L’assassino e la sua vittima
John Talbot è sposato e ha un figlio. Ha ereditato una piccola galleria d’arte ed è autore di quattro libri. Moralista, di intelligenza brillante ma dal carattere estremamente riservato, John inizia la sua narrazione con la confessione di un delitto, le cui ragioni si annidano nel passato. Ai tempi della scuola, John fu l’oggetto dell’interesse quasi morboso di un altro ragazzo, James Tunstall, chiassoso, prepotente, quasi il suo opposto sotto ogni punto di vista, con il quale si venne a creare un rapporto di odio e dipendenza psicologica che sembrava essersi interrotto con il dividersi dei destini di entrambi. Ma a un certo punto James riappare nella vita di John e sembra deciso a non lasciarlo più andare. E i vecchi tormenti tornano a perseguitare il protagonista fino al gesto estremo. Apprezzato e stimato da Arnold Bennett e Joseph Conrad, Walpole scrisse questo suo ultimo romanzo agli inizi della Seconda guerra mondiale, dedicandolo all’amico Henry James. Apparso in Italia per la prima volta nel 1969 nella collana “Il pesanervi” per l’editore Bompiani e mai più ristampato, L’assassino e la sua vittima è un’opera macabra dalla sapiente tensione psicologica tipica del thriller, che affonda le sue radici nell’eterna ambivalenza del rapporto vittima-carnefice, mentre sullo sfondo si muovono gli eventi drammatici della grande storia con l’avanzata di Hitler. L’assassino e la sua vittima descrive un abisso quotidiano, una psicologia da incubo, ma soprattutto la capacità del Male di entrare nelle pieghe dell’anima anche del più virtuoso degli uomini.
L’assassino e la sua vittima, Hugh Walpole, introduzione di Guido Vitiello, Elliot, 192 pagine
The Playmate as Fine Art
Alla fine degli anni Sessanta l’America ebbe la sua piccola battaglia iconoclasta. Nella parte dei calvinisti c’erano le militanti femministe più agguerrite, le immagini idolatriche erano i paginoni centrali di Playboy. Dietro l’apparenza politica era una disputa essenzialmente teologica ed estetica; almeno, due episodi spingono a pensarlo. Nel febbraio 1969 al Grinnell College, nell’Iowa, il discorso di un rappresentante di Playboy fu contestato da un gruppo di studentesse e studenti (nudi). In un volantino accusavano la rivista di essere “un cambiavalute nel tempio del corpo”, pastiche tra i Vangeli e San Paolo; e una delle manifestanti se la prese – scelta di parole eloquente – con le “proporzioni idealizzate” delle modelle, ossia con alcuni secoli di storia del nudo. Negli stessi anni un gruppo di femministe s’intrufolò nella Playboy Mansion di Hugh Hefner a Chicago e tappezzò di adesivi i quadri esposti nella sala da ballo. Sarebbe interessante sapere quali dipinti presero a bersaglio, e perché. Quando il fondatore di Playboy si trasferì in California, volle lasciare la mansion all’Art Institute di Chicago, dove aveva studiato disegno; e nel 2010 una parte della sua collezione d’arte finì da Christie’s. Tra i quadri messi all’asta c’era un acquarello di Dalì apparso nello speciale “The Playmate as Fine Art” (gennaio 1967), con opere commissionate a Warhol, Wesselmann, Rosenquist e altri. Chi vide in quelle nove pagine un tentativo di dare legittimità estetica alla pornografia dimostrò di capire poco sia dell’arte sia di Hefner, che sotto la vestaglia di seta da glorified pimp è stato sempre anche un dandy ossessionato dai fantasmi dell’arte. Leggi il seguito di questo post »
L’antilingua giudiziaria e il disturbo passivo-aggressivo
I manuali di scrittura si somigliano un po’ tutti. Invitano alla semplicità, alla concisione, alla chiarezza, all’eleganza; sono imbottiti di epigrafi e citazioni da autori più o meno illustri; ammiccano di continuo al lettore con quel caro, affabile, professorale spirito di patata che risveglia anche nel più mite l’ombra vendicatrice di Franti; citano compulsivamente Italo Calvino – la maledetta leggerezza di Italo Calvino. Per fortuna citano anche quel magnifico articolo del 1965 sull’“antilingua”, ossia “l’italiano di chi non sa dire ‘ho fatto’ ma deve dire ‘ho effettuato’”, la lingua sepolcrale e dilatoria delle burocrazie, piena di circonlocuzioni e di termini astratti e di subordinate che si annodano in serpentoni sintattici indistricabili. La peste dell’antilingua ha molti focolai, e ogni manuale pesca i suoi esempi nel lazzaretto più familiare all’autore: nei comunicati aziendali, nelle circolari ministeriali, nella prosa accademica. Davanti al breviario di scrittura di un magistrato, capirete bene, mi si sono subito drizzate le antenne. Con parole precise (Laterza) di Gianrico Carofiglio somiglia a molti altri manuali, ma prende il grosso dei suoi esempi da sentenze, verbali d’interrogatorio, trascrizioni di intercettazioni. Ebbene, com’è fatta l’antilingua giudiziaria? L’aspetto esteriore non è così originale – come i manuali di scrittura, i dialetti dell’antilingua si somigliano un po’ tutti – ma sulla sua ragione profonda Carofiglio ha un’idea formidabile. Leggi il seguito di questo post »
