Io sono vivo, voi siete morti. Beppe Grillo tra zombie e vampiri
Breve cronaca di un finimondo. Quando nei talk show, sui giornali e nelle aule parlamentari la retorica dell’o di qua o di là, del noi e del loro, della destra e della manca, delle formiche rosse e delle formiche nere cominciò a suonare come un irritante e vuoto cicaleccio, nell’aria si addensarono i presagi del diluvio imminente. I nocchieri politici più stolti non si accorsero di nulla, non abbandonarono gli antichi vizi, si accanirono nella guerra per bande, famiglie o contrade: di lì a poco, i denti ancora digrignati, li avrebbe spazzati via il nubifragio. I più lungimiranti s’ingegnarono per mettersi in salvo su arche, scialuppe di fortuna o grandi creature dei mari. Ce n’erano di robuste e ben sperimentate, ed è a queste che puntarono i più prudenti, gli inaffondabili democristiani, persuasi in cuor loro che per la Balena bianca, come per la Chiesa di Roma, valga il mistero del non praevalebunt, che i flutti della storia e gli arrembaggi dei bracconieri non possano nulla contro quella pacifica bestia marina: presero a salmodiare le formule di rito – responsabilità, unità nazionale, centro, mediazione, serietà – e si affidarono alla Provvidenza. I più temerari, o anche solo i più disperati, si gettarono invece su una zattera basculante e malcerta. Né di qua né di là, proclamarono, piuttosto al di là, in tutti i sensi possibili. Nasceva la spettrale retorica dell’Oltre. Leggi il seguito di questo post »
Lasciate in pace Bartleby. Contro l’uso politico dei classici
Ricordava Milan Kundera di quando dovette assistere, nella Praga appena liberata dall’occupazione nazista, a una messinscena dell’Antigone di Sofocle adattata alla solennità e all’euforia dell’occasione. Creonte vi appariva come un impettito caporaletto fascista, un fantoccio autoritario, Antigone come una paladina della libertà, partigiana o suffragetta. In luogo della tragedia, che è scontro indecidibile di due ragioni e di due leggi, un galvanizzante e didascalico teatro dei pupi. Arruolare i classici in battaglia, che villanìa, che pena. Ora è la volta del povero Bartleby, taciturno scrivano, rivendicato come primo occupante di Wall Street, tirato giù dal letto e trascinato in piazza di contraggenio, gli occhi ancora gonfi di sonno, e qui costretto a ripetere la sua rinuncia sibillina come il più fesso degli slogan, a sentire la propria voce – che Melville volle ferma ma soave – raccolta e amplificata dallo schiamazzo responsoriale dei microfoni umani. Che villanìa, che pena. Eppure i classici, specie i più appartati ed elusivi, non si prestano di buon grado a queste mansioni servili. Tutt’al più, se proprio li si interpella, offrono un albero maestro a cui legarsi per non cedere all’incanto delle sirene più esagitate. Leggi il seguito di questo post »
I figli naturali del marchese de Sade
Un giorno, quando saremo stanchi della critica di costume e di una sociologia un po’ pettegola, dovremo disporci a guardare certe vecchie affiche pubblicitarie come fossero emblemi allegorici cinquecenteschi, e a leggere i loro slogan come gli enigmatici motti in latino che li accompagnavano. Risale al 1890 il magnifico manifesto dello Universal Food Chopper — tradurlo con «tritatutto» lo spoglierebbe di solennità — della Landers, Frary & Clark, una ditta di articoli per la casa. Al centro del quadro stava il corrusco congegno metallico, verso le cui fauci, come rapiti in un vortice, confluivano esseri d’ogni specie: maiali, cavoli, fagiani, sedani, galline. Nulla scampava alle mandibole del maciullatore universale, quasi un Lucifero dantesco o un diavolo di Bosch, metafisico arnese che duplicava il ciclo della natura, con la sua catena di divoratori e divorati, in una crudeltà lucida, metodica, industriale. Uno degli oggetti più comuni in cucina era annunciato da un manifesto che sembrava tradurre in immagini la filosofia del marchese de Sade. Che il più radicale dei pensatori libertini sia l’occulto nume tutelare della tranquilla quotidianità in cui siamo persuasi di vivere? Articolo uscito il 6 maggio 2012. Continua a leggere su La Lettura.
