarie ma nella cronaca delle pubbliche esecuzioni.

Prendiamo il caso di Hermann Göring. Condannato a morte per impiccagione, il maresciallo del Reich chiese di essere fucilato, ma il tribunale di Norimberga non gli accordò questo privilegio. Così, attorno alle mezzanotte del 15 ottobre 1946, poco prima che avessero inizio le esecuzioni, Göring si uccise inghiottendo una capsula di cianuro. Le autorità alleate, però, decisero di impiccare ugualmente il suo cadavere. Un atto simbolico doveroso davanti agli occhi del mondo o una maramalderia dei vincitori che era possibile evitare?

Ecco, mutatis mutandis, il plotone di pagina 69 deve affrontare un dilemma simile quando gli compare davanti il nuovo romanzo di Susanna Tamaro, Per sempre, appena pubblicato da Giunti. Leggete anche voi, e considerate la mia situazione. Leggi il seguito di questo post »

Written by Guido

Maggio 11, 2011 at 12:20 PM

L’Arcano Pontefice. Quasi un thriller esoterico

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Canovaccio di un thriller esoterico ambientato nei sotterranei del Vaticano, ad uso dello scrittore ribaldo in cerca di fortuna. Il processo canonico del beato Giovanni Paolo II fila spedito, fin troppo si direbbe, e si è a un passo dalla dichiarazione di santità. L’avvocato del diavolo, che ha l’ingrato ufficio di frugare il curriculum del canonizzando per coglierlo in flagranza di peccato o d’eresia, da mesi ormai si macera nella noia: tolta qualche lettera di fuoco dal Sudamerica per l’incresciosa vicenda del monsignor Romero, un esagitato dossier dei lefebvriani e un faldone d’illeggibili documenti sull’affaire Marcinkus, non trova materia per comporre le sue animadversiones. Finché, in un giorno assolato, il nostro sbadigliante advocatus diaboli, ormai fiaccato dal demone meridiano dell’accidia, riceve una busta anonima con un vecchio ritaglio di giornale: una fotografia un poco sgranata dove Wojtyla appare seduto a una scrivania con davanti qualche foglio, un microfono, una pila di libri. Leggi il seguito di questo post »

Una casetta piccolina in Cornovà. La sit-com di Tristano e Isotta

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Esperimento mentale crudele: si provi a immaginare una sit-com sulla vita coniugale di Tristano e Isotta, che scampati ai fulmini di Re Marco si avviano a condividere una vecchiaia tranquilla e tutt’al più un poco bizzosa. La scena: un cottage in Cornovaglia. Il cavaliere è un gentiluomo bolso e sonnacchioso che, placato lo zio, non vuol più saperne d’avventure; la principessa, una lentigginosa signorotta irlandese che si dedica ai fiori e ai gatti del giardino in compagnia dell’ancella Brangania, che è oramai una centoduenne rimbambita. Ecco, con questo quadretto in mente sarà più facile accogliere l’affermazione, invero un po’ spavalda, che Denis de Rougemont lasciava cadere nella prima pagina del suo grande libro del 1939, L’Amore e l’Occidente: “L’amore felice non ha storia. Romanzi ne ha dati solo l’amore mortale”. Se Tristano e Isotta si appassionano l’uno all’altra – e noi lettori ai loro destini – è proprio perché la via è disseminata di ostacoli e divieti, è proprio perché la principessa, scherzava De Rougemont, non diverrà mai “Madame Tristan”. La tradizione romanzesca è la patria elettiva dell’“amore reciproco infelice”, che si lascia consumare dal suo fuoco fino alla beata estinzione della morte; il demone dell’amour-passion è “il demone stesso del romanzo come piace agli occidentali”. Leggi il seguito di questo post »

Written by Guido

Maggio 1, 2011 at 11:42 am

Detective bibliofili. “Ne uccide più la penna” di Mario Baudino

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«A chi era utile, ormai, Gian dei Brughi? Se ne stava nascosto coi lucciconi agli occhi a leggere romanzi, colpi non ne faceva più, roba non ne procurava». Un brigante che diventa divoratore di libri e smette di delinquere, come il personaggio del Barone rampante di Italo Calvino, questa sì che è una storia edificante. Ma per disgrazia si dà anche il caso contrario, quello di Johann Georg Tinius, pastore protestante vissuto nella seconda metà del Settecento che per soddisfare la sua brama di libri giunse a uccidere a colpi di martello. I libri possono salvare un’anima o dannarla, secondo i casi. E la loro prossimità con il sangue è attestata da un ricchissimo filone della letteratura poliziesca dove sono di scena detective bibliofili, assassini collezionisti di antichi codici, volumi che uccidono o istigano al delitto. Le grandi guide alla letteratura gialla, come il ponderoso Who done it? di Ordean A. Hagen, contemplano sempre la sezione «Libraries». E chi si appassioni al filone potrà imbattersi in titoli bizzarri come The Title is Murder, The Body on Page One, The Gutenberg Murders, The Mystery of the Human Bookcase. Leggi il seguito di questo post »

Il gattopardo di Schrödinger. Alfonso Berardinelli e il romanzo

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Dovete avere almeno ottant’anni, una veneranda canizie e magari un Nobel nel curriculum per potervi permettere, come José Saramago nel 2004, di intitolare un romanzo Saggio sulla lucidità senza che l’editore vi sguinzagli contro una muta di Dobermann inferociti. Le cose, infatti, girano per lo più nel verso opposto: voi vi presentate, che so, con sotto braccio il dattiloscritto di un diligente trattato di geologia, e l’editore fa i salti mortali pur di scrivere sulla quarta di copertina che è “un saggio che si legge come un romanzo”; se poi nel vostro trattato si fa menzione della morfologia dei fiordi, la fascetta editoriale aggiungerà “che si divora come un noir scandinavo”. Tutto deve prender forma e figura di romanzo: in hoc signo vinces. Si può dedurne che il romanzo scoppia di salute, che è anzi una minaccia per le altre specie viventi dell’ecosistema letterario. Ma questo smentirebbe il tristo annuncio che sentiamo risuonare, ciclicamente, da tre generazioni: il romanzo è morto (come d’altro canto Dio, l’autore, la modernità e le mezze stagioni). A chi prestare fede? Per parte mia, mi piace pensare che il romanzo sia vivo e morto allo stesso tempo, come il gatto di Schrödinger, protagonista di un celebre paradosso della meccanica quantistica che ogni umanista travisa alla sua maniera, a seconda di quanto siano pallidi e lontani i suoi incontri con la scienza. Leggi il seguito di questo post »

Written by Guido

aprile 28, 2011 at 10:41 am