Archive for the ‘Libri’ Category
Il tenero Walter… vi rimanda nell’ultima pagina
Cose che ho capito leggendo Ciao, il libro di Walter Veltroni sul papà. Ho capito, anzitutto, di essere un sicario intellettuale. Prima o poi qualcuno mi consegnerà la chiave di una cassetta di sicurezza, dentro ci sarà una busta anonima con la foto del bersaglio da eliminare, e a missione compiuta dovrò farci sopra una croce col pennarello nero e riscuotere il prezzo dell’ingaggio. Da alcuni giorni personaggi insospettabili mi si avvicinano con aria grave, quasi compunta, mi prendono a parte e mi dicono: “Fa’ qualcosa tu, Il Foglio è l’ultima speranza; qui da noi siamo costretti a parlarne bene”. Confesso, la canagliesca impresa mi allettava, e lo Sciacallo del film di Fred Zinnemann sull’attentato a De Gaulle è uno dei miei eroi segreti. Il bersaglio, oltretutto, non era dei più difficili, c’era materia per impallinarlo ben prima dell’incipit, bastava girare il frontespizio e leggere in basso a sinistra: “La citazione di p. 16 e p. 17 è tratta da Empirismo eretico, Pier Paolo Pasolini, Garzanti 1972. Le citazioni di p. 185 e p. 188 sono tratte da La versione di Mike, Mike e Nicolò Bongiorno, Mondadori 2007”. Pasolini e Mike affiancati con sovrana noncuranza, mentre ci mandano la loro benedizione dai cieli della nostalgia: nel colophon c’era l’essenza del veltronismo. Leggi il seguito di questo post »
The Playmate as Fine Art
Alla fine degli anni Sessanta l’America ebbe la sua piccola battaglia iconoclasta. Nella parte dei calvinisti c’erano le militanti femministe più agguerrite, le immagini idolatriche erano i paginoni centrali di Playboy. Dietro l’apparenza politica era una disputa essenzialmente teologica ed estetica; almeno, due episodi spingono a pensarlo. Nel febbraio 1969 al Grinnell College, nell’Iowa, il discorso di un rappresentante di Playboy fu contestato da un gruppo di studentesse e studenti (nudi). In un volantino accusavano la rivista di essere “un cambiavalute nel tempio del corpo”, pastiche tra i Vangeli e San Paolo; e una delle manifestanti se la prese – scelta di parole eloquente – con le “proporzioni idealizzate” delle modelle, ossia con alcuni secoli di storia del nudo. Negli stessi anni un gruppo di femministe s’intrufolò nella Playboy Mansion di Hugh Hefner a Chicago e tappezzò di adesivi i quadri esposti nella sala da ballo. Sarebbe interessante sapere quali dipinti presero a bersaglio, e perché. Quando il fondatore di Playboy si trasferì in California, volle lasciare la mansion all’Art Institute di Chicago, dove aveva studiato disegno; e nel 2010 una parte della sua collezione d’arte finì da Christie’s. Tra i quadri messi all’asta c’era un acquarello di Dalì apparso nello speciale “The Playmate as Fine Art” (gennaio 1967), con opere commissionate a Warhol, Wesselmann, Rosenquist e altri. Chi vide in quelle nove pagine un tentativo di dare legittimità estetica alla pornografia dimostrò di capire poco sia dell’arte sia di Hefner, che sotto la vestaglia di seta da glorified pimp è stato sempre anche un dandy ossessionato dai fantasmi dell’arte. Leggi il seguito di questo post »
L’antilingua giudiziaria e il disturbo passivo-aggressivo
I manuali di scrittura si somigliano un po’ tutti. Invitano alla semplicità, alla concisione, alla chiarezza, all’eleganza; sono imbottiti di epigrafi e citazioni da autori più o meno illustri; ammiccano di continuo al lettore con quel caro, affabile, professorale spirito di patata che risveglia anche nel più mite l’ombra vendicatrice di Franti; citano compulsivamente Italo Calvino – la maledetta leggerezza di Italo Calvino. Per fortuna citano anche quel magnifico articolo del 1965 sull’“antilingua”, ossia “l’italiano di chi non sa dire ‘ho fatto’ ma deve dire ‘ho effettuato’”, la lingua sepolcrale e dilatoria delle burocrazie, piena di circonlocuzioni e di termini