Jean-Philippe Domecq e la sinistra masochista (o tafazzista)
Con tutta quella storia dei campi hobbit ci hanno fatto credere che il Signore degli Anelli fosse una cosa di destra, ma a pensarci bene la Compagnia dell’Anello è una perfetta allegoria dell’Unione prodiana: un’allegra combriccola di partiti, per lo più partiti-elfi e partiti-hobbit, s’impadronisce dell’anello del Potere e che fa? Fa l’impossibile perché padron Prodi lo butti via nella bocca di un vulcano. La fine della favola solleva più d’una questione. Possibile che la sinistra abbia una difficoltà congenita a maneggiare il potere? O che abbia perfino un’oscura vocazione alla sconfitta, analoga al freudiano istinto di morte? Jean-Philippe Domecq, romanziere e saggista, se lo è chiesto nel pamphlet Cette obscure envie de perdre à gauche (Denoël), piccolo trattato di psicoanalisi della sinistra – la sinistra dei duri e puri – a partire da tre casi clinici: la sconfitta di Al Gore nel 2000, i suicidi dei due governi Prodi e soprattutto il 21 aprile francese, primo turno delle presidenziali del 2002, quando la gauche più intransigente, per mantenersi tale, si trovò a dover scegliere tra un candidato di destra e uno di estrema destra, tra Chirac e Le Pen. Domecq non cita Tolkien, ma fornisce altri esempi letterari. Leggi il seguito di questo post »
Bugiardino per ipertesi, ovvero: come non scrivere una prefazione
Non c’è piatto così saporito che non possa essere guastato da un medico che ti si pianta davanti con una faccia da barbagianni e ti raccomanda di mangiare sciapo. È lo stesso con le prefazioni dei libri: ce ne sono di ogni tipo, pedanti, laudatorie, ammiccanti, servili, ma quando una prefazione suona come il bugiardino di un medicinale per ipertesi allora non c’è verso, la lettura è rovinata. Tanto ha potuto Lidia Ravera, che pure si trovava tra le mani un romanzo che, solo a raccontarne la trama, invoglierebbe il lettore più restio: una delegazione di intellettuali parigini, in testa due militanti femministe, ottiene il permesso di visitare il Benelux, dove dal 1970 si è instaurata una dittatura matriarcale guidata con pugno di ferro dalla Pastora e dalle sue brigadiere. Il libro si chiama Le assetate (Transeuropa), e lo ha scritto un giurista belga trentacinquenne di nome Bernard Quiriny. Più che un apologo antifemminista, è la satira di uno dei riti più comici (o tragici) del secolo passato: il turismo rivoluzionario di quelli che Paul Hollander chiamava “pellegrini politici”, intellettuali di paesi democratici che andavano nella Cina di Mao o nella Cuba di Castro scortati dalle guide del regime e ne tornavano assicurando che laggiù andava tutto per il meglio. Leggi il seguito di questo post »
Soddisfatti o riesumati. Storie di tragicomiche dissepolture
Soddisfatti o riesumati. Sarebbe un ottimo slogan per un’impresa di pompe funebri, e sfido chiunque a dire che sia fuor di tono: a cospetto della morte nulla val meglio dell’umor nero dei surrealisti, che è poi stretto parente dell’atra bile dei malinconici, e quella materia densa e scura ciascuno la estrae e la raffina come può. Soddisfatti o riesumati, ed è meglio per tutti, perché è dalle mezze sepolture che saltano fuori i guai peggiori – i non spirati, i vampiri, gli zombie, i revenant. Ecco, perché i revenant la smettano di rivenire occorre che siano morti per bene, che abbiano le coperte rimboccate, e che tutti siano concordi nel sigillare il feretro. Ed è qui che cominciano i problemi.
