Guido Vitiello

Posts Tagged ‘Antonio Ingroia

Antropologia dell’antimafia. La primavera di Ingroia

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Se il comunismo, come voleva Lenin, è il potere dei soviet più l’elettrificazione, si potrebbe dire che per alcuni la lotta alla mafia è il potere delle procure più l’elettrificazione. Due sono infatti le categorie che adottano quotidianamente l’espressione “caduta di tensione” come parte del loro gergo professionale: gli ingegneri elettrici e i magistrati siciliani. Escludendo che al centro dei loro crucci sia l’insufficiente fornitura energetica degli uffici giudiziari, la luce che salta o le fotocopiatrici che si spengono di colpo, a quale tipo di elettricità alludono? Non sempre è chiaro, e la stessa formula può indicare cose diverse a seconda di chi la pronuncia. Lamentando un calo di tensione nella lotta alla mafia, per esempio, Falcone e Borsellino si riferivano spesso al grado di collaborazione delle istituzioni politiche, all’organizzazione e al coordinamento dell’attività delle procure, al rischio di adagiarsi sui successi ottenuti, tutt’al più a uno stato d’animo generale di scoramento. Quando a usare la stessa espressione sono Giancarlo Caselli, Roberto Scarpinato o Antonio Ingroia c’è un sottile ma decisivo slittamento semantico, e il senso è più vicino a quello che intendeva Eugenio Scalfari quando, nell’agosto del 1988, rimproverava Leonardo Sciascia per aver attaccato, con il suo articolo sui professionisti dell’antimafia, le “strutture che cercavano di mantenere alta la tensione pubblica contro la mafia”; dunque, essenzialmente, il Coordinamento Antimafia palermitano – un comitato di salute pubblica stupido e fanatico, agli occhi di Sciascia – e l’esasperato presenzialismo del sindaco Leoluca Orlando al suo primo mandato. Leggi il seguito di questo post »

Non ci fanno, ci sono. De Cataldo e l’ideologia dei magistrati

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Non chiamiamola faccia di bronzo, per quanto forte sia la tentazione, e quella falsa saggezza tutta inquisitoria secondo cui a pensar male si fa peccato ma ci si azzecca lasciamola alle anime grigie e incattivite. Resta però il problema di spiegare in qualche altro modo fenomeni curiosi come l’indignazione civile di Ilda Boccassini per le intercettazioni pubblicate sui giornali, il richiamo alla serietà rivolto ai media qualche mese fa da Antonio Ingroia per la “kermesse” scatenata intorno al caso Ciancimino, le doglianze dei pm del processo Meredith per l’intollerabile “pressione mediatica” e la “Caporetto dell’informazione”. Sembra di capire che per certi magistrati il vento dei media sia buono o cattivo a seconda che soffi in poppa o schiaffeggi la prua. Qualcosa non torna, ed è lo stesso qualcosa che non tornava già nel caso Tortora, grande prova generale dei tempi nuovi. Dopo l’assoluzione in appello, quand’era in corso la campagna referendaria per la responsabilità civile dei magistrati e l’immagine della Procura di Napoli certo non rifulgeva, un giudice si lagnò con i giornali perché “quel maledetto processo” aveva turbato il “buon modo silenzioso di amministrare la giustizia”. Leggi il seguito di questo post »

Giudici a fumetti. Camilleri, Lucarelli, De Cataldo

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Due parole, intanto, per sbrigare la pratica strettamente recensoria: Giudici (Einaudi), terzetto di racconti giudiziari di Andrea Camilleri, Giancarlo De Cataldo e Carlo Lucarelli, è un brutto libro. Sono racconti sintetici, ma non nel senso della brevità, nel senso della plastica. Il giudice di Camilleri, un piemontese mandato in terra di mafia appena dopo l’Unità d’Italia, è una rifrittura dello stereotipo del funzionario schivo e integerrimo, e per umanizzarlo lo scrittore di Porto Empedocle non trova di meglio (santo cielo) che attribuirgli un debole per i cannoli siciliani. Lucarelli, dei tre il più plasticoso, s’inventa una giudice ragazzina presa nella trappola della strategia della tensione all’alba della strage di Bologna, e per calarci nell’estate del 1980 tutto quello che sa fare è frugare nel palinsesto Rai e nei juke-box dell’epoca: due strofe di Gianni Togni, e lo scenario è allestito. De Cataldo escogita un’ingarbugliata variazione sul tema di In nome del popolo italiano (debitamente citato, en passant) dove un buon giudice deve vedersela con un sindaco berluscomorfo, furbo e maneggione ma ahimè anche simpatico. Il racconto non parte male, poi dei carabinieri si mettono a cantare su un ritmo hip hop “Lasciate ogni speranza, oh yeah, o voi ch’entrate” e anche De Cataldo va a farsi benedire. Leggi il seguito di questo post »