Guido Vitiello

Non giudicate. Conversazioni con i veterani del garantismo

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La scheda del libro è sul sito dell’editore Liberilibri.

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ottobre 8, 2012 at 9:47 am

Pubblicato su Guido Vitiello, Libri

A pensar male non ci si azzecca. La fiction sul caso Tortora

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“Il Signore ha dato, il Signore ha tolto”. Lo diceva Giobbe di un Padreterno che gli aveva fatto portar via tutto – ricchezze figli e salute – per mano dell’Accusatore, ma che pure finì per rendergli il centuplo: tutto sommato, ci si può anche stare. “Ciò che la giustizia toglie, la giustizia rende”. Questo invece lo ha detto il magistrato-scrittore Giancarlo De Cataldo qualche giorno fa a proposito di Enzo Tortora, a maggior gloria di una magistratura che dopo quattro anni di tormenti inflitti a un innocente ha saputo riconoscere il proprio errore, mandandolo assolto; e no, in questo caso proprio non ci si può stare, a meno che De Cataldo non ci dica che cosa esattamente ha avuto indietro il novello Giobbe dalla dea Giustizia: la salute? le ricchezze? la carriera? gli anni di vita perduti? la condanna dei suoi calunniatori? la punizione, anche solo simbolica, dei suoi accusatori (con la minuscola)?

Ma a ciascuno la sua penitenza: oggi tocca a me fare ammenda per un errore che, se non proprio giudiziario, è certamente di giudizio. Il 15 febbraio scorso, su queste pagine, avevo scritto una recensione preventiva alla fiction di Ricky Tognazzi sul caso Tortora, che ha De Cataldo tra gli sceneggiatori e che RaiUno ha mandato in onda domenica e lunedì. La accusavo, con un inclemente processo alle intenzioni, di aver ridotto il caso Tortora a una vicenda privata e a un’aberrazione episodica, e di aver nascosto deliberatamente tre cose: le responsabilità dei magistrati, le colpe dei giornalisti e l’impegno di Tortora nel Partito radicale. A quanto pare, a pensar male non solo si fa peccato, ma non ci si azzecca neppure. Leggi il seguito di questo post »

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ottobre 4, 2012 at 6:18 PM

A qualcuno è (quasi) piaciuto. Marchesini su “Bella addormentata”