“Non potremmo fare almeno una riunione che non finisca con la riesumazione di un cadavere?”, si domanda esasperato il sindaco Quimby di Springfield, la città dei Simpson. E se questo è vero per un’immaginaria cittadina degli Stati Uniti, paese dove in fondo si riesce a convenire su una versione comune della storia, a mettere qualche punto fermo, figuriamoci in Italia, dove non c’è episodio che non sia oggetto di eterna contesa avvocatesca, non c’è contoversia storica che abbia un approdo certo, non c’è morto che muoia davvero. Qui riesumare è una triste necessità, e oltretutto il luogo del cadavere – quell’hic jacet che, diceva Michel Serres, ricorda tanto il Dasein heideggeriano, il dato elementare dell’“esserci” – è l’ultimo appiglio del senso di realtà, o se più piace il grado zero degli accadimenti, prima che vi si formi attorno la ragnatela delle interpretazioni. Leggi il seguito di questo post »
I turbamenti di un giovane bibliomane
L’infanzia di UnPopperUno diventa un libro, pubblicato da Cult, marchio “pop” del gruppo Barbès. Qui la presentazione sul sito dell’editore.
La società dello stupro. Sugli usi ideologici del caso DSK
Arriva nelle librerie italiane il nuovo pamphlet di Marcela Iacub, Una società di stupratori? (Medusa edizioni). Ieri Il Foglio ha pubblicato la mia prefazione e un commento di Giuliano Ferrara.
Il titolo di un libro è come un ambasciatore che venga a portar notizie di un paese ancora sconosciuto. Può accadere però che questo messo – vuoi per la sua affabilità e il suo talento mondano, vuoi perché arriva nel luogo giusto al momento giusto – sia accolto con tanto fasto e tanti onori che nessuno si cura più di visitare la sua terra d’origine. È accaduto con la «fine della storia» o con lo «scontro di civiltà», formule che hanno preso a vivere di vita propria nel dibattito pubblico senza che nessuno s’incomodasse a studiare le tesi di Fukuyama o di Huntington. È accaduto, in modo perfino più vistoso, con il «circo mediatico-giudiziario». Quando l’avvocato Daniel Soulez Larivière, nel 1993, pubblicò in Francia Du cirque médiatico-judiciaire et des moyens d’en sortir, in Italia si era al culmine di Mani pulite: il luogo giusto al momento giusto, appunto. Quanti lessero il libro, tradotto l’anno dopo da un editore piccolo, coraggioso e aristocratico? Non molti, c’è da supporre. Ma da allora la formula è diventata moneta corrente nella prosa giornalistica, sia pure con qualche interpolazione rivelatrice: alcuni usano la variante di circolo (che evoca, nobilmente, il circolo vizioso della logica), altri quelle di circuito o cortocircuito (che allude al malfunzionamento di un meccanismo, indipendente dalla volontà di chi lo innesca), nessuno sembra aver voglia di ricordare che Soulez Larivière parlava proprio di un circo, che pianta il suo tendone sulla scena di un crimine. Un circo che non si mette in moto da sé, ha i suoi zelanti impresari, i suoi allestitori, i suoi attrezzisti. Ai magistrati e ai giornalisti spetta, come si può intuire, il ruolo di grandi domatori, e dal punto di vista della civiltà giuridica poco conta se a finire in pasto ai leoni sia un colpevole o un innocente: come già nella Roma imperiale, la damnatio ad bestias poteva spettare al più losco dei malfattori come al più limpido martire cristiano. Continua a leggere su Il Foglio
Contra Piercamillum
Si vola alto nell’ultimo libro di Piercamillo Davigo, Processo all’italiana (Laterza), scritto con il giornalista Leo Sisti. Basta scorrere l’indice analitico: per arrivare ad Alfano, Angelino bisogna passare per Agostino da Ippona, santo, e Alessandro Magno. Non si approda a Berlusconi, famiglia, senza prima aver incontrato Bacon, Francis e Barabba. Costanzo, imperatore, precede Costanzo, Maurizio. Gesù Cristo fa luce tra Gelli e Ghedini, alleluia. Si vede bene come questa eletta compagnia possa solleticare gli istinti più nobili del polemista, e spingerlo a immaginare un “Contra Piercamillum” sul calco del libello che Origene, padre della Chiesa, indirizzò a Celso, filosofo pagano. E d’altro canto Davigo è un magistrato a cui tutti, anche i detrattori o gli avversari ideologici, riconoscono competenza, sottigliezza e grande cultura giuridica.
