Guido Vitiello

Archive for the ‘guviblog’ Category

Annus Mirabilis. Il Guvi Book Award 2009

with one comment

Caspita, che annata d’oro! Per una volta, sono soddisfatto delle mie letture. E con gran pena sono riuscito a distillare due Top 15 (Narrativa e Saggistica), una Top 10 “di settore” (Extravaganzas) nonché una Caienna dove scontano la loro condanna i tre libri più insulsi letti nel 2009. L’esortazione d’inizio anno, che rivolgo per primo a me stesso, è ancora una volta questa: non farti dettare le scelte di lettura dai calendari degli editori e degli uffici stampa, dal ricatto dell’attualità, dal regno dell’adulazione universale (il cui rovescio è il combattimento dei galli) che domina il cosiddetto giornalismo culturale, dalla pressione di compagnie e circoletti, spesso amabili, che fanno leva sul senso di vergogna. “Ma come, non hai letto Tal de’ Tali?”. Ebbene no, non l’ho letto, non lo leggerò mai: la vita è troppo breve. Siate crivellati di lacune, con lo stesso orgoglio che il nobile Gruviera ostenta nel vostro frigorifero. Leggete i classici, e seguite le vostre ossessioni ovunque vi portino. Tutto il resto è enciclopedismo, snobismo, accademia, fighettismo letterario, o soggezione alla “fama”: che è poco meno che vento.

Se non vi fidate di me, fidatevi di Jonathan Swift: “Dei settemila scritti attualmente prodotti in questa rinomata città, prima che il sole abbia compiuto la prossima rivoluzione, non resterà l’eco di alcuno”. O di Joseph De Maistre: “Ma una raccomandazione mi resta da farvi, Signora, ed è che, all’epoca in cui viviamo, è più che mai necessario di stare in guardia contro la riputazione dei libri, visto che il secolo che tramonta rimarrà sempre segnato nella storia come la grande epoca della ciarlataneria in tutti i campi, e soprattutto delle fame usurpate”.

E ora, le classifiche (compilate, per pigrizia, in ordine sparso, in una notte quasi insonne: perciò non è detto che il numero sette sia meno bello del numero tre, eccetera). Leggi il seguito di questo post »

“Conducta Impropria”: un documentario sull’universo concentrazionario castrista

leave a comment »

Ho deciso di pubblicare su YouTube un documento straordinario e pressoché introvabile, che per colpevole pigrizia avevo lasciato sonnecchiare per anni in un vecchio VHS. Si tratta del documentario Conducta Impropria (1984) di Néstor Almendros e Orlando Jiménez Leal che ha per oggetto le UMAP (Unità Militari di Aiuto alla Produzione), i campi di concentramento che Fidel Castro creò negli anni Sessanta per internarvi omosessuali, dissidenti, capelloni, “asociali” e altri nemici della Rivoluzione. Nel documentario ci sono testimonianze di anonimi sopravvissuti alla repressione totalitaria, di scrittori come Reinaldo Arenas, Guillermo Cabrera Infante e Juan Goytisolo, di intellettuali come Susan Sontag, di dissidenti come Carlos Franqui e Armando Valladares. Un documento quasi “clandestino”, fondamentale per conoscere il vero funzionamento e il vero volto del potere castro-guevarista.

Qui trovate il documentario, diviso in dodici spezzoni (abbiate venia per eventuali problemi tecnici):

E qui, se volete una prima informazione sull’argomento, un estratto della mia postfazione al romanzo-testimonianza Il lavoro vi farà uomini di Félix Luis Viera (Cargo edizioni) che Notizie Radicali ebbe, qualche anno fa, la bontà di ospitare.

