Guido Vitiello

Archive for the ‘Libri’ Category

Bugiardino per ipertesi, ovvero: come non scrivere una prefazione

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Non c’è piatto così saporito che non possa essere guastato da un medico che ti si pianta davanti con una faccia da barbagianni e ti raccomanda di mangiare sciapo. È lo stesso con le prefazioni dei libri: ce ne sono di ogni tipo, pedanti, laudatorie, ammiccanti, servili, ma quando una prefazione suona come il bugiardino di un medicinale per ipertesi allora non c’è verso, la lettura è rovinata. Tanto ha potuto Lidia Ravera, che pure si trovava tra le mani un romanzo che, solo a raccontarne la trama, invoglierebbe il lettore più restio: una delegazione di intellettuali parigini, in testa due militanti femministe, ottiene il permesso di visitare il Benelux, dove dal 1970 si è instaurata una dittatura matriarcale guidata con pugno di ferro dalla Pastora e dalle sue brigadiere. Il libro si chiama Le assetate (Transeuropa), e lo ha scritto un giurista belga trentacinquenne di nome Bernard Quiriny. Più che un apologo antifemminista, è la satira di uno dei riti più comici (o tragici) del secolo passato: il turismo rivoluzionario di quelli che Paul Hollander chiamava “pellegrini politici”, intellettuali di paesi democratici che andavano nella Cina di Mao o nella Cuba di Castro scortati dalle guide del regime e ne tornavano assicurando che laggiù andava tutto per il meglio. Leggi il seguito di questo post »

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Maggio 8, 2012 at 1:33 PM

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I turbamenti di un giovane bibliomane

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L’infanzia di UnPopperUno diventa un libro, pubblicato da Cult, marchio “pop” del gruppo Barbès. Qui la presentazione sul sito dell’editore.

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aprile 23, 2012 at 1:05 PM

La società dello stupro. Sugli usi ideologici del caso DSK

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Arriva nelle librerie italiane il nuovo pamphlet di Marcela Iacub, Una società di stupratori? (Medusa edizioni). Ieri Il Foglio ha pubblicato la mia prefazione e un commento di Giuliano Ferrara.

Il titolo di un libro è come un ambasciatore che venga a portar notizie di un paese ancora sconosciuto. Può accadere però che questo messo – vuoi per la sua affabilità e il suo talento mondano, vuoi perché arriva nel luogo giusto al momento giusto – sia accolto con tanto fasto e tanti onori che nessuno si cura più di visitare la sua terra d’origine. È accaduto con la «fine della storia» o con lo «scontro di civiltà», formule che hanno preso a vivere di vita propria nel dibattito pubblico senza che nessuno s’incomodasse a studiare le tesi di Fukuyama o di Huntington. È accaduto, in modo perfino più vistoso, con il «circo mediatico-giudiziario». Quando l’avvocato Daniel Soulez Larivière, nel 1993, pubblicò in Francia Du cirque médiatico-judiciaire et des moyens d’en sortir, in Italia si era al culmine di Mani pulite: il luogo giusto al momento giusto, appunto. Quanti lessero il libro, tradotto l’anno dopo da un editore piccolo, coraggioso e aristocratico? Non molti, c’è da supporre. Ma da allora la formula è diventata moneta corrente nella prosa giornalistica, sia pure con qualche interpolazione rivelatrice: alcuni usano la variante di circolo (che evoca, nobilmente, il circolo vizioso della logica), altri quelle di circuito o cortocircuito (che allude al malfunzionamento di un meccanismo, indipendente dalla volontà di chi lo innesca), nessuno sembra aver voglia di ricordare che Soulez Larivière parlava proprio di un circo, che pianta il suo tendone sulla scena di un crimine. Un circo che non si mette in moto da sé, ha i suoi zelanti impresari, i suoi allestitori, i suoi attrezzisti. Ai magistrati e ai giornalisti spetta, come si può intuire, il ruolo di grandi domatori, e dal punto di vista della civiltà giuridica poco conta se a finire in pasto ai leoni sia un colpevole o un innocente: come già nella Roma imperiale, la damnatio ad bestias poteva spettare al più losco dei malfattori come al più limpido martire cristiano. Continua a leggere su Il Foglio

