Guido Vitiello

Archive for the ‘Giustizia’ Category

Il processo per il processo. Un incubo giudiziario

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Un corsivo di Giorgio Manganelli, scritto in margine al processo Valpreda e raccolto negli Improvvisi per macchina da scrivere, mi persuade una volta di più che l’attualità è un incubo da cui dobbiamo destarci, e che i giornali del futuro saranno lunghissimi rotoli di lanci d’agenzia, scarni e sibillini, circondati da glosse di moralisti secenteschi sul vano ripetersi di tutte le cose. Dicevo: in margine al processo Valpreda, e alle sue migrazioni tra le sedi di Roma, Milano e Catanzaro; ma accade che il margine di un processo combaci con il margine di innumerevoli altri, e che questa sia più di una metafora. Il lettore tenga a mente gli interminabili, dilatorii processi sulle stragi e sui misteri d’Italia, l’orizzonte della verità che si allontana sempre di un passo, come in un paradosso di Zenone; tenga a mente il novissimo Capaci bis che affianca e ingloba il Borsellino quater, e la strana costellazione della trattativa, che qualcuno ha paragonato a una matrioska dove il processo maggiore contiene processi minori in cui gli stessi imputati, gli stessi pentiti, gli stessi testimoni sono ascoltati sugli stessi fatti e come rimasticati in eterno; tenga a mente tutto questo e legga Manganelli: Leggi il seguito di questo post »

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giugno 1, 2014 at 9:23 am

Tintinnio di bilance

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canstockphoto14424108L’iconografia giudiziaria è disseminata di tranelli. Scriveva Francesco Carnelutti (Le miserie del processo penale, 1957) che anche le manette sono un emblema del diritto; “forse, a pensarci, il più autentico dei suoi emblemi, ancora più espressivo della bilancia e della spada. Bisogna che il diritto ci leghi le mani”. La belva aggiogata torna allora ad apparirci uomo, risvegliando la nostra compassione. Dubito che il grande giurista sarebbe riuscito a ripetere senza tremare queste parole, pur così ispirate ed evangeliche, davanti alle miserie delle nostre cronache, al deputato grillino che sorride con ferocia ebete mimando i ferri ai polsi, ai sadomasochisti giudiziari del Fatto Quotidiano che per la retata dell’Expo tornano a mettere le manette in prima pagina (le stesse che avevano usato, cinque anni fa, per la bocciatura del lodo Alfano: neppure si sono sprecati a disegnarne di nuove) sotto quel titolo francamente ributtante, “Vanno a prenderli uno per uno”. La nausea è tale che quanti hanno ancora a cuore i principi elementari della civiltà giuridica – ormai un “piccolo resto”, per dirla biblicamente – devono pescare dal mobiletto dei farmaci la pagina in cui Sciascia avvertiva che se al simbolo della bilancia si sostituisse quello delle manette saremmo perduti senza rimedio. Per un istante il discrimine torna ad apparire nitido: di là le manette, di qua la bilancia; di là la muta ringhiosa dei linciatori, di qua la sobria invocazione della legge uguale per tutti. Ma l’iconografia giudiziaria è insidiosa come un cattivo sogno, le linee si annebbiano, e ti ritrovi a pensare, trasalendo, che oggi dobbiamo aver paura soprattutto della bilancia. Leggi il seguito di questo post »

Il processo, l’ultima “grande narrazione”