astratti e di subordinate che si annodano in serpentoni sintattici indistricabili. La peste dell’antilingua ha molti focolai, e ogni manuale pesca i suoi esempi nel lazzaretto più familiare all’autore: nei comunicati aziendali, nelle circolari ministeriali, nella prosa accademica. Davanti al breviario di scrittura di un magistrato, capirete bene, mi si sono subito drizzate le antenne. Con parole precise (Laterza) di Gianrico Carofiglio somiglia a molti altri manuali, ma prende il grosso dei suoi esempi da sentenze, verbali d’interrogatorio, trascrizioni di intercettazioni. Ebbene, com’è fatta l’antilingua giudiziaria? L’aspetto esteriore non è così originale – come i manuali di scrittura, i dialetti dell’antilingua si somigliano un po’ tutti – ma sulla sua ragione profonda Carofiglio ha un’idea formidabile. Leggi il seguito di questo post »
La giustizia delle vittime. Cronaca di una notte insonne
Quando la notte penso alla giustizia, non mi addormento più. Ogni volta ce n’è una nuova, e l’ultima mi toglie il sonno da ormai una settimana. L’11 settembre, a margine di un incontro alla Festa dell’Unità di Firenze, un cronista ha chiesto al ministro Orlando un commento sull’ennesimo strascico del caso Marta Russo. Lui se n’è astenuto, salvo enunciare il principio generale che la vicenda gli pare suggerire: “Bisogna ragionare su come costruire un rapporto tra chi ha commesso il reato e la vittima”. Possibile? Io ero certo che il caso sollevasse il problema opposto, ossia come spezzare quel rapporto e impedire che il ruolo delle vittime e dei loro parenti produca effetti perversi sullo Stato di diritto. Che avrà voluto intendere, il ministro? O era sovrappensiero e ha detto la prima frase che gli passava per la testa? Il sonno, intanto, era perso. D’altronde la questione dei parenti delle vittime è antica quanto il più antico dei processi, quello effigiato sullo scudo di Achille, lì sta il confine tra vendetta e giustizia, come pretendere di venirne a capo in una notte? Leggi il seguito di questo post »
Il sorriso del normalista
Ho un problema con la Normale di Pisa, o forse ho un problema con me stesso. Ricordate quella pagina di Alta fedeltà di Nick Hornby in cui il narratore, in coda per il cinema, fa il suo incontro traumatico con l’Uomo Più Patetico del Mondo (U.P.P.D.M.)? Un trentenne con gli occhialoni e i denti da coniglio, la giacca giallognola e i pantaloni marroni a coste, che va a vedere il film accompagnato dai genitori. E l’U.P.P.D.M. lancia al narratore un sorriso complice, perché ha riconosciuto in lui un suo simile. Ecco, mi capita sempre più spesso di ricevere sorrisi di quel genere dai normalisti. La cosa potrebbe perfino lusingarmi, se non fosse che la mia immagine del normalista quintessenzale si è formata su un incontro altrettanto traumatico, in un video su YouTube. C’era questo giovane allampanato con un completo grigio e un inspiegabile turbante in testa che declamava in un teatro una poesia di Rilke. Rimasi sconcertato dallo sforzo ascetico con cui strizzava gli occhi e stendeva il collo per cavarne le gutturali giuste, per dire “Schreckliche” come Rilke comanda. Sembrava tutto teso a raggiungere qualche stato superiore dell’Essere per il quale il tedesco ha senz’altro una parola intraducibile. Per altro verso ricordava la deglutizione di un’anatra. Di certo avrebbe saputo pronunciare meglio di me quell’aforisma di Benjamin sul momento di agnizione abissale che sperimentiamo quando un animale che ci fa terrore ci invia un segnale di familiarità. Leggi il seguito di questo post »
Non potevo parlare