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di Matteo Marchesini

È davvero così brutta, la Bella addormentata di Marco Bellocchio? O viceversa è un’opera ingiustamente, frettolosamente archiviata? Credo che nessuna di queste posizioni rifletta il sentimento provato, davanti al film, da molti spettatori non prevenuti e neppure aprioristicamente indulgenti. Che è un sentimento più blando e insieme più radicale: la perplessità. Una perplessità ormai di lungo corso, per il pubblico anche più affezionato al regista. E ciò che rende perplessi non è l’intento didascalico, più sobrio qui che altrove. Tutto sommato, la politica resta un ronzio televisivo di fondo, quasi senza commento; e i rari scorci grotteschi sono poca cosa rispetto a quel che abbiamo visto nella realtà di questi anni. Abbondano, anzi, gli accorgimenti escogitati per attribuire le diverse opinioni sulla vita e sul caso di Eluana Englaro a personaggi ugualmente umani. Semmai si può discutere dell’ingenuità con cui vengono dosati questi accorgimenti. D’altra parte è vero che Servillo, il senatore che ha aiutato la moglie a morire e che medita di staccarsi dalle posizioni del gruppo berlusconiano, acquista una funzione un po’ troppo esemplare. Ma questo eccesso di esemplarità non è tale in assoluto: lo è solo rispetto a un contesto non propizio. In generale, si possono fare ottimi film con un livello ben più alto di unilateralità, con il più spinto, brechtiano e fazioso didatticismo. Non è questo il punto. Il punto è che, come gli capita ormai da troppo tempo, Bellocchio ha girato due film in uno, due film che convivono schizofrenicamente senza amalgamarsi: da una parte c’è quello tutto prosaicamente “contenutistico”, dall’altra quello che si sprigiona dalla sua vena grottesco-visionaria. A volte il contenutismo è così sfacciato da sfiorare la più disarmante delle banalità: ma ecco allora che una fotografia incongrua, il raptus improvviso di un personaggio, un ritmo assurdo e straniante arrivano a contraddire, a “sfasare” la più sciatta delle cronache. Il Bellocchio che ha l’ansia di tradurre subito in immagini certa retorica sociologica, certe “idee” o certi “fatti”, combatte sempre contro il Bellocchio fantastico, cui interessa soltanto una certa gestualità accesa, patologica, da “diavolo in corpo”. E l’equilibrio non si trova. Cos’è, infine, Bella addormentata? È la storia del riflesso che gli ultimi caotici giorni di Eluana disegnano in alcune esistenze – quelle di un parlamentare, di una ragazza cattolica, di un’attrice con la figlia in stato vegetativo, di un medico che salva una tossicodipendente dal suicidio e le spiega che come lei è libera di tentare d’ammazzarsi lui è libero di provare a tenerla in vita? È davvero questo che abbiamo visto, in due ore di cinema? O il cuore del film non è invece, iperbellocchianamente, la traduzione plastica di pulsioni psichiche violente e dissolutrici, solo provvisoriamente attutite da improbabili, poetici atti d’amore? È più importante il “film su Eluana”, o è più importante la consueta tendenza a inventare scene di parossismo (assalti agli ospedali, bicchieri tirati in faccia, corpi che animalescamente si dibattono, comportamenti ossessivi o bipolari, preghiere assurdamente urlate, spine staccate di colpo, recite teatrali su cui si convoglia la violenza che non si riesce a mettere nel linguaggio quotidiano)? E il vero Servillo è quello che prepara il suo bravo discorso di dissenso, reso ironicamente vano dalla morte della Englaro, o non è piuttosto quello che vaga come uno spettro in una Roma i cui scorci più oleografici son trasformati nel sinistro sfondo mentale del suo cupio dissolvi? Tra i due film, tra la patetica ansia dichiarativa di certi dialoghi e la gratuità di certe virate oniriche, si vedono ancora i precari punti di sutura. D’altra parte, sembra che Bellocchio non possa rinunciare a nessuno dei due aspetti. Quando metteva in scena le bislacche teorie di Fagioli, era facile tradurle tutte in pura visionarietà: ma allora questa visionarietà diventava involontariamente comica. Il fatto è che l’attrito della “tesi” gli serve; ma come dimostrano film altrettanto sdoppiati (L’ora di religione, Buongiorno, notte…), la cosa difficile è poi rendere la tesi omogenea alla propria fantasia naturale, cioè evitare di produrre opere un po’ didattico-cronachistiche e un po’ oniriche. Ovviamente anche i suoi più accaniti detrattori devono ammettere che un punto di perfetto, travolgente equilibrio Bellocchio l’ha raggiunto: ma sta lontano, agli esordi, in quei Pugni in tasca la cui ombra lo insegue ormai come una maledizione.

 

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ottobre 1, 2012 at 3:53 PM

Pubblicato su Matteo Marchesini

Slavoj Žižek spiegato ai bambini

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Quando Jean-François Lyotard pubblicò Il postmoderno spiegato ai bambini, c’era da evocare il vecchio Groucho Marx: «Anche un bambino di quattro anni potrebbe capirlo… Va’ a trovarmi un bambino di quattro anni, perché io non ci capisco niente». Del resto, la familiarità dei piccini con le filastrocche, le ninnenanne e gli scioglilingua li dispone meglio verso certe formule cullanti e incantatorie dei filosofi: chi corre in cerchio al grido di «giro girotondo, casca il mondo» non avrà problemi a farsi dire da nonno Heidegger che il mondo mondeggia e il nulla nulleggia. Ma chissà che non sia questo l’atteggiamento più proficuo e, in fin dei conti, il più sano. Davanti a certi grandi affabulatori verrebbe da esclamare, come le dame di La Bruyère ammaliate da un oratore alla moda: «Delizioso; che cosa ha detto?». Continua a leggere su La Lettura.