VolksWagner, o la caduta degli zebedei
Fuori l’Olimpo, dentro il Walhalla. Teseo, Antigone e il Minotauro rientrino pure negli spogliatoi, e si scaldino a bordo campo Wotan, Sigfrido e tutto il sindacato dei metalmeccanici nibelunghi che nelle viscere della terra assemblano Volkswagen. Dopo l’ubriacatura neoclassica dei giorni di piazza Syntagma è l’ora della cavalcata dei wagneriani: “L’oro falso del Reno”, commenta il Quotidiano Nazionale, annunciando la “caduta degli dei di Wolfsburg”; “Nel mondo dell’auto globale di massa, è quasi un Götterdämmerung, un wagneriano crepuscolo degli dei” (Repubblica); “La caduta del mito” (Zucconi, sempre su Rep.); “È la caduta degli dei. Non dall’Olimpo ma dalla Borsa di Francoforte” (Il Secolo d’Italia); “Volkswagen sembra uno scandalo più ‘tedesco’ perché ne ha scalfito il mito più grande, quello che ha ucciso anche Sigfrido: l’invulnerabilità” (La Stampa, che titola “La caduta degli dei dell’auto”). Marco D’Eramo, che è arrivato a Bayreuth senza prima aver smaltito tutto l’ouzo, prepara su MicroMega una specie di cocktail sincretista elleno-germanico: “Dalla Schadenfreude, passando per la Nemesi, non si può che finire nella Götterdämmerung”. E dove, sennò? In altre parti del mondo gli amministratori delegati si limitano a dimettersi, i titoli di borsa a crollare; ma dal cielo sopra Berlino son sempre dei che cadono, più frequenti degli acquazzoni. Un commentatore evocò la Götterdämmerung perfino per lo schianto Germanwings (a quanto pare è la stessa caduta dei gravi ad avere, in Germania, proprietà wagneriane più che galileiane).
Adorno su Twitter

«Lo spettacolo è il capitale a un tal grado di accumulazione da divenire immagine». Questo è Guy Debord, La società dello spettacolo. «L’immagine è zero, la sete è tutto». Questa, invece, è una storica campagna della Sprite. Il primo è un aforisma filosofico che suona falso come uno slogan pubblicitario, il secondo è uno slogan pubblicitario che suona vero come un aforisma filosofico, diciamo un piccolo spot schopenhaueriano sul rapporto tra volontà («sete inestinguibile», per il filosofo) e rappresentazione. Le due frasi accostate stanno proprio bene, neppure fossero botta e risposta, tanto che uno è spinto a farsi una domanda più generale: quand’è che le «filosofie oracolari» – così Popper bollava Hegel e Marx – si sono trasformate in filosofie pubblicitarie? Dev’essere accaduto in qualche punto del Novecento, e sospetto che una tappa decisiva sia il giorno in cui la Scuola di Francoforte sbarca a New York e nell’ansia di demolire i miti dell’industria culturale comincia a comporre aforismi sentenziosi che suonano sospettamente come slogan. Non stupisce allora che Eric Jarosinski, l’autore di Nein. Un manifesto (Marsilio) sia un ex professore di cultura tedesca e di teoria critica che vive a New York, né che abbia messo Adorno in copertina. Il libro nasce dalla rivista immaginaria @NeinQuarterly, account Twitter dove Jarosinski distilla la sua via umoristica alla teoria critica in aforismi di 140 caratteri. Come questo, nichilistico e pubblicitario, intitolato #SelfHelp: «Sii padrone della tua alienazione./Monetizza il tuo disgusto./Decostruisci la tua disperazione./Mangia. Nega. Ama». O quest’altro, #SenzaPrezzo: «No, mia cara merce./Si tratta di feticismo./È amore./Senza ideologia.». O questo #Urlo, di precisione chirurgica: «I più grandi pensieri della mia generazione:/Distrutti dalla frammentazione./I più grandi frammenti di pensiero della mia generazione:/distrutti dalla ricomposizione». C’è n’è anche uno sull’aforisma, definito «la nave della filosofia nella bottiglia della letteratura», e se ne deduce che il tweet sia quella stessa nave quando si fa ancora più piccola per affrontare le onde dei social network. E Adorno? Lui avrebbe detestato Twitter, dice Jarosinski. Probabile. Ma allora come spiegare il mio sottile malessere, come di chi ha appena intravisto qualcosa di straniante? Ho letto Nein. Poi ho riaperto quel caro magnifico libro che è Minima moralia. Sarà un’illusione ottica, un sintomo passeggero, ma giuro: ho visto le pagine popolarsi di hashtag. IL, settembre 2015
