Guido Vitiello

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Guarire dalla letteratura

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Guido Gozzano si diceva corroso dalla “tabe letteraria”, ma a ucciderlo fu la tubercolosi. Differenza di poco conto, se diamo retta al Piccolo dizionario delle malattie letterarie di Marco Rossari, pubblicato dalle edizioni Italo Svevo con un’esilarante prefazione di Edoardo Camurri. Alla lettera T troviamo questa definizione: “Tubercolosi: posa alla Thomas Mann”. E in effetti il mondo letterario emerge da questo manualetto diagnostico come un vasto sanatorio Berghof dove s’incontrano degenti afflitti dai mali più strani, dalla Bukowskite (“malaugurata tendenza a credersi scrittori in seguito a una colossale sbornia”) al complesso di Henry Miller (“tendenza a scrivere molto di sesso quando se ne fa poco”), dal disturbo di Eco (“singolare tendenza nel paziente a far parlare tutti i personaggi come un professore di semiotica”) alla Gomorrea (“malattia venerea contraibile con impegno. Sintomi: ipertrofia della prosa, ridondanza retorica, forte propensione all’orazione civile”). C’è poi l’Arbasinismo (una sorta di emorragia che comporta “gravi perdite di nomi, cognomi, eventi, luoghi, facezie, couplets, bon mots”), la sindrome di Salinger (“terribile squilibrio che spinge il paziente a isolarsi, sebbene nessuno lo stia cercando”), l’emicrania di Pynchon (“disturbo dovuto alla dispersione dei personaggi”), il morbo di Franzen (“disturbo della percezione che spinge a rigettare ogni forma di modernità in quanto ipoteticamente nociva per la scrittura”). Leggi il seguito di questo post »

Filologi e culologi

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In un tempo che pare lontanissimo, quando la volgarità dei politici aveva ancora qualcosa di divertente, Umberto Bossi passò alla storia – non so di cosa, ma comunque alla storia – per una risposta data a Marco Pannella, che lo accusava di simpatie filoserbe: “Meglio Milosevic che Culosevic”. La battuta mi è tornata in mente giovedì sera quando mi sono ritrovato a pensare, tra me e me: meglio culologi che filologi; per poi subito correggermi, e concludere che si può essere con diletto entrambe le cose. Perdonate la bizzarria di questo incipit, ma ogni occasione richiede lo stile appropriato, e l’occasione era inequivocabilmente surrealista. Ero nei sotterranei di Altroquando, una libreria dietro Piazza Navona che per me è quasi una seconda casa, dove si presentava un libro di Alvaro Rissa, Il culo non esiste solo per andare di corpo (il melangolo). A presentarlo c’erano Alvaro Rissa e Alvaro Rissa, ma nessuno dei due era Alvaro Rissa, o forse lo erano entrambi. Leggi il seguito di questo post »

Contro il male della banalità

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Ogni volta che si parla di banalità del male (ed è capitato spesso, in questi giorni, per via del 27 gennaio e del nuovo film sul processo Eichmann) mi torna in mente una pagina dell’autobiografia di Raul Hilberg, The Politics of Memory. Il bersaglio era Hannah Arendt e la sua immagine del tenente colonnello delle SS come un burocrate ottuso e disciplinato. Hilberg ricostruiva per sommi capi la stupefacente carriera di Eichmann, l’astuzia e la diplomazia fuori dal comune che dovette impiegare per portare a termine le sue atroci imprese, e concludeva grosso modo così: vedo il male, altroché, ma la banalità proprio non la vedo.

Mi torna in mente questa pagina non tanto per la questione della banalità del male ma per quella, assai meno importante, del male della banalità. Tutte le volte che la cultura pop – musica, cinema, tv, fumetti, pubblicità, social network – si accosta alla Shoah o si serve dei suoi simboli, l’accusa di “banalizzazione” è in agguato. Non so chi sia stato il primo a usarla. Di certo il più influente è stato Elie Wiesel nella sua requisitoria sul New York Times contro la miniserie Holocaust nel 1978, che s’intitolava appunto “Trivializing the Holocaust”. Poi la parola è diventata una specie di formula liturgica un po’ ovunque e soprattutto in Francia, ossia nella patria di quel Flaubert che avrebbe potuto metterla in appendice al dizionario dei luoghi comuni: “Film sulla Shoah: se piacciono al pubblico, dire che banalizzano l’indicibile”. Leggi il seguito di questo post »

La fabbrica dei divi politici

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Star is born 2Scacciare in malo modo tutti i demoni, da bravo monaco del deserto, ma lasciare aperto uno spiraglio per quello che Mallarmé chiamava il demone dell’analogia, l’unico da cui si possa ottenere qualche buon favore. Come precetto religioso non vale granché, ma usato con giudizio dà i suoi frutti. Rivedendo giorni fa A Star is Born, la versione del 1937 di un film rifatto più volte nei decenni successivi, c’era una scena che continuava a ricordarmi insistentemente qualcos’altro, ma che cosa? La scena è quella in cui Janet Gaynor, nel ruolo di una ragazza di campagna che tenta la fortuna a Hollywood, è circondata da esperti degli studios in camice bianco che le disegnano sopracciglia di ogni foggia, le allargano la bocca per studiare le potenzialità del suo sorriso, la cospargono di ciprie e di rossetti. Ha l’aria di un piccolo martirio, di un pigmalionismo da laboratorio, ma d’altronde nella Hollywood degli anni d’oro la trasformazione della donna in diva era un processo ascetico e crudele, degno di un racconto di Wedekind, o – come ha suggerito Jeanine Basinger in un bel libro che ne descrive le tappe, The Star Machine – di un mercato delle schiave arabo del decimo secolo. Leggi il seguito di questo post »