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durrenmat3Sono rari gli amori ferroviari, difficile l’incontro fra sconosciuti in treno; ma due libri gettati alla rinfusa nella tasca esterna di una valigia possono intendersela a meraviglia, senza bisogno di occhiate allusive, e perfino accoppiarsi selvaggiamente in un vagone affollato. Sapeste come amoreggiavano, i due volumetti che mi ero scelto per un lungo viaggio! Il primo, Casi giudiziari, era un’antologia di racconti siciliani curata da Salvatore Ferlita. Tra questi una novella di Capuana, Delitto ideale, dove un uomo che ha lungamente fantasticato un assassinio, senza però mai commetterlo, si sottopone da solo a processo – nel foro interiore, l’unico competente per queste faccende – e si dà la condanna che nessun giudice avrebbe potuto infliggergli: “La mia prigionia non differirà in niente da quella legale. Sarà dura, inesorabile, ed io diverrò tra pochi giorni il carceriere di me stesso…”. Suo compagno di viaggio era La panne, il capolavoro di Dürrenmatt appena ripubblicato da Adelphi. Qui un rappresentante di tessuti finisce tra le mani di quattro uomini di legge in pensione che si divertono, la sera, a rifare processi celebri o a istruirne di nuovi. Il poveruomo è messo a giudizio, e via via che il dibattimento si dipana la sua esistenza meschina è trasfigurata in romanzo, in un’epopea criminale che lo incorona eroe. Se ne avvede, inutilmente, il difensore: “Fatti assolutamente indipendenti erano stati collegati fra di loro, si era voluto contrabbandare nel tutto un disegno logico, eventi fortuiti erano stati presentati come cause di azioni che avrebbero potuto avere benissimo un decorso diverso, nel puro caso si era voluta vedere l’intenzione, nella sventatezza il proposito deliberato, sicché alla fine dall’interrogatorio era necessariamente saltato fuori un assassino, così come dal cilindro del mago salta fuori un coniglio”. Leggi il seguito di questo post »

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aprile 13, 2014 at 5:40 PM

“L’antimafia non può processare sé stessa” (Leonardo Sciascia)

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ContestoC’è una frase che ricorre come un mantra nella pubblicistica sulla trattativa, attribuita a Leonardo Sciascia: “Lo Stato non può processare sé stesso”. Finalmente, dicono i fiancheggiatori dell’accusa, ecco un drappello di magistrati coraggiosi che tenta di smentire l’assioma; donde la portata storica, epocale del processo palermitano. Davvero Sciascia pronunciò quella frase? Difficile a dirsi, perché i tanti che la citano tra virgolette, un clan endogamico che avrebbe fatto la gioia di Lévi-Strauss – Marco Travaglio, Saverio Lodato, Maurizio Torrealta, Salvatore Borsellino, Sandra Rizza, Beppe Grillo – se la passano di bocca in bocca senza mai menzionarne la fonte. Ho fatto un modesto esercizio di filologia in pantofole, e la più antica occorrenza di cui abbia trovato notizia è un intervento di Antonio Ingroia su un MicroMega del 2001. Negli scritti di Sciascia, almeno in quelli in cui era ragionevole attendersela, la frase non c’è (la si trova invece nella commedia Oplà, maresciallo di Giovanni Arpino, che fu il mentore del giovane Travaglio presso Montanelli: frugate, segugi!). Tendo a pensare che sia una parafrasi, non per forza infedele, di qualcosa che Sciascia potrebbe aver detto ai tempi dell’affaire Moro, forse alludendo al sogno pasoliniano di un “processo al Palazzo”. Ma c’è il caso che mi sbagli. Poco male: il punto non è la frase in sé, che fuori contesto vuol dir poco o niente, è l’uso che ne fanno gli apologisti del processo trattativa, e il significato che le attribuiscono. Questione che si lega a filo doppio a un’altra, ossia che cosa intendano tutti costoro per Stato. Leggi il seguito di questo post »

Superior stabat agnus. Critica della vittima

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Lupusagnusstamp2Non so quali siano gli effetti tossicologici del Popper, dottore, ma c’è una pagina de La società aperta e i suoi nemici che mi ronza nella testa da vent’anni e non vuole uscirne, devo preoccuparmi? È quella in cui il filosofo mette allo specchio i partiti che parlano da lupi e agiscono da agnelli e i partiti che parlano da agnelli e agiscono da lupi: un piccolo chiasmo che vale un trattato di scienza politica. E va bene che Daniele Giglioli assume droghe ben più pesanti delle mie (un cocktail micidiale di Zizek, Agamben, Badiou, Rancière, Butler, roba che stenderebbe un cavallo) ma il suo Critica della vittima, appena pubblicato da Nottetempo, è sempre lì che torna, alla favoletta di Fedro e alle sue inesauribili implicazioni politiche. Superior stabat lupus, ma per divorare impunemente l’agnello non devi ululare, devi belare più forte di lui, vantando nei suoi confronti un credito morale antico, acceso da non importa quale offesa. Travestirsi da agnellino o al limite (variante burlesque) da nonna di Cappuccetto Rosso è il sogno di qualsiasi lupo; perché agli occhi del mondo la vittima è per definizione irresponsabile, non ha di che discolparsi e giustificarsi, la sua identità si riassume in una proprietà passiva – l’aver subìto un’offesa – che ingiunge la riparazione, il risarcimento, o a esser maliziosi il pagamento di un riscatto morale. Leggi il seguito di questo post »