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Dodici apostati
L’editoria attuale pubblica di tutto, purchè scandalistico e legato alla palpitante attualità, ma secondo Morelli non pubblicherebbe più testi disturbanti. Per Vitiello gli scrittori italiani sarebbero prigionieri fino alla autoparodia dei loro candidi narcisismi. Inclini ad assumere maschere autonobilitanti e deresponsabilizzanti secondo La Porta. Costretti a diventare cabarettisti e improbabili tuttologi nella cultura-spettacolo per avere qualche visibilità, secondo Baresani. Secondo Marchesini, gli stessi amano impegnarsi a sfornare magniloquenti opere-mondo, capolavori annunciati che simulano il tragico. Addirittura, riproporre in chiave miseramente depotenziata la eterna funzione del monstre D’Annunzio delle nostre lettere (Onofri). Diffondere, secondo la diagnosi di Giacopini, una idea midcult di letteratura come balsamo e analgesico, mentre secondo Ranieri, un immaginario plasmato dalla Finanza stringe in una complicità oscena dominanti e dominati, broker, pusher di droga e idee imbastardite. D’altra parte resta essenziale non cedere alla sfiducia nichilista in una possibile razionalità condivisa, alla retorica del pensiero programmaticamente debole, al determinismo di chi dà per scontati processi di socializzazione che svuotino per sempre l’esperienza delle persone. La poesia, linguaggio apparentemente anacronistico, rappresenta nella sua “concretezza” una preziosa resistenza alla menzogna della comunicazione, secondo Perrella. Come per Febbraro, lo scrittore deve e può ritrovare onestamente negli spazi interstiziali, e lontano dallo pseudoestremismo delle avanguardie, una vita intensamente personale. La filosofia rivive quindi non come disciplina accademico-specialistica ma come attività intellettuale e modo di essere, capacità accessibile a chiunque di distinguere il vero dal falso, per D’Agostini. L’intellettuale torna quindi a proporsi come “critico”, scettico ed eretico, inappartenente e misantropo, secondo Berardinelli. La nostra povera lingua, un po’ malandata, provincializzata, ridotta in ambiti sempre più ristretti dall’imperialismo dell’inglese e del plurilinguismo imperante rappresenta ancora l’unica patria e identità riconoscibile per chi abita in una diaspora ormai invasiva, secondo l’esiliato Samonà.
12 apostati. 12 critici dell’ideologia italiana, a cura di Filippo La Porta, Enrico Damiani editore, 128 pagine
La giustizia delle vittime. Cronaca di una notte insonne
Quando la notte penso alla giustizia, non mi addormento più. Ogni volta ce n’è una nuova, e l’ultima mi toglie il sonno da ormai una settimana. L’11 settembre, a margine di un incontro alla Festa dell’Unità di Firenze, un cronista ha chiesto al ministro Orlando un commento sull’ennesimo strascico del caso Marta Russo. Lui se n’è astenuto, salvo enunciare il principio generale che la vicenda gli pare suggerire: “Bisogna ragionare su come costruire un rapporto tra chi ha commesso il reato e la vittima”. Possibile? Io ero certo che il caso sollevasse il problema opposto, ossia come spezzare quel rapporto e impedire che il ruolo delle vittime e dei loro parenti produca effetti perversi sullo Stato di diritto. Che avrà voluto intendere, il ministro? O era sovrappensiero e ha detto la prima frase che gli passava per la testa? Il sonno, intanto, era perso. D’altronde la questione dei parenti delle vittime è antica quanto il più antico dei processi, quello effigiato sullo scudo di Achille, lì sta il confine tra vendetta e giustizia, come pretendere di venirne a capo in una notte? Leggi il seguito di questo post »
Scattone cacciato dal Tempio della Cultura
Avete mai visto un’allegoria medievale delle Arti liberali? Sapeste che aria seriosa hanno le fanciulle che raffigurano il Trivio, ciascuna accompagnata, come una sposa all’altare, dal suo più insigne esponente: la Grammatica con Prisciano, la Retorica con Cicerone, la Dialettica con Aristotele. Ora che abbiamo cacciato Giovanni Scattone dal tempio della cultura, salvando in un sol colpo l’onore di tre damigelle – Filosofia, Psicologia e Pedagogia, raccolte nel trivio burocratico della classe di concorso A036 – dobbiamo festeggiare la liberazione con un affresco, un bassorilievo, meglio ancora un gruppo scultoreo, tra un puttino e una colonna, una colonna e un puttino. Leggi il seguito di questo post »




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