Il mondo movie di Recalcati

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Pasoliniano e polinesiano, è tornato Massimo Recalcati con la rubrica “I tabù del mondo”, ogni domenica su Repubblica. Pasoliniano, perché dice che viviamo una mutazione antropologica, la stessa descritta da PPP, e che se prima eravamo uomini dostoevskiani, presi nella morsa tra delitto e castigo, tra il Desiderio e la Legge, ora siamo nel tempo della disinibizione e del godimento senza limiti. Anche polinesiano però, perché non c’è Desiderio senza Legge, e per darci una regolata dovremmo riscoprire i tabù: uno a settimana per un anno. Cinquantadue sono le tappe previste dal grand tour. Il titolo, “I tabù del mondo”, fa pensare ai mondo movies, gli pseudodocumentari esotici e cruenti degli anni Sessanta – La donna nel mondo, I piaceri nel mondo, Il pelo nel mondo – ma guardando l’intervista di presentazione della rubrica la mia memoria cinematografica ha preso altre vie. Chi si ricorda di Mazzabubù… quante corna stanno quaggiù?, il film del 1971 di Mariano Laurenti ispirato all’elenco dei cornuti di Fourier? Franco e Ciccio sono due monarchici terrorizzati dalla legge sul divorzio, finché un intellettuale che ha la stessa montatura di occhiali di Recalcati li convince che l’unica via per salvare il matrimonio è liberarsi dai tabù, capovolgendo l’idea tradizionale di famiglia. I due lo stanno ad ascoltare un po’ frastornati, si chiudono in una stanza a leggere Wilhelm Reich ed Emmanuelle (con il sospetto angoscioso che sia opera di un Savoia) e ne escono convinti di avere contratto il tabù, come fosse un’infezione strana. Decidono allora di scambiarsi le mogli, un atto di libertinaggio in difesa del matrimonio, tutto sta a convincere le rispettive signore. Franco, che non riesce a farsi entrare in testa quella parola polinesiana, sceglie una via melodrammatica: “Salvami, salvami dal tamburo!”. Leggi il seguito di questo post »

Comunello e Fasciolino. Il teatro dei burattini ideologici

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Sulla crisi del ’29 ancora ci si arrovella, la grande recessione del 2007 dividerà gli economisti per i prossimi cento anni, ma ai futuri storiografi che vorranno occuparsi dei miei disastri finanziari posso suggerire fin d’ora una data e una causa certa: 3 novembre 2001, giorno della mia iscrizione su eBay. Tra i cimeli che mi hanno spinto a dissipare allegramente i miei risparmi c’è un numero di Topolino del 1942, l’anno in cui il MinCulPop volle sostituire il personaggio di Walt Disney con il bambino Tuffolino, lui pure in braghette rosse e scarpe gialle. Nel nuovo fumetto autarchico e antiamericano Minnie diventava una bimba di nome Mimma, Pippo un amico nasone in gilet, la mucca Clarabella era ribattezzata Claretta (quest’ultima pensata ebbe vita breve, però: e credo sia superfluo spiegare il perché). È probabile che gli storici del mio crac finanziario dovranno segnarsi anche un nome, Stefano Pivato, e il titolo di un libro, Favole e politica. Pinocchio, Cappuccetto rosso e la Guerra fredda (il Mulino). Per colpa sua ho scoperto meraviglie come questa strofa di un fumetto socialista degli anni Venti: “Forte e ardito è Comunello / ed affronta il manganello / del gradasso Fasciolino / per difender Proletino”. Seguiranno, ineluttabili, nuove ricerche notturne su eBay, accessi di lussuria collezionistica, calde settimane di febbre scialacquona, fino al giorno in cui busseranno alla mia porta due omaccioni in gessato e occhiali scuri mandati dalla MasterCard a spezzarmi i pollici. Leggi il seguito di questo post »

Written by Guido

dicembre 18, 2015 at 10:12 am

Pubblicato su Il Foglio, Libri, Politica

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Su una Nave di Teseo battente bandiera liberiana

