Non avrai altri jeans al di fuori di me. Scrittori e pubblicità
«Gli industriali che diventano poeti hanno come vessillo un quadro astratto», diceva Pier Paolo Pasolini nel film poetico-oracolare La rabbia. Qualcosa di simile potrebbe pensare il visitatore delle esposizioni d’arte contemporanea, sconcertato dall’aria di famiglia che spira tra il museo e il museum shop, dalla naturalezza con cui certe opere si prestano a essere stampate su una T-shirt o su un servizio di piatti. Strano destino: quanto più l’arte tenta di farsi esoterica, tanto più si confonde con il panorama di immagini in cui siamo immersi. Non per caso, osservava Jean Clair, i nuovi musei s’ispirano al modello del Blockhaus, «fortezza o casamatta, rinchiusa e quasi sotterrata», o sono strutture trasparenti in vetro e acciaio, inondate di luce, dove è abolita ogni separazione tra ciò che è dentro e ciò che è fuori.
Con la letteratura le cose sono un po’ diverse, ma se non si sta attenti si può far confusione tra il poeta che canta «ecco ecco un cocco», il propagandista di Eisenhower che esclama «I Like Ike» e il pubblicitario che sussurra «J’adore Dior». In questo caso, però, Pasolini ci è di poco aiuto. Articolo uscito il 19 febbraio 2012. Continua a leggere su La Lettura
Il filosofo va in banca. Le speculazioni di Giorgio Agamben
Se solo ci fossero gli abati di una volta! Heinrich Heine non dimenticò mai le botte che si buscò dal suo istruttore di francese, l’abate d’Aulnoi. Per sei volte questi gli aveva domandato: “Henri, come si dice fede in francese?”. E per sei volte, sempre più vicino al pianto, il giovane Heine aveva risposto: “Si dice le crédit”. D’imprimergli nella mente con le buone una paroletta semplice semplice come foi proprio non c’era verso. Fosse vivo oggi, l’abate d’Aulnoi darebbe una bella tirata d’orecchi a Giorgio Agamben, che giovedì su Repubblica ha eretto un castello di carte speculativo sullo stesso equivoco per cui Heine si beccò quegli sganassoni di gioventù. L’articolo, che porta un bel titolo da ruggenti anni Trenta, Se la feroce religione del denaro divora il futuro, comincia in modo affabile e colloquiale, ma Agamben resiste appena quindici righe prima di calare in tavola la prima parola greca. Il suo giro mentale, in breve, è questo: fede, nel greco del Nuovo Testamento, si dice pistis; ma la stessa parola vuol dire anche credito, tanto che trapeza tes pisteos significa banca di credito; e infatti, tanto la fede che il credito danno sostanza alle nostre speranze; ma siccome oggi non c’è più fede religiosa, tutte le speranze si sono rintanate nel credito; non ci rivolgiamo più alle chiese aspettandoci il paradiso ma affidiamo il nostro futuro alle banche, che sono i santuari del capitalismo finanziario, la religione “più feroce e implacabile che sia mai esistita”, nonché la “più oscura e irrazionale”. Caspita, e noi che dicevamo tutto quel male dei sacrifici umani aztechi: ora tutti a chiedere scusa al dio Huitzilopochtli. Leggi il seguito di questo post »
La fiction sul caso Tortora: una recensione preventiva
Avvertenza: questo articolo, a rigore, non dovrebbe trovarsi qui ma nella busta sigillata di un notaio, da aprirsi solo dopo che RaiUno avrà trasmesso Applausi e sputi, la fiction di Ricky Tognazzi sul caso Tortora, le cui riprese sono appena iniziate. Si tratta di una recensione preventiva scritta con metodo selvaggiamente inquisitorio: l’esistenza stessa del crimine è dedotta da una serie di circostanze indizianti. Prima circostanza: sarà un prodotto Rai trasmesso da RaiUno, con tutto quel che comporta. Seconda circostanza: tra gli sceneggiatori c’è un magistrato (un po’ come nelle fiction religiose è gradita la consulenza di un prete), per l’esattezza un magistrato-scrittore nostalgico del rito inquisitorio che sta al garantismo come Renzo “Trota” Bossi sta alla fisica delle particelle. Quanto basta per accantonare ogni presunzione d’innocenza. Segue dunque una recensione a caldo, scritta subito dopo (non) aver visto la fiction, con i migliori auguri di essere smentito: Leggi il seguito di questo post »
La filosofia dei coca-chewer. Giorgio Agamben e i suoi rimasticatori
Giorgio Agamben ricorda uno di quei contadini boliviani che masticano foglie di coca alle pendici delle Ande. Prende una parola di antica o recente fortuna filosofica – sacro, profano, dignità, dispositivo, liturgia, ufficio – e si mette pazientemente a ruminarla. La mastica fino alla radice, nel senso proprio di radice indoeuropea (il suo rifornitore di fiducia è Émile Benveniste), e masticando partorisce visioni sciamaniche dal cui incanto è difficile riscuotersi, tanto che gli si è affollata intorno una variopinta comunità di coca-chewer. Il metodo non è nuovo: uno dei suoi maestri, Martin Heidegger, allucinò mondi meravigliosi ciancicando fino allo sfinimento la radice tedesca –stell, “porre”. Leggi il seguito di questo post »
Sovraeccitati contro la noia. Le rane di Galvani e noi
Un nuovo Flaubert che volesse censire i luoghi comuni del nostro tempo dovrebbe far caso a una domanda che ricorre come un ritornello in televisione, sui giornali, ovunque: «Che cosa prova in questo momento?». La si rivolge indifferentemente al superstite di un disastro navale e alla reginetta neocoronata di un concorso di bellezza, alla madre cui hanno ucciso il figlio un’ora prima e alla concorrente cacciata da un reality. La risposta, per lo più, è: «Un’emozione fortissima». E allora, come in un rito spiritico, dietro il tendaggio delle immagini televisive fa capolino il fantasma dell’autenticità: le lacrime, le grida, il cuore in gola stanno a garanzia che qualcosa è accaduto di vero e di vivo. Ai moralisti nostri contemporanei questo botta e risposta offre un’occasione di più per biasimare un giornalismo frivolo o sciacallesco. Ma un antropologo catapultato da Marte penserebbe più prosaicamente che i popoli della Terra hanno lo strano bisogno di sottoporsi a un continuo check- up emotivo per assicurarsi di essere vivi.
