Archive for ottobre 2011
Strane storie. Il cinema e il “romanzo delle stragi”
Chi ricorda il finale di America oggi (1993), il film polifonico di Robert Altman ispirato ai racconti di Carver? Una moltitudine di personaggi, storie e voci era accomunata, prima dei titoli di coda, da una fragorosa scossa di terremoto che faceva tremare tutta Los Angeles. Se ne parlò, all’epoca, come di un raffinato espediente narrativo, con annesse discettazioni sul postmoderno (allora molto in voga). Allo spettatore italiano, tuttavia, quel finale poteva facilmente ricordarne un altro, di molti anni prima, ambientato non già a Los Angeles ma a Roma: lo scoppio della bomba che riannodava per un istante le vicende dei tre protagonisti di Un sacco bello (1980) di Carlo Verdone. Un’esplosione seguìta dal suono delle sirene che alludeva probabilmente agli attentati dinamitardi al Campidoglio dell’aprile 1979, ma che per il pubblico dell’epoca riportava alla mente molte altre bombe – una lunga sequela di stragi a cui si sarebbe aggiunta, pochi mesi dopo l’uscita del film, quella della stazione di Bologna. Leggi il seguito di questo post »
Adelphi e il “principio di complementarità” editoriale
Adelphi pubblica Giustizia di Friedrich Dürrenmatt, un romanzo quasi giallo dove un consigliere cantonale uccide un illustre germanista sotto gli occhi di tutti e poi ingaggia un giovane avvocato squattrinato perché tenti di dimostrare la tesi paradossale della sua innocenza. Gran bel libro, ma lo aveva già pubblicato Marcos y Marcos nel 2005 (e prima ancora Garzanti nel 1986). Dov’è allora la notizia? Una nuova traduzione? Neppure: è sempre quella, eccellente, di Giovanna Agabio. Stesso romanzo, stessa traduzione. E allora com’è che si ha l’impressione di leggere un libro diverso? La circostanza impone di riconsiderare una vecchia questione, a suo modo appassionante: che cosa accade, a un libro, quando entra a far parte del catalogo Adelphi? Perché qualcosa, questo è certo, accade. Leggi il seguito di questo post »
Invito a cena all’Olympia di Manet. Sui “Ritratti di pittori” di Walser
“Il quadro è di Andrea Appiani e rappresenta il Parnaso, ovvero il bunga bunga del 1811. Quello là sono io, e questo si chiama Mariano Apicella”. Ecco, quando si tratterà di far capire qualcosa dell’Italia di Berlusconi a chi non c’era o a chi è arrivato tardi, scordiamoci pure delle mille barzellette improvvide o scemotte, ma non di questa didascalia fornita nel giugno scorso a Netanyahu ospite a Villa Madama, né dei pubblici biasimi che suscitò. C’è dentro tutto, ad avere occhi per vedere: il paradosso vivente di un Duchamp nazional-popolare (oggi il solo modo per salvare la Gioconda è farle un paio di baffi), la parodia di dissacrazione cui fa il verso una parodia d’indignazione, la carcassa vuota della solennità istituzionale abitata ormai da un’operetta alla Offenbach dove gli dèi ballano il can-can. Ma chissà che la battuta su Berlusconi e Apicella ignudi tra le Muse non dica qualcosa anche di Appiani e del neoclassicismo, e di quell’arte che riusciva a tenere assieme, come sul punto di scoppiare in una risata, il dio Apollo e Napoleone. Leggi il seguito di questo post »
Tre libri perduti o sognati
Chi abbia anche solo sfogliato la Biblioteca di Fozio, «patriarca recensore» di Costantinopoli, o il catalogo ottocentesco dei Livres perdus et exemplaires uniques dei due bibliografi francesi Joseph-Marie Quérard e Gustave Brunet sa bene che tra gli «stati molteplici dell’essere» in cui può collocarsi un libro, il più grossolano e vile è senz’altro quello dell’esistenza empirica. L’esser stampato, per un libro, equivale alla Caduta nel tempo: il codice Isbn è il marchio dei dannati. Un libro perduto è invece un libro redento, giacché è riconsegnato felicemente al mondo dei possibili. A quel mondo acquatico di pura potenza, d’altronde, si rivolgevano gli editori del Cinquecento quando, per sfuggire alla censura ecclesiastica, indicavano Atlantide come luogo di stampa. Ebbene, il continente sommerso è il luogo di stampa dei tre libri – perduti o sognati – di cui si fornisce, qui di seguito, una breve scheda bibliografica. Sono tre operette satiriche sulla nostra vita culturale, e c’è da credere che si siano rifugiate loro stesse nei giardini della preesistenza, così da scampare all’orrore che ci circonda. Leggi il seguito di questo post »
Una caduta di stile del Post
Il Post non è il Fatto Quotidiano, ed è il motivo principale per cui leggo il Post e non il Fatto Quotidiano (o meglio, leggo il Post per informarmi e il Fatto per spiegare ai miei studenti come non si fa informazione). Proprio per questo il Post non dovrebbe comportarsi mai come il Fatto Quotidiano, nemmeno alla lontana, specie perché il suo direttore, Luca Sofri, nel 2004 scrisse un articolo che era quasi un manifesto, La sinistra che è uguale alla destra, dove si censuravano tutti i vizi di cui il Fatto (che non esisteva ancora) sarebbe diventato poi il campione indiscusso. Le differenze sono semplici: il Post non fa informazione pettegola e persecutoria, non si accoda ai linciaggi, non trucca le carte in tavola, non dà spago ai bugiardi professionisti muniti di archivio, non presta il fianco alla più bieca destra forcaiola abusivamente accampata a sinistra, non affida le proprie prese di posizione a corsivetti maligni, dietrologici e in ultimo stupidi.