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settembre 27, 2012 at 10:48 am

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Le pietre scartate (ma preziose) di René Girard

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Non tutte le pietre scartate dai costruttori diventano testate d’angolo. Ce n’è qualcuna che finisce sbriciolata nel calcestruzzo, qualcuna che si acquatta nella muratura, qualcuna che può aspirare alla dignità ornamentale del fregio o del pinnacolo. E così, quando René Girard ebbe ultimato le sue cattedrali concettuali – la più imponente delle quali è La violenza e il sacro – le tante pietre e pietruzze che non erano servite a innalzarle finirono a comporre un gran numero di opere minori, che si possono leggere secondo i casi come studi preparatori, come derivazioni dei libri maggiori, come illustrazioni delle vecchie tesi con nuovi esempi letterari, scritturali, antropologici. La metafora muratoria si addice bene a Girard, se pensiamo che la testata d’angolo della sua opera è proprio la pietra scartata: la vittima sacrificale la cui espulsione fonda l’ordine sociale, e poi la croce di Cristo che svela il fondamento violento e persecutorio di ogni civiltà.

La più recente delle opere minori di Girard è Geometrie del desiderio (Raffaello Cortina) e allinea pietre di varia origine e natura, alcune molto preziose: due saggi medievali, uno sul combattimento di Ivano e Galvano in Chrétien de Troyes, l’altro sulla passione di Paolo e Francesca istigata dal libro galeotto; alcune pagine su Romeo e Giulietta che si possono leggere come il capitolo mancante del suo libro su Shakespeare; altri due saggi, meno interessanti, su Racine e Marivaux; qualche appunto su autori moderni come Malraux, Camus, Butor e Robbe-Grillet. Sono per gran parte cose scritte tra gli anni Cinquanta e Sessanta, poco prima o poco dopo l’innalzamento della prima cattedrale, Menzogna romantica e verità romanzesca, e pertanto devono esser lette come complemento di quell’opera maggiore. Ancora non si parla di sacrifici umani e capri espiatori (bisognerà attendere il decennio successivo), tutta l’attenzione è rivolta a illuminare i meccanismi di quello che Girard chiama “desiderio mimetico”: un desiderio che non scocca come una freccia dall’amante all’amata, secondo l’illusione romantica, ma che per arrivare a destinazione deve battere contro la sponda di un mediatore, che fa da modello e rivale. Cupido non gioca al tiro con l’arco, ma a carambola: desideriamo sempre imitando (e invidiando) qualcun altro. Ne deriva che la passione ha bisogno di un rivale, e che in fin dei conti, come si legge nelle prime righe del saggio su Romeo e Giulietta, “l’amore vero scoppia sempre in presenza di qualche ostacolo”. Leggi il seguito di questo post »

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settembre 22, 2012 at 9:17 PM

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Elenco analitico degli scrocconi letterari

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Charles Fourier compose un elenco analitico dei cornuti, distinguendone un’ottantina di tipi, e altrettanto si potrebbe fare con gli scrocconi, tale è la varietà dei caratteri, dei moventi e degli espedienti di chi mangia a sbafo. Ma a conti fatti, per il padrone di casa depredato la distinzione che importa è una sola: ci sono scrocconi simpatici e scrocconi antipatici. Distinzione che ne sottende spesso un’altra, meno lampante, tra lo scroccone consapevole e quello che s’indignerebbe a esser definito tale. Scroccone inconsapevole, dunque? Sarebbe più corretto definirlo mitomane: a nascondergli la sua natura è infatti la misura della sua presunzione. Chi si sa destinato a grandi imprese non ha forse diritto a vivere a spese del gregge? Nel romanzo Il Rosso e il Nero di Stendhal la fulminea ascesa sociale di Julien Sorel, figlio di falegname con ambizioni napoleoniche, si spezza quando una lettera della prima amante getta sulla sua parabola una luce sospetta: «Sono costretta a pensare che uno dei suoi mezzi per farsi valere in una casa sia sedurre la donna che vi è più stimata. Mascherato da un apparente disinteresse e da frasi da romanzo, il suo grande e unico obiettivo è riuscire a disporre del padrone di casa e della sua fortuna». Quanto a scrocconi di questa sorta, però, nessuno supera in antipatia Fomà Fomìc. Continua a leggere su La Lettura.