Piccolo quiz. «Ho deciso che è arrivato il momento di dire basta. Il momento di smetterla di tacere. Dopo tutto quello che ho visto, dopo tutto quello che ho sentito, ho preso una decisione: mollare… L’ho fatto perché continuare così non era più possibile. L’ho fatto per essere libero di parlare…». Chi ha detto queste parole, e a che proposito? Possibili soluzioni: il pentito Gaspare Spatuzza dopo la conversione religiosa, parlando di Cosa Nostra; l’ex terrorista Patrizio Peci al generale Dalla Chiesa, parlando delle Brigate Rosse; un magistrato settantatreenne che si è messo in pensione con un paio d’anni di anticipo, parlando della magistratura italiana. La risposta più inverosimile è anche quella vera. Piero Tony, già procuratore capo di Prato, rivela i segreti della sua corporazione nel libro Io non posso tacere (Einaudi), a cura di Claudio Cerasa. Dal tono delle prime frasi, ci s’immagina una di quelle confessioni televisive a volto oscurato e voce deformata, e ci si aspetta di scoprire come minimo che il Csm è una centrale massonica composta integralmente da rettiliani, e che nei sotterranei dei tribunali si svolgono sacrifici rituali di stampo azteco. Niente di tutto questo. Tony, magistrato «certificato e autocertificato di sinistra», affiliato a Magistratura Democratica fin dal 1969, dice cose che tutte le persone di buon senso dicono da decenni, eccetto i magistrati. Che l’obbligatorietà dell’azione penale è una colossale presa in giro; che la separazione delle carriere è una cosa talmente ovvia che non si dovrebbe neppure discuterne, in un Paese serio; che il Csm è dominato dalle correnti; che i pm possono usare arbitrariamente gli strumenti d’indagine; che la magistratura esercita un indebito potere di supplenza. Il libro è un eccellente compendio di storici argomenti garantisti, esposti con grande schiettezza, ricchezza di esempi e forza polemica. Leggi il seguito di questo post »
Guarire dal populismo penale
Non so se gli psicoanalisti applichino ancora il metodo junghiano delle parole-stimolo a cui il paziente deve associare la prima cosa che gli passa per la testa, ma ogni volta che sento la formula “populismo penale” – e grazie al cielo accade un po’ più spesso di prima – subito affiorano due ricordi, entrambi legati a Francesco Saverio Borrelli. Il primo è un piccolo ma spettacolare rovesciamento di frittata che il procuratore capo amava fare a metà degli anni Novanta in risposta alle accuse di giustizialismo. I nostri nemici non sanno neppure usare le parole, diceva pressappoco Borrelli, perché il justicialismo era l’ideologia di Perón, dunque è sinonimo di populismo, dunque il vero giustizialista (lui non faceva il nome) è Berlusconi. Il secondo ricordo, che ha tuttora il potere di guastarmi il sonno, è una frase sibillina pronunciata nei giorni trionfali di Mani Pulite: “Quando la gente ci applaude, applaude sé stessa”. Quasi un calco della formula di Durkheim secondo cui la religione è la società che adora sé stessa. Se ne poteva dedurre che Borrelli attribuiva al pool una funzione sacra o totemica, di canalizzazione di energie collettive: invece di Manitù, Manipù. I due ricordi avranno senz’altro un legame segreto nei meandri della mia nevrosi garantista, ma ne hanno anche uno manifesto, ed è questo: il populismo penale, l’uso improprio di strumenti giudiziari per ricercare il consenso, è tanto più infido in quanto è acefalo o policefalo. A differenza dei populismi radunati attorno a un capo, può assumere molti volti più o meno effimeri, incarnarsi secondo le occasioni in un pm giustiziere, in un politico gracchiante, in un giornale di secondini, in una vittima esemplare che chiede riparazione esemplare, o può anche mimetizzarsi nelle sembianze anonime di una moral majority. Insomma, è un mostro proteiforme politico-giudiziario – e poi dice che uno non dorme la notte. Leggi il seguito di questo post »
La lotteria della giustizia