E allora proprio non mi va giù che ieri il Post abbia dedicato alla scelta dei deputati radicali di partecipare al voto di fiducia un commento redazionale che è demenziale (absit iniuria) dalla prima all’ultima parola. Non solo è demenziale: è becero, arrogante, pressapochista, sovreccitato e pieno di banalità, immagino a seguito di un’incazzatura redazionale collettiva (cose che capitano). Insomma, se non è un articolo del Fatto poco ci manca. Leggi il seguito di questo post »
Non ci fanno, ci sono. De Cataldo e l’ideologia dei magistrati
Non chiamiamola facc
ia di bronzo, per quanto forte sia la tentazione, e quella falsa saggezza tutta inquisitoria secondo cui a pensar male si fa peccato ma ci si azzecca lasciamola alle anime grigie e incattivite. Resta però il problema di spiegare in qualche altro modo fenomeni curiosi come l’indignazione civile di Ilda Boccassini per le intercettazioni pubblicate sui giornali, il richiamo alla serietà rivolto ai media qualche mese fa da Antonio Ingroia per la “kermesse” scatenata intorno al caso Ciancimino, le doglianze dei pm del processo Meredith per l’intollerabile “pressione mediatica” e la “Caporetto dell’informazione”. Sembra di capire che per certi magistrati il vento dei media sia buono o cattivo a seconda che soffi in poppa o schiaffeggi la prua. Qualcosa non torna, ed è lo stesso qualcosa che non tornava già nel caso Tortora, grande prova generale dei tempi nuovi. Dopo l’assoluzione in appello, quand’era in corso la campagna referendaria per la responsabilità civile dei magistrati e l’immagine della Procura di Napoli certo non rifulgeva, un giudice si lagnò con i giornali perché “quel maledetto processo” aveva turbato il “buon modo silenzioso di amministrare la giustizia”. Leggi il seguito di questo post »
Scrittori e corpo. Di Matteo Marchesini
Dopo la dissoluzione degli ultimi robusti schemi ideologici, anche nella critica letteraria hanno vinto gli approcci tematici più brutali. Mentre i dipartimenti universitari pullulano di corsi su “l’isola nel romanzo del Novecento” o “gli appartamenti nella poesia moderna”, l’editore Carocci sforna edificanti tomi su animali, bicchieri o mutande “in letteratura”. Ma a farla da padrone, in quasi tutti i generi, è un oggetto che non indica più soltanto un tema bensì un feticcio, una magica parola passepartout: il Corpo. Abbiamo filosofie del corpo (vedi Michela Marzano), antologie poetiche sul corpo (vedi Niva Lorenzini), e moltissimi pamphlet sulle membra dei capi politici o delle icone pop. Siamo sommersi da teorie che propongono pretestuosi bricolage di Bataille e Foucault, Artaud e Deleuze; ma anche da una lirica femminile, anzi “femminea”, che punta tutto su un miscuglio di spoglia ieraticità e di visceralità autoptica (da Mariangela Gualtieri a Elisa Biagini). Come mi è già capitato di osservare, per artisti e intellettuali il Corpo è diventato quel che un tempo era il Popolo: un mito che è anche il sintomo di un’impotenza, un idolo sotto cui risorge l’eterna velleità di trasformare il verbo in carne, la scrittura in gesto. Leggi il seguito di questo post »
M.M. – La stanza di Matteo Marchesini
Parlare di subaffitto sarebbe riduttivo. Diciamo semmai che UnPopperUno inaugura oggi una stanza per lo scrittore Matteo Marchesini, che molti leggono sul Foglio e poi vengono a cercare da me – e ogni volta mi tocca spiegare che no, Marchesini non abita qui, ma viene ogni tanto a far visita. Ricorderete senz’altro il trattatello Come parlano i politici e il racconto La rapida ascesa di B. Lojacono. Da oggi la presenza di Matteo Marchesini (almeno negli auspici) diventerà costante, purché lui accetti come insegna questo Peter Lorre un po’ lugubre con le sue iniziali sul cappotto, su cui peraltro non sono disposto a trattare: dunque accetterà. Cominciamo con un articolo inedito che mette a paragone il terribile biennio ’92-’93 con i giorni che stiamo vivendo. Le somiglianze sono spaventose, ma è forte anche il rischio di prendere fischi per fiaschi, o asini per cavalli. Leggi il seguito di questo post »


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