 

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aprile 21, 2012 at 7:29 PM

Pubblicato su Il Foglio, Libri

Contra Piercamillum

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Si vola alto nell’ultimo libro di Piercamillo Davigo, Processo all’italiana (Laterza), scritto con il giornalista Leo Sisti. Basta scorrere l’indice analitico: per arrivare ad Alfano, Angelino bisogna passare per Agostino da Ippona, santo, e Alessandro Magno. Non si approda a Berlusconi, famiglia, senza prima aver incontrato Bacon, Francis e Barabba. Costanzo, imperatore, precede Costanzo, Maurizio. Gesù Cristo fa luce tra Gelli e Ghedini, alleluia. Si vede bene come questa eletta compagnia possa solleticare gli istinti più nobili del polemista, e spingerlo a immaginare un “Contra Piercamillum” sul calco del libello che Origene, padre della Chiesa, indirizzò a Celso, filosofo pagano. E d’altro canto Davigo è un magistrato a cui tutti, anche i detrattori o gli avversari ideologici, riconoscono competenza, sottigliezza e grande cultura giuridica.

Magari potranno non piacere le periodiche incursioni sul divanetto della Dandini, così frequenti che ormai Davigo ha messo insieme un suo repertorio da showman e un buon numero di tormentoni (i magistrati predatori che migliorano la specie predata dei corrotti; i tre gradi di giudizio per un biglietto falsificato della metropolitana; il dialoghetto sillogistico “tutti rubano”, “lei ruba?”, “no”, “e allora siamo in due”), ma in questo caso il problema non è di Davigo, che fa coerentemente la sua parte di magistrato moderato e un po’ perbenista, è di quella sinistra ingaglioffita che pende dalle sue labbra anche quando paragona la funzione rieducativa della pena agli schiaffoni ricevuti dal babbo a cinque anni (“così impari!”). Magari potrà non piacere, a noialtri garantisti, che Davigo infiocchetti certe sue sortite – spesso rigorose fino alla spietatezza – con citazioni di Sciascia o di Salvatore Satta, ma bando a queste gelosie piccine, un “Contra Piercamillum” va fatto come si deve, e la prima regola del buon apologista è in fin dei conti la stessa della boxe: niente colpi sotto la cintura. Leggi il seguito di questo post »

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aprile 20, 2012 at 7:29 PM

Cabaret Zizek. Il comunismo da tragedia a farsa a… [omissis]

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Può darsi che un anziano lavavetri polacco incontrato a un semaforo sia stato, nel suo paese, “il più grande specialista della preistoria del socialismo”, come nel film di Costa-Gavras La piccola apocalisse, deliziosa satira della sinistra intellettuale dopo il crollo del Muro. Un’altra soluzione satirica, perfino più rocambolesca, potrebbe essere questa: un barbuto filosofo sloveno diventa una popstar culturale nell’Occidente capitalista mettendo insieme Lenin e Lacan, anzi suonando le loro carcasse a mo’ di xilofono, come nella Skeleton Dance di Walt Disney. Sembra la trama di una commedia grottesca post-sovietica, ma è esattamente l’impresa che è riuscita, non si sa come, a Slavoj Zizek: rianimare cadaveri ideologici e teorici tra i più impresentabili con l’ausilio di film hollywoodiani, fumetti e cartoon. Lo hanno chiamato, non per caso, “il fratello Marx”, o l’“Elvis della teoria culturale”. Al politologo John Gray dobbiamo una formula impeccabile: “Il comunismo, non più confinato alle tetre riunioni di trotzkisti stagionati o alle lungaggini dei seminari accademici, è stato reinventato come una sorta di cabaret intellettuale”. Leggi il seguito di questo post »