Alcuni casi recenti e disparati (il garbuglio dell’Ilva, le nebbie dell’affaire Crocetta, i pasticci nell’applicazione della Severino, il “grande scaricabarile istituzionale” – formula di Oscar Giannino – di qualche vicenda prefettizia, il quarantennale ritardo della giustizia per la strage di Brescia), casi che si aggiungono a una lunga sequela di altri più antichi o meno visibili, sembrano indicare che l’incertezza del diritto è ormai alle nostre spalle, e siamo entrati nel regno onirico e fiabesco della pura aleatorietà. Regno onirico, perché in esso diventa sempre più difficile connettere secondo logica le cause e gli effetti, i delitti e le pene; e regno fiabesco, perché la sottomissione della giustizia ai capricci del caso suscita nobili reminiscenze letterarie, da Rabelais a Borges. Ad aggravare le cose, in Italia, c’è che tutto questo risuona con un modo di pensare e di sentire radicato, e aiuta a radicarlo ancora più a fondo: alludo a un’idea fatalistica della giustizia (e ancor più dell’ingiustizia) assimilata al destino, alla buona o alla cattiva sorte. Ma anche per questo è possibile evocare qualche memoria romanzesca, e cogliere l’occasione per un invito alla lettura, o alla rilettura. Leggi il seguito di questo post »
La giustizia italiana sente le voci
La giustizia italiana sente le voci. Trattandosi di una paziente notoriamente schizofrenica, la cosa non stupisce più di tanto. Non alludo solo al sintomo clinico più recente, la frase che il medico Tutino potrebbe aver detto o non detto a Crocetta, e che la Procura di Palermo potrebbe aver intercettato o non intercettato: quello è un caso che lascio a Oliver Sacks. No, il ruolo strabordante delle voci, talora delle allucinazioni uditive, è una patologia cronica dell’amministrazione della giustizia, intendendo con questa formula lo strano rituale sociale che si svolge in molti luoghi (la stampa, la tv, i social network, i bar, i retrobottega delle redazioni, i corridoi pieni di spifferi degli uffici giudiziari) e a volte, se avanza tempo, perfino nei tribunali. Sembra di essere intrappolati nella testa di Schreber, il malato di nervi su cui Freud affinò la sua teoria della paranoia, che non per nulla era presidente della Corte d’Appello di Dresda. E si sente di tutto, in quella cassa di risonanza infernale, echi e rimbombi, sussurri e grida. I bisbigli senza tregua degli intercettati, amplificati e distorti dall’intonarumori dei media; le interminabili e labirintiche affabulazioni dei pentiti, che si ramificano, si affastellano, si combinano, si disseminano; o anche – nel caso più angosciante di tutti, quello di Contrada – le dicerie di pentiti negromanti che riferiscono le voci accusatorie di mafiosi morti. Leggi il seguito di questo post »
Usi del crocifisso di Morales (con invito a rileggere Revel)
“A chi ti percuote sulla guancia, porgi anche l’altra” (principio evangelico). “Se qualcuno insulta tua madre, mollagli un pugno” (corollario di Bergoglio). “Se qualcuno ti regala un crocifisso ibridato con la falce e martello, daglielo tre volte in testa: la prima per la sua rieducazione estetica, perché non si rifila a un Papa un soprammobile kitsch di quella fatta; la seconda per il suo bene intellettuale, perché la Teologia della liberazione era anch’essa un soprammobile kitsch nonostante le atrocità dei militari e la nobiltà dei martiri; la terza per il puro piacere di sentire il rintocco della sua zucca vuota” (triplice assioma di Vitiello). Questo s’io fossi Papa; e poiché Papa non sono, neppure ho il genio gesuitico di tornarmene dalla Bolivia con due foto ricordo: una in cui Morales mi appioppa il suo monile, l’altra in cui esco in trionfo da un Burger King. Ma appunto non sono Papa, sono solo un tipo irascibile a cui capita di chiedersi, un po’ incredulo: possibile che nel 2015 stiamo ancora a battagliare sul comunismo e i comunisti? In questo stato d’animo non proprio pacificato ho letto un intervento dello scrittore Cristiano de Majo sulla rivista Studio intitolato Addio popolo. Leggi il seguito di questo post »
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