Written by am

gennaio 5, 2010 at 7:45 pm

Pubblicato su guviblog

Contro gli stakanovisti della firma, o del clic

leave a comment »

Riprendo tra le mani un libro illuminante sul maggio parigino, il quaderno d’appunti che l’erudito ucraino ed ex deportato Piotr Rawicz compilò a caldo nei giorni delle barricate. S’intitola Bloc-notes d’un contre-révolutionnaire, ou La gueule de bois (Gallimard, 1969). Trovo questo passo, che avevo sottolineato:

Visita presso un grande editore della rive gauche, nell’ufficio di uno dei suoi direttori di collana. Il telefono squilla senza sosta. Stavano redigendo una mozione, un “manifesto” sulla “manifestazione” di ieri… da far firmare a tutti i firmatari abituali, tutti gli stakanovisti della firma. Si discute di virgole e di punti. Conviene dire “il movimento internazionale della gioventù” o piuttosto “il movimento della gioventù dei paesi”?… Un’illusione di attività, di comunione con il mondo… attraverso le firme. Che misero surrogato! Il tutto per scappare al vuoto e alla solitudine.

Vedendomi sfilare sotto gli occhi ogni giorno, via Facebook e simili, mandrie foltissime di appelli più o meno sensati, più o meno peregrini, mi chiedo se gli stakanovisti della firma non abbiano ormai perso ogni residua zavorra che li ancorava alla realtà, forti di un mezzo che permette di sfornare petizioni a centinaia, e di raccogliere con la stessa facilità centinaia di adesioni. Quando si stampa troppa moneta, l’inflazione è ineluttabile.

A costo di sembrare un paleo-materialista, di quelli che considerano con sospetto l’economia finanziaria e non danno credito che alle acciaierie, alle industrie tessili o ai caseifici, confesso di diffidare di qualunque forma di impegno politico che non comporti lo scendere dal letto, infilarsi le scarpe, raggiungere posti scomodi magari sotto la pioggia e, se possibile, spendere dei soldi. Anche su PayPal, se è il caso.

Come va ripetendo da anni Marco Pannella con l’ossessività di cui lui solo è capace, “non esiste professione di fede valida che non sia accompagnata dall’obolo di uno scellino”.

Written by am

novembre 16, 2009 at 7:40 pm

Pubblicato su guviblog

Salone del libro 2009: dal nostro inviato Ennio Flaiano

with 2 comments

A volte penso che si possa comporre un giornale perfettamente al passo con l’attualità solo riciclando e assemblando vecchi articoli, o perfino esumando pagine di giornali estinti, fatti salvi i dovuti aggiustamenti e la sostituzione di qualche nome, sigla o luogo.

Ammetto che un’idea simile tradisce una visione non proprio incoraggiante della storia umana come eterna ripetizione di uno stesso spettacolo, dove cambian solo gli scenari e i nomi dei primattori (e a volte, in un paese dinastico come il nostro, neppure quelli).

Potrebbe chiamarsi Qohelet Daily, il mio giornale, in omaggio al suo biblico ispiratore, o anche (Nihil Novi Sub) Sole24Ore. Tutto questo per dirvi che, di ritorno dal Salone del libro di Torino, il mio giornale atemporale pubblicherebbe come pezzo “di colore” questa noterella di sessantuno anni fa. Leggi il seguito di questo post »

Written by Guido

maggio 19, 2009 at 4:35 pm

Pubblicato su guviblog, Qohelet Daily

Murena, Zolla, Borowski: tre recensioni inattuali

leave a comment »

Una notte gli ebrei di un villaggio chassidico, seduti a circolo in una catapecchia, giocavano a confessarsi i desideri più segreti: chi voleva danaro, chi un banco da falegname.

Un mendicante, acquattato in un angolo, prese la parola per esprimere la sua aspirazione: avrebbe voluto essere il sovrano di un vasto regno, preso d’assedio dai nemici, costretto a fuggire nella notte in preda al terrore, senza nemmeno il tempo di vestirsi, con in dosso una camicia acciuffata di corsa, e poi traversare mari e monti per arrivare, sano e salvo, nella catapecchia. “E cosa avresti guadagnato?”, chiesero gli altri, sconcertati. “Una camicia”. Sì, ma una camicia intrisa del ricordo del Regno da cui fummo scacciati con Adamo.