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marzo 1, 2014 at 7:59 PM

Negazionismo e cialtronismo

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NegazionistaCapita perfino di chiedersi perché esistano i quotidiani, in un paese dove l’attualità non è un’increspatura sull’onda della storia ma lo sciabordìo di un eterno presente inconcludente. Basterebbe, all’occasione, riesumare antichi commenti. E così, ora che torna in auge e in aula il dibattito sul reato di negazionismo, il pigro che è in me si limiterebbe a trascrivere qualche riga da un vecchio libro, Anatomia dell’errore giudiziario dell’avvocato Titta Mazzuca, che riassumeva tutta una filosofia del legiferare: “Ma bisogna andare cauti con le leggi! In questi ultimi tempi i nostri legislatori hanno preteso di modificare il costume con la proliferazione di ogni tipo di norme. Ne sono derivate leggi viziate sul piano logico, psicologico e tecnico-giuridico”. Le leggi non si creano “col capriccio d’un atto di volontà, con l’impulsività delle reazioni, talora emotive, a determinati fenomeni sociali”. Il libro ha trentacinque anni ma nulla è cambiato, salvo che in casi come questo l’impulsività non è dettata da un allarme diffuso, foss’anche eccitato ad arte dalle cronache, ma dalla liturgia del calendario. I promotori dicono che affrettarsi a esaminare il disegno di legge è doveroso, perché incombe il 27 gennaio; a ottobre si rammaricarono perché non si poté cogliere l’onda del settantennale del rastrellamento del ghetto di Roma e dell’indignazione per i deliri di Priebke. Non è così che si legifera. Leggi il seguito di questo post »

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gennaio 26, 2014 at 12:31 PM

L’estasi di Santa Barbara e l’antimafia devozionale

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Badessa

Due sono le categorie di persone per le quali si ricorre, quasi di prammatica, all’ossimoro “dire l’indicibile”: i mistici e i sopravvissuti di Auschwitz. Da oggi dobbiamo aggiungerne una terza, i magistrati del processo sulla trattativa, che – lo ha detto domenica Barbara Spinelli a un incontro del Fatto quotidiano in loro sostegno – “cercano di dire l’indicibile”. Che cosa accomuni l’inchiesta palermitana alla Shoah è difficile a dirsi, ma è pur vero che Travaglio chiama il processo “la Norimberga italiana” e usa l’epiteto “negazionisti” per quanti mettono in dubbio l’impianto dell’accusa. Più misteriosa ancora è l’analogia tra la rivelazione giudiziaria degli arcani di Stato e le estasi di una Maria Maddalena de’ Pazzi, ma anche qui c’è materia per qualche congettura. L’ipotesi più semplice conduce al tardo stile profetico di Barbara Spinelli, che scrive ormai come una Simone Weil all’acqua di rose (o all’acqua di Bose) componendo arditi intrecci teologico-politici tra cui spicca, nell’ultimo libro Il soffio del mite, l’accostamento tra Berlusconi e la seconda bestia dell’Apocalisse giovannea. Anche sul palco del teatro Golden di Palermo, dove sedeva, in tenuta da badessa, tra Padellaro e Travaglio a mo’ di bue e asinello, ha voluto esordire con le parole di Isaia e chiudere con quelle di Pilato al sinedrio. Leggi il seguito di questo post »

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gennaio 19, 2014 at 1:09 PM

Gli arrabbiati d’Italia. Sul nuovo libro di Mauro Mellini

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RiccioLa sagoma di un riccio dal dorso irto di aculei, e sotto il frammento di Archiloco così caro a Isaiah Berlin: “La volpe sa molte cose, ma il riccio ne sa una grande”. Ecco come immagino lo stemma araldico del grande club dei monomaniaci, degli ossessionati, dei rimuginatori di un’idea fissa. Derideteli quanto volete, ma quando la “cosa grande” che sanno è una cosa che le volpi ignorano o tralasciano, c’è solo da esser grati alla loro ispida pertinacia. Il ramo del club a cui sono stato ammesso da novizio, quello degli ossessionati dalla giustizia, vanta tra i suoi decani Mauro Mellini, ed è precisamente la chiave giudiziaria a rendere prezioso il suo ultimo libro, Gli arrabbiati d’Italia. Storia di una democrazia dei malumori (Bonfirraro). Mellini usa il richiamo agli enragés del padre Jacques Roux, rivoluzionari più fanatici perfino dei giacobini, per comporre una genealogia di quell’intreccio di ragioni, risentimenti e vaneggiamenti che abbiamo preso l’abitudine di chiamare, in mancanza di meglio, antipolitica. Leggi il seguito di questo post »