Il potere terribile di giudicare. Sul “Diario” di Dante Troisi

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Ci sono morti che è come fossero vivi, tanto imperiosa si avverte la loro presenza; e ci sono vivi che deambulano nel nostro tempo con le orbite spente, come fossero morti. Lo stesso è dei libri, tutto sta a esercitare il giusto discernimento degli spiriti. Due note recenti di Andrea Camilleri non rivelano un buon discernitore. La prima è la prefazione ad Assalto alla giustizia (Melampo), un pamphlet di Gian Carlo Caselli sulla politica e la delegittimazione della magistratura, da cui emerge il ritratto stentoreo di un giudice combattente, lancia in resta, che sa sempre dov’è il bene e dov’è il male. Uscito in libreria a Berlusconi caduto, ha la stessa irrimediabile vecchiaia del giornale di ieri, e gli elogi di Camilleri all’«importante volume» non bastano ad allontanare l’impressione che il tempo abbia già dato il suo verdetto. La seconda nota è la postfazione al Diario di un giudice di Dante Troisi, un libro uscito nel 1955 che Sellerio riporta ora in libreria. Una postfazione diligente, antiquaria, filologica se non necrologica, tutta al passato remoto. Eppure il libro di Troisi non è vecchio, è semmai — direbbe Friedrich Nietzsche — «inattuale»: non è a misura del proprio tempo, e forse per questo ne rivela i segreti. Soprattutto, circonda di un cono di luce abbagliante un tema che è di questi giorni come di tutti i giorni, passati e futuri: la responsabilità di chi accede al potere più terribile, il potere di giudicare i propri simili. Articolo uscito il 24 marzo 2012. Continua a leggere su La Lettura.

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marzo 31, 2012 at 12:20 PM

Pubblicato su Giustizia, La Lettura, Libri

Nella trappola di PowerPoint

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Fatte salve le cinque W del giornalista provetto (Who, What, Where, When, Why) e le tre V del buon cristiano (Via, Veritas, Vita), qualunque dottrina che si proponga sotto forma di una trafila di iniziali è in odore di truffa. La campagna elettorale del 2001, con il duello a distanza tra Berlusconi e Rutelli, offre un buon banco di prova. Un signore anziano, che a stento sapeva pronunciare la parola Google senza farla suonare come il nome di uno scrittore russo, ripeteva tutto raggiante il ritornello delle tre I: «I come inglese, I come informatica, I come impresa». Gli faceva eco l’altro signore, più giovane stando all’anagrafe, con una triade a densità semantica zero che neppure il genio di Arnaldo Forlani avrebbe saputo concepire: «I come Italia, I come identità, I come innovazione». Era il bipolarismo di PowerPoint.

È da quel focolaio informatico che ha preso a dilagare la perniciosa mania degli elenchi puntati facili da memorizzare, da quel programma Microsoft che consente di creare presentazioni fatte di slide colorate con scritte, grafici e fotografie. O almeno è quanto sostiene Franck Frommer, giornalista francese esperto di comunicazione d’impresa, in Il pensiero PowerPoint. Articolo uscito l’11 marzo 2012. Continua a leggere su La Lettura.