La storiella è riportata da Héctor Murena in uno dei saggi di La metafora e il sacro, pubblicato nel 1973, due anni prima della morte. L’itinerario dello scrittore argentino corse parallelo a quello di Elémire Zolla, di cui fu sodale nell’elusivo cenacolo romano che trovò espressione nella rivista “Conoscenza religiosa”. Come Zolla in Italia, Murena fu il mentore argentino della Kulturkritik francofortese; come Zolla, scrisse una furente critica alla civiltà di massa (Homo atomicus) dove la trasognata lucidità del profeta conviveva con la sottile ciarlataneria dell’indovino che vede ovunque Segni dei Tempi. Leggi il seguito di questo post »

Written by Guido

marzo 14, 2009 at 4:32 pm

Pubblicato su guviblog, Il Riformista

Appunti per un’Orestiade Alleniana

with 3 comments

Appena ho saputo che Oreste Lionello se n’era andato, confesso, la mia mente è corsa alla fatale domanda, che mi era già balenata decine di volte quand’era ancora in vita: chi doppierà, d’ora in poi, Woody Allen? Chi non ha pensato lo stesso, scagli la prima pietra.

A tal punto mi sono affezionato al doppiaggio di Lionello che nelle mie maratone alleniane mi piace tuttora alternare le versioni originali a quelle italiane. E compararle; perché sono vistosamente diverse, come dimostra un semplice esercizio di collazione. Non si tratta, badate, di discrepanze banali dovute all’esigenza di volgere nella nostra lingua battute intraducibili o frasi idiomatiche: c’è molto di più, e di più interessante.

Invoco pertanto da questa tribuna la fondazione di una cattedra di Filologia Alleniana, che sappia sviscerare la questione come merita; e nel frattempo, nel mio piccolo, faccio quel che posso – cioè, nientemeno, porre le basi della erigenda disciplina. Le divergenze, mi pare, si possono raggruppare in tre grandi famiglie. Leggi il seguito di questo post »

Written by Guido

febbraio 24, 2009 at 4:31 pm

Schindler’s Playlist. Canzoni sull’Olocausto

with one comment

Quante canzoni ha ispirato il genocidio degli ebrei? Non moltissime, sembra di poter dire. Un numero irrisorio, a fronte dei film o dei romanzi dedicati a quella stessa pagina di storia. Ma sono poche anche se usiamo come termine di paragone le canzoni nate intorno ad altri eventi storici, per esempio il genocidio degli indiani d’America (tanto per cominciare, due interi album di due giganti, Fabrizio De Andrè e Neil Young).

Ho provato a fare un primo e lacunoso censimento, tenendo conto solo delle più note (molte delle quali non sono nemmeno così note). Chi ha da segnalarne altre, si faccia avanti: magari salta fuori che la mia ipotesi è strampalata, e che le canzoni sull’Olocausto sono tante e famose, e insomma che tutto il problema si riduce a quello della mia ignoranza canzonettistica.

Ad ogni modo eccole, in ordine cronologico:

Woody Guthrie, Ilsa Koch (1948)
Confesso: prima di stasera ignoravo l’esistenza di questa canzone, dedicata alla “strega di Buchenwald”, la moglie del comandante del campo, sadica torturatrice che ha ispirato buona parte del filone porno-nazi. Guthrie è rapido, essenziale, cinematografico. Con pochi cenni e pochi fronzoli descrive la catena di montaggio della morte industriale, senza il bisogno di costruirci intorno una retorica: “Here comes the prisoner’s car./ They dump them in the pen./ They load them down the schute./ The trooper cracks their skulls./ He steals their teeth of gold./ He shoves them on the belt./ He swings that furnace door./ He slides their corpses in./ I see the chimney smoke./ I see their ashes hauled./ I see their bones in piles”.

Bob Dylan, With God on Our Side (1964)
Dal maestro all’allievo, che diviene a sua volta maestro. Il pudore di Dylan sull’Olocausto è noto, anche se decine di sue canzoni vi alludono in modo obliquo. With God on Our Side non è una canzone su Auschwitz, ma i “sei milioni” sono nominati direttamente e senza giri di parole: “When the Second World War/ Came to an end/ We forgave the Germans/ And we were friends/ Though they murdered six million/ In the ovens they fried/ The Germans now too/ Have God on their side”. Leggi il seguito di questo post »

Written by Guido

gennaio 27, 2009 at 4:30 pm

Pubblicato su guviblog