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Un bel giorno, senza dire niente a nessuno, il professor Eco optò per il mare, e si imbarcò su una Nave di Teseo battente bandiera liberiana. Cosa trasportasse quella nave non lo sapeva ancora, e neppure conosceva la rotta; ma per fortuna chi la sera tira tardi leggendo Kant ha sempre con sé almeno due bussole, il cielo stellato e la legge morale. “Mio nipotino mi ha chiesto: ‘Nonno, perché lo fai?’. Gli ho risposto: ‘Perché si deve’”. È l’avvio di tante storie partigiane, la fresca sventatezza che è privilegio della gioventù, il singhiozzo smorzato in gola di chi parte bisaccia in spalla perché qui si fa l’Italia, l’azzardo generoso dell’esordiente che ha tutto da perdere eppure è disposto a giocarsi il suo piccolo gruzzolo. “Velleitari?”, chiede il cronista Francesco Merlo, il primo embedded della nave. “Peggio, siamo pazzi”. Perché non chiamarla allora Narrenschiff, la nave dei folli di Sebastian Brant e delle feste medievali, immagine così cara all’Eco del Pendolo di Foucault e degli studi sull’ermetismo? La Nave dei Folli, questo sì che sarebbe un bel nome per un editore, un nome bibliofilo e squinternato a un tempo (su, che fate in tempo a cambiarlo). Leggi il seguito di questo post »

Written by Guido

novembre 30, 2015 at 6:11 pm

Zombi. La notte delle metafore viventi

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zombie-nuts-480x374Basta che qualcuno pronunci la parola “zombi” e io scoppio a ridere come un cretino. Sintomo inquietante, non c’è dubbio, ma per fortuna l’eziologia mi è chiara e rimanda a un episodio di cinque o sei anni fa. Gli organizzatori di una conferenza avevano chiesto a un mio amico giornalista di tenere un intervento su Romero, pregandolo di adottare una chiave il più possibile politica. Lui prese la cosa molto sul serio e cominciò a ripercorrere diligentemente tutta la filmografia, La notte dei morti viventi, Zombi, Il giorno degli zombi, La terra dei morti viventi. Si era davvero appassionato al tema durante quelle maratone di film, e mi aggiornava costantemente sulle sue riflessioni. Era arrivato a elaborare una teoria piuttosto visionaria dove la minaccia degli zombi era associata al ruolo geopolitico della Cina. Insomma, venne il gran giorno della conferenza, lui sembrava soddisfatto, ma pochi minuti prima dell’orario previsto per il suo intervento mi chiamò in preda al panico. C’è stato un equivoco madornale, mi disse: intendevano Óscar Romero, l’arcivescovo salvadoregno, non George Romero, il regista di zombi. E mo’ che m’invento? Leggi il seguito di questo post »

Written by Guido

novembre 15, 2015 at 10:24 am

Alla faccia! Galleria di ritratti filosofici

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VATTIMO-GIANNI-481x600Ho sempre pensato che Emanuele Severino fosse irrappresentabile. Al limite, con qualche sforzo, riuscivo a figurarmelo come una pura astrazione geometrica, diciamo come un punto senza dimensioni. Ed è normale che sia così: a noi rimasti a valle, ciondolanti a testa china nei pascoli del divenire, chi ha scalato le vette del pensiero fino a piantare le tende sull’Essere non può che apparire come un puntino lontano. E non un punto qualunque, ma il sovrano assoluto di Pointlandia a cui Abbott, in Flatland, prestò questo magnifico soliloquio parmenideo: “Infinita beatitudine dell’esistenza! Esso è; e non c’è altro al di fuori di Esso. Quello che Esso pensa, Esso lo dice; e quello che Esso dice, Esso lo ode; ed Esso è Pensatore, Parlatore, Ascoltatore, Pensiero, Parola, Audizione; è l’Uno, e tuttavia il Tutto nel Tutto. Ah, la felicità, ah, la felicità di Essere!”. Leggi il seguito di questo post »

L’Apocalisse è stata rinviata a data da destinarsi

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subuÈ più facile per un cammello (eccetera) che per un marziano andarsene da Roma. Non se ne va il Kunt di Flaiano, resta a fissare Marte da Villa Borghese perché gli hanno pignorato l’aeronave; non se ne va il Bix di Ciao marziano, dispensabilissimo film di Pingitore con Pippo Franco dipinto di verde, perché una bomba gli impedisce di decollare dal Colosseo. E per quanto Marino si sforzi di suggerire l’associazione tra il Campidoglio e la Moneda sotto assedio c’è poco da fare, il suo elaborato bubù-settete istituzionale offre una terza e apprezzabile variazione sul tema, con un tocco di pochade che forse avrebbe scontentato Flaiano. Tanto basta a smascherare il grande equivoco di Suburra di Sollima, che a sua volta è solo un caso di un malinteso più generale e più longevo, quello del noir epico-fumettistico come via maestra al racconto dell’Italia (per poco non ci cadeva pure Virzì, il solo a tenere alta la bandiera della commedia). È atterrato nel galoppatoio di Villa Borghese, non da Marte ma dalla ben più aliena America, un cargo di merci d’importazione: il millenarismo evangelico e puritano, il countdown apocalittico, il moralismo un po’ funereo, la notte perenne, la pioggia purificatrice, e soprattutto il mito della città decaduta e dannata, la Los Angeles di Ellroy e di Connelly, la Sin City dei fumetti di Frank Miller. Ma è tutta roba che fatica ad acclimatarsi, anche se resterà a lungo (nuovi guasti all’astronave). Leggi il seguito di questo post »