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settembre 16, 2012 at 12:18 PM

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La psicoanalisi come genere letterario. Fachinelli su Freud (e Rilke)

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Un’etimologia bella e bugiarda è meglio che nessuna etimologia. Chi crede che merenda venga da meritare, o che paralitico abbia a che fare con la pietra, guadagna con le parole un’intimità, una confidenza che è preclusa a chi le accosta da semantico frigido e distratto. Ora, siccome la psicoanalisi si può considerare a buon diritto una branca dell’etimologia, una dottrina che riconduce i desideri derivati alla loro prima radice, ecco una buona ragione per disinteressarsi fino a un certo punto della sua verità o falsità; purché, beninteso, la si sappia intendere poeticamente: Borges leggeva le Etymologiae di Isidoro di Siviglia con lo stesso spirito con cui leggeva Jung, cercando nell’uno e nell’altro le stesse intuizioni.

Che nostalgia per gli psicoanalisti-poeti, per quei grandi e temerari affabulatori: le origini della psicoanalisi ne erano affollate, prima che s’insediasse una scolastica verbosa, settaria e un po’ pavida. Rileggere oggi Thalassa di Ferenczi, il Trauma della nascita di Rank, le spericolate congetture antropologiche di Roheim riserva di quei piaceri che danno solo i grandi romanzi. Venne poi la seconda rinascenza poetica, quella degli anni Sessanta e Settanta, annunciata dal fatale 1959: in quell’anno videro la luce due capolavori letterari, La vita contro la morte di Norman O. Brown e L’io diviso dello psichiatra Ronald Laing. La peste lacaniana era alle porte, e le porte non erano sorvegliate a dovere. Leggi il seguito di questo post »

Troisi, una vita da orsacchiotto. Di Matteo Marchesini

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di Matteo Marchesini

Il Foglio, 1 settembre 2012

In questo tramonto della seconda repubblica, capita di chiedersi quali ispirazioni ne caverebbe Massimo Troisi, morto ai suoi primi albori. Troisi non era un satirico in senso stretto: era un comico, nell’accezione più malinconica e atemporale del termine. Ma a differenza di molti travet della satira, sapeva cogliere con sovrana leggerezza i tic apparentemente più labili e più sotterraneamente radicati di una mentalità e di un’epoca. Soprattutto, con incantevole noncuranza, e con un’ironia sottilmente virata in antifrasi, sapeva far riaffiorare al di là di questi tic la ragionevolezza di un senso comune troppo spesso minacciato dalle disarmanti fatalità della storia italiana. Non era un grande regista; ed era un primo attore strano, che non s’imponeva ma piuttosto s’insinuava. Non stupisce dunque che le sue minuziose diatribe, insieme stenografiche e prolisse, prive di climax e di icasticità, abbiano sempre lasciato una parte del pubblico fredda o infastidita. Ma chi l’ha amato rimpiange proprio la stranezza di questo reticente e cincischiante fenomeno attoriale: un fenomeno che non ha eredi, e che malgrado la napoletanità conta forse molti nonni ma nessun vero padre. Leggi il seguito di questo post »

Written by Guido

settembre 13, 2012 at 7:06 PM

Ho una banda che mi suona nella testa. Sui tormentoni

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Forse Massimo Troisi non aveva tutti i torti a suggerire che la rovina dei giovani è stata il grammofono. E dopo il grammofono, la radio. E dopo la radio, la tv. Quando Mina, nel 1967, cantava alla Rai: “Ho una banda che mi suona nella testa, che mi suona così forte che se vieni più vicino puoi ascoltarla pure tu: zum zum zum”, una persona di senno avrebbe dovuto chiamare il pronto intervento psichiatrico. In altre epoche, chissà, la si sarebbe affidata alle cure di uno sciamano, o di un esorcista, qualcuno insomma versato nell’arte di cacciare gli spiriti. E invece niente: la posseduta poté cantare fino in fondo la sua canzone, che per inciso si apriva con il proverbiale “sarà capitato anche a voi”. In effetti, hypocrite auditeur, era capitato a tutti, e la pandemia nei decenni a venire non avrebbe fatto che estendersi. Leggi il seguito di questo post »

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settembre 11, 2012 at 1:15 am

La sfida finale: l’Impero contro la Supercazzola

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settembre 10, 2012 at 11:00 am