Articolo uscito il 22 gennaio 2012. Continua a leggere su La Lettura
Per il Giorno della Memoria, nasce lo Holocaust Visual Archive
Da oggi è in rete lo Holocaust Visual Archive, blog per studiosi e curiosi (filiis, amicis, civibus avrebbe detto il conte Monaldo) a cura di Guido Vitiello e Andrea Minuz. Il blog (in inglese) raccoglie le immagini della Shoah disseminate nel vasto panorama della cultura visuale, dove cinema, cultura pop, arte contemporanea e cultura della memoria s’incontrano. Troverete sequenze e locandine di film, spettacoli e serie televisive, copertine di libri e di riviste, installazioni e opere d’arte, brochure di musei, fumetti, cartoni animati, graphic novel, pubblicità, fotografie e poi chissà.
Andrea Minuz è l’autore di La Shoah e la cultura visuale. Cinema, memoria, spazio pubblico (Bulzoni 2010). Io ho da poco pubblicato, con Ipermedium libri, Il testimone immaginario. Auschwitz, il cinema e la cultura pop. Il blog è aggiornato due volte a settimana. Visitate, diffondete, suggerite.
Il testimone immaginario. Auschwitz, il cinema e la cultura pop
Presto in libreria, ma fin d’ora acquistabile presso l’editore Ipermedium!
Tutto il potere a Luciano Salce! Consigli al governo Monti
Si potrebbe comporre un giornale al passo con l’attualità solo riciclando vecchi articoli, o perfino esumando pagine di quotidiani estinti. L’idea tradisce una visione disperata della storia italiana come eterna ripetizione di uno stesso spettacolo, dove cambiano solo i nomi dei primattori (e a volte, nel nostro paese dinastico, neppure quelli). Fatto sta che ne ho avuto conferma in un bel pomeriggio con Marco Pannella al Partito Radicale. Pannella mi ha mostrato i vecchi numeri di Liberazione, quotidiano radicale da lui diretto (e in buona parte scritto) che durò in vita meno di un anno, tra il 1973 e il 1974, al culmine della campagna per il divorzio. Ebbene, una buona metà dei titoli – sulle carceri, sulle corporazioni, sui temi economici – si potrebbero ripubblicare senza cambiare una virgola. Mi sono chiesto, a quel punto, se ci fosse anche una profezia del governo Monti. C’era. A firma di Luciano Salce, geniale regista socialista e radicale, che nel marzo del 1974 intuì la necessità di commissariare la partitocrazia e diede anche alcune buone idee per la famosa fase due. Leggi il seguito di questo post »
Elegia dei nati negli anni Cinquanta. Di Matteo Marchesini
Noi fummo troppo giovani per fare il Sessantotto
ma troppo vecchi per non scontarne le illusioni;
troppo giovani per avere le pensioni
del Grande Welfare,
ma troppo vecchi per non contarci su;
troppo ragazzi per vincere al lotto
del sesso libero, ma troppo anziani o tristi
per il sesso sicuro e la disco-tivù.
Noi fummo troppo giovani anche per esser comunisti
ma troppo vecchi per non esserlo più
mentre cadeva il muro;
e troppo giovani, sì, per ricordare
il pathos della guerra,
ma dopo troppo vecchi per gustare
da figli l’edonismo, la gran serra
lustrata degli Ottanta:
così restammo stretti
tra un socialismo uguale a una scommessa
e il moralismo di “Bianca”, di Moretti.
Poi ci fu, tra noi, chi la speranza
scambiò nella promessa palingenesi
con la fede mondana nella Genesi;
altri applicarono alla propria stanza
le idee globali sull’ecologia.
Noi siamo quelli cui va ancora stretto
un conservatorismo troppo serio,
ma troppo larga la socialdemocrazia.
Noi: i condannati a non poter star senza
né con l’Ideologia.
Poesia uscita sul Foglio il 9 dicembre 2011



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