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gennaio 5, 2014 at 1:38 PM

Vedo la gente morta. Una fantasia sartriana

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988873_10152252508832018_577713253_nLa verità, sconsolante quanto si vuole, è che non siamo pronti per Matteo Renzi: né io né voi. Come quei convalescenti che si affezionano al letto d’ospedale e che trovano conforto nel rigirarne e sprimacciarne all’infinito il cuscino, sappiamo in astratto che dovremo alzarci, che prima o poi saremo dimessi, ma abbiamo bisogno di indugiare ancora un poco sulle vecchie diatribe, sulle vecchie scaramucce, sulle vecchie ragioni d’incazzatura. E così, quando un amico mi ha segnalato che giovedì al Teatro San Genesio di Roma c’erano Caselli e Ingroia a presentare il loro libro Vent’anni contro, e che con loro c’era pure Travaglio, e che era previsto perfino Camilleri, ero così ringalluzzito che ho perso il conto dei piccioni e delle fave, sono montato sul primo autobus e ho occupato un posto da habitué con la migliore vista sul palco. Non mi aspettavo di sentire niente di nuovo, solo pezzi di repertorio e standards, le care atrocità di sempre. Suonala ancora Antonio, suonala ancora Marco: per me. Sono stato esaudito, come quelli che vanno ai concerti degli Inti Illimani. Tutte le hanno dette, che Brusca è il padre della bicamerale, che l’attentato a Costanzo era un segnale di Cosa nostra per forzare la discesa in campo di Berlusconi, e poi l’amico Falcone, il mio maestro Borsellino, l’agenda rròssa, la trattativa indicibile, e i pezzi dello Stato che usano Riina come un burattino, e l’ambiguo Napolitano, e siamo tutti con Di Matteo, e teniamo alta la tensione della lotta alla mafia, e non lasciamoli soli (in coda, tra gli applausi, un paio di bis su Borsellino). Leggi il seguito di questo post »

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dicembre 14, 2013 at 1:12 PM

Neolingua della politica italiana

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booksIl linguaggio pubblico si è fatto più sudicio delle stalle di Augia, e non c’è Ercole che possa sobbarcarsi in un giorno la fatica delle pulizie, tanto l’aria è appestata da parole vane, sciocche, inutilmente astruse o anche soltanto brutte. Un fiume purificatore dovrebbe spazzar via le mille locuzioni stereotipate (la schiena dritta, il ditino alzato), le parole svuotate da un uso inflazionistico (golpe, fascismo, comunismo), gli accoppiamenti pregiudiziosi (liberismo selvaggio, garantismo peloso), la partenogenesi dei neologismi (malpancista, doppiopesista). Ma queste non sono che mosche, per restare al mitologico letamaio. Perché a intasare le stalle nazionali sono parole ben più ingombranti, che ostruiscono il linguaggio ma soprattutto il pensiero, e che generano senza tregua malintesi, equivoci, ambiguità. Alcuni se ne servono con malizia, altri soggiacciono al loro incanto senza colpa. La confusione delle lingue, intanto, non fa che crescere.

Nel 1799, a Venezia, il gesuita Ignazio Lorenzo Thjulen pubblicò il Nuovo vocabolario filosofico-democratico, un pamphlet antigiacobino nel quale sosteneva che la Rivoluzione era stata più perniciosa del castigo di Babele, avendo confuso non solo le lingue ma anche le idee. La parte più consistente del dizionario si intitolava appunto «Vocaboli che hanno mutato senso, significazione ed idea», ed era un primo esperimento di Newspeak orwelliano, dove ogni termine finiva per designare il suo contrario: «Molti popoli, ingannati da falsi vocaboli e mal intesi, hanno corso dietro a tutto ciò che in realtà detestavano».

Qui non c’è stata nessuna rivoluzione, ma un po’ di ordinaria pulizia non guasta. Leggi il seguito di questo post »

Written by Guido

novembre 21, 2013 at 4:37 PM