Magari potranno non piacere le periodiche incursioni sul divanetto della Dandini, così frequenti che ormai Davigo ha messo insieme un suo repertorio da showman e un buon numero di tormentoni (i magistrati predatori che migliorano la specie predata dei corrotti; i tre gradi di giudizio per un biglietto falsificato della metropolitana; il dialoghetto sillogistico “tutti rubano”, “lei ruba?”, “no”, “e allora siamo in due”), ma in questo caso il problema non è di Davigo, che fa coerentemente la sua parte di magistrato moderato e un po’ perbenista, è di quella sinistra ingaglioffita che pende dalle sue labbra anche quando paragona la funzione rieducativa della pena agli schiaffoni ricevuti dal babbo a cinque anni (“così impari!”). Magari potrà non piacere, a noialtri garantisti, che Davigo infiocchetti certe sue sortite – spesso rigorose fino alla spietatezza – con citazioni di Sciascia o di Salvatore Satta, ma bando a queste gelosie piccine, un “Contra Piercamillum” va fatto come si deve, e la prima regola del buon apologista è in fin dei conti la stessa della boxe: niente colpi sotto la cintura. Leggi il seguito di questo post »
L’inverno di Fortini. Di Matteo Marchesini
In libreria ho iniziato a leggere l’ultimo volume di Asor Rosa, Le armi della critica. È stato come cedere a un vizio, che come tutti i vizi è un po’ sadico e un po’ masochista: volevo gustarmi amaramente l’ennesima prova di prosa bislacca e di confusione ideologica di un anziano mandarino che mantiene un credito inspiegabile. L’ho letto davvero molto, anzi troppo, anch’io. Ho studiato il primo radicalissimo Asor, quello che aveva ancora una sua grezza ma spietata consequenzialità, e che macinò operaismo fino agli anni Settanta; poi lo storico letterario pomposo e sordo; quindi il nuovo estremista senza bussola che ha svelato l’inconsistenza dei suoi discorsi precedenti. E ora, eccomi ad aprire questo nuovo libro, dove ritrovo roba già letta in Intellettuali e classe operaia (1973). Ma il tutto è condito da una “prefazione storica”, insieme goffamente prolissa e rozzamente stenografica, che sembra messa lì apposta per solleticare la mia perversione. Asor vi descrive il suo percorso di dieci anni, dal ’60 al ’70, dalla giovinezza alla prima maturità. E come al solito, le perle di comicità involontaria non si fanno attendere. A cominciare dal sottotitolo: “Scritti e saggi degli anni ruggenti”. Ruggenti? Ecco un tipico esempio dello stile asorrosiano: che non è serio, ma non sa nemmeno essere ironico. La sua cifra è la grossolanità impudente: forse crede davvero di aver ruggito? Dalla prefazione parrebbe di sì. Asor infatti non si limita a ragguagliarci sulla temperie culturale in cui si formò (l’operaismo di Tronti, l’antigramscismo, ecc.), ma vuol delineare nientemeno che la “storia di un’anima”: dandoci conto di come, quando e con quali sentimenti ha accostato i grandi autori occidentali. Intanto, sempre per stare a ciò che non è serio ma non riesce neppure a esser faceto, veniamo a sapere che si ritiene “l’unico uomo al mondo ad avere letto tutto Marx e tutto Dante”. Però, subito dopo confessa che Marx fece così colpo sulla sua giovane mente perché né il liceo né l’università avevano avuto cura di informarlo dell’esistenza di Kant. Ma il meglio arriva nel capitolo su “Asor e Leopardi”: che lo colpì molto (sentite la finezza da italianista) per il “sublime dell’espressione immediata”, ma forse anche perché non conosceva Hölderlin e Novalis (che c’entrano con Leopardi?). Il rampante Alberto lesse “Dolce e chiara è la notte e senza vento”, e per lui quel verso significò subito che “un altro mondo era possibile”: dal conte Giacomo a Luca Casarini il passo fu brevissimo. In chiusura, poi, ribadisce di sentirsi ancora un fiero antagonista della nostra società: società che infatti “diffida di me, nonostante la lunghissima frequentazione, e me lo dimostra in molti modi”. Accidenti! Nonostante la lunghissima carriera accademico-politico-mediatica? E se non avesse diffidato di lui, questa società, che avrebbe fatto? Lo avrebbe portato al Quirinale? Leggi il seguito di questo post »

Devi effettuare l'accesso per postare un commento.