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marzo 16, 2012 at 12:42 PM

Pubblicato su La Lettura, Libri

Vatman, il cavaliere oscuro. Intellettuali in copertina

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Nella primavera di qualche anno fa gli abitanti della capitale trovarono nella cassetta della posta un sublime volantino dipietrista: il 21 maggio 2009, ore 17:30, Gianni Vattimo, candidato indipendente al Parlamento europeo con l’Italia dei Valori, incontra la società civile all’Hotel Palatino di via Cavour. Partecipa il Sen. Stefano Pedica, intervengono in diretta l’On. A. Di Pietro e Sonia Alfano. “È gradita la partecipazione di associazioni e comitati per un dibattito teso ad affrontare temi e spunti per un mondo migliore”. A seguire, proiezione di un film di fantascienza, forse di fantascienza debole, già che il protagonista attraversa “un mondo che potrebbe essere o non essere la realtà”. La citazione di Vattimo scelta per l’occasione confermava l’appartenenza del filosofo alla stirpe dei supereroi, sottospecie oltreuomini nietzschiani: “Sconfitto in tutti i luoghi del mondo, non mi sono mai sentito così libero. Su tutto io ho cercato la libertà. Per me. Per gli altri”. E da grandi poteri, lo sappiamo da Spiderman, derivano grandi responsabilità. Sul volantino, con deferente scappellata contadina, Vattimo era presentato come uno “tra i maggiori filosofi del mondo”. L’incontro, coerentemente, s’intitolava: “Verso che mondo?”. Leggi il seguito di questo post »

Attenti al femminismo moralista!

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Quando le commissionarono un’opera per la mostra What is Feminist Art?, che si aprì a Los Angeles nel 1977, l’artista americana Hannah Wilke propose un autoritratto in forma di poster: una fotografia che la ritraeva in camicia e blue jeans, una cravatta pendente tra i seni nudi, le mani puntate sui fianchi, uno sguardo non si sa se d’ammiccamento o di sfida, e sotto una grossa scritta su fondo nero: «Beware of Fascist Feminism», cioè «Attenti al femminismo fascista». Il bersaglio polemico erano certe attiviste da polizia ideologica che guardavano con sospetto i suoi nudi artistici, richiamandola a canoni estetici più morigerati. Correvano i radicalissimi anni Settanta, e oggi nessuno parlerebbe di fascismo. Ma, fatti i debiti aggiustamenti, quel poster sarebbe l’illustrazione perfetta per il pamphlet della filosofa politica Valeria Ottonelli, La libertà delle donne. Contro il femminismo moralista, invece della solita Rosie the Riveter con il bicipite in mostra e il fazzoletto rosso. Che cos’è il femminismo moralista? Forse si può partire dal tornado scatenato dal battito d’ali della famigerata farfalla. Articolo uscito il 4 marzo 2012. Continua a leggere su La Lettura.

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marzo 5, 2012 at 9:44 am

Pubblicato su La Lettura, Libri, Politica

Non avrai altri jeans al di fuori di me. Scrittori e pubblicità

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«Gli industriali che diventano poeti hanno come vessillo un quadro astratto», diceva Pier Paolo Pasolini nel film poetico-oracolare La rabbia. Qualcosa di simile potrebbe pensare il visitatore delle esposizioni d’arte contemporanea, sconcertato dall’aria di famiglia che spira tra il museo e il museum shop, dalla naturalezza con cui certe opere si prestano a essere stampate su una T-shirt o su un servizio di piatti. Strano destino: quanto più l’arte tenta di farsi esoterica, tanto più si confonde con il panorama di immagini in cui siamo immersi. Non per caso, osservava Jean Clair, i nuovi musei s’ispirano al modello del Blockhaus, «fortezza o casamatta, rinchiusa e quasi sotterrata», o sono strutture trasparenti in vetro e acciaio, inondate di luce, dove è abolita ogni separazione tra ciò che è dentro e ciò che è fuori.

Con la letteratura le cose sono un po’ diverse, ma se non si sta attenti si può far confusione tra il poeta che canta «ecco ecco un cocco», il propagandista di Eisenhower che esclama «I Like Ike» e il pubblicitario che sussurra «J’adore Dior». In questo caso, però, Pasolini ci è di poco aiuto. Articolo uscito il 19 febbraio 2012. Continua a leggere su La Lettura

Written by Guido

febbraio 21, 2012 at 10:01 am

Pubblicato su La Lettura, Libri