Guido Vitiello

Archive for the ‘Libri’ Category

Sui danni del liceo classico

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$_57Le radici comuni dell’Europa non sono né cristiane né pagane, le radici comuni dell’Europa sono nel liceo classico fatto a cazzo di cane. È l’unica conclusione che mi sento di trarre dopo giorni di lettura forsennata dei commenti alla vicenda greca, nei quali Alexis Tsipras è stato paragonato, in ordine sparso: all’astuto Ulisse che naviga nei mari della crisi in cerca di un approdo sicuro, sfuggendo alla Circe europea che trasforma gli stati in porci (i famosi Pigs); a Perseo che decapita l’orrida Gorgone della troika; a Ercole che decapita con più spargimento di sangue l’Idra di Lerna della medesima troika; ad Aiace colto da improvvisa pazzia; a Edipo che non si accorge di essere lui stesso la sciagura di Tebe; a Teseo che deve inventarsi un espediente per condurre la Grecia fuori dal labirinto; ad Achille che anziché vivacchiare preferisce morire giovane nell’eroico assedio referendario; a Giasone che vuole reimpadronirsi del vello d’oro del capitalismo; al tracotante Icaro che perde le ali per aver troppo alzato la posta dei negoziati; a Tantalo punito per aver barato sui conti pubblici, condannato a tendere invano le mani verso gli alberi rigogliosi del credito; ad Apelle figlio di Apollo che fece una palla di pelle di pollo (va bene, questa non c’era, l’ho aggiunta io). C’è poi chi ricorda che Tsipras non è Zeus, al limite un mortale di talento, e soprattutto che non è Re Mida. Per ciascuno di questi dèi, eroi e titani assortiti si trovano, a frugar bene nei giornali italiani ed europei, decine di articoli. Un colossale pride di antichi compulsatori del Rocci e del Montanari, o male che vada di fan dei cartoni animati di Pollon. Leggi il seguito di questo post »

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luglio 5, 2015 at 12:52 PM

Abolire le prigioni (e trasformarle in monasteri)

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Valeria-Muledda-Nuclei-vitali-Le-Murate.-Progetti-Arte-Contemporanea-Firenze-foto-Alessandro-Naldi-3Diceva Altiero Spinelli che il carcere è una “piccola società cenobitica”, un monastero che impone al detenuto un insieme di regole ascetiche. L’ultimo capitolo di Abolire il carcere, il libro di Luigi Manconi, Stefano Anastasia, Valentina Calderone e Federica Resta pubblicato da Chiarelettere, ripercorre le tappe di questo perverso noviziato. Si comincia con la matricola, la perquisizione in ogni possibile orifizio, la visita medica, l’abbandono dei segni dell’identità precedente (documenti e oggetti personali), una fase che trova il suo corrispondente monastico nella spoliazione e nella tonsura. Poi si è accompagnati alla cella, non dal priore e dalla comunità dei confratelli, ma da uno stuolo di poliziotti. Comincia allora una vita di preghiera, che in carcere prende la sinistra forma burocratica della “domandina”, la richiesta da compilare e da inoltrare ai numi dell’autorità penitenziaria per ottenere l’accesso ai benefici più elementari. I tre voti religiosi – castità, povertà, obbedienza – sono anch’essi sfigurati in caricatura; specie l’obbedienza, che si traduce nella mimica servile della buona condotta, in un’umiltà affettata dietro la quale (cito ancora Spinelli) “può fiorire una orrida vegetazione di risentimenti, di cattiverie e di pervertimenti”. Leggi il seguito di questo post »

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giugno 21, 2015 at 11:10 am

Hypnerotomachia Vitellii

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brazil-gilliamL’altra notte non ho chiuso occhio, per colpa del ministro Franceschini. O meglio per mia imprudenza, perché il saggio non dovrebbe mai attardarsi su internet nella delicata fase ipnagogica: c’è il rischio che la mente individuale si impigli come una mosca nella vasta ragnatela delle fantasticherie generate da una mente collettiva e insonne, e che la pervagatio mentis contro cui ammonivano gli asceti si faccia così forsennata da gettarci nell’agitazione e nell’irrequietezza. E insomma, a farla breve, ho letto nel dormiveglia questo tweet del ministro: “Faremo la Biblioteca Nazionale dell’Inedito. Un luogo dove raccogliere e conservare per sempre romanzi e racconti di italiani mai pubblicati”. Lì per lì non ho capito l’entità della minaccia. Speravo di cavarmela con una scrollata di spalle e una risata, davanti a questo grottesco analogo letterario dei cimiteri dei feti abortiti, e di assopirmi su una nota di buon umore. Ma poi i pensieri hanno preso ad associarsi ad altri pensieri, a proliferare con la rapidità di una colonia di batteri, e si è generato un vortice impossibile da contenere: di qui la notte in bianco, e due occhi sbarrati nel buio. Leggi il seguito di questo post »

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giugno 10, 2015 at 1:34 PM

Travaglio, Sorrentino e la visione della sacra prostata

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137537d8-e3b0-44ac-be43-f3606460f83cRicapitoliamo. C’è Youth di Sorrentino, con i suoi dialoghi sulla caducità e sulla prostata. C’è Scalfari che minaccia a mezzo stampa un suo De senectute. C’è Berlusconi che fa capolino su Instagram stritolando cagnolini. Da quando Jep Gambardella ha sollevato il coperchio il contagio è irrefrenabile, e la sua eau de parfum si effonde per tutta la nazione. Alludo all’odore delle case dei vecchi, quell’odore che il dandy della Grande bellezza diceva di preferire addirittura alla “fessa”. Non tutti reagiscono allo stesso modo. Silvia Truzzi, per esempio, ci immerge il naso con tossica avidità, e ha appena pubblicato Un paese ci vuole, un libro di conversazioni con ottuagenari che al solo aprirlo manda zaffate di salotto gozzaniano. Ma il caso più interessante è quello di Marco Travaglio nella nuova veste di critico cinematografico. Il suo elogio di Youth, a leggerlo bene, segna un piccolo evento nella psicostoria dell’ultimo ventennio. Leggi il seguito di questo post »

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Maggio 24, 2015 at 4:16 PM

Il Grande Inquisitore. Dostoevskij nelle mani di Zagrebelsky

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Un giorno sulla Prospettiva Nevskij, per caso vi incontrai Gustavo Zagrebelsky (d’accordo, pagherò le royalty a Battiato, ma la tentazione era troppo forte). E insomma, il professore dalla voce chioccia e dalle antiche origini pietroburghesi ha scritto un libro su Dostoevskij, Liberi servi. Il Grande Inquisitore e l’enigma del potere (Einaudi). Confesso, ho paura di leggerlo. Lo adocchio da giorni in libreria, ci giro intorno, lo soppeso, lo sfoglio, quel piccolo inquisitore del commesso non mi leva gli occhi di dosso perché devo aver l’aria di un taccheggiatore, ma alla fine lo lascio lì. Leggi il seguito di questo post »

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Maggio 16, 2015 at 3:35 PM

Mecenate per un giorno

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17148-SalviatiPerfino in questi grigi tempi democratici capita, a noi megalomani, di sentirci per un giorno come all’epoca dei Medici o dei Gonzaga, quando il signore poteva radunare a corte i migliori musicisti d’Europa, commissionar loro mottetti e madrigali e farli eseguire per il proprio diletto. L’anno scorso, in un impeto di mecenatismo rinascimentale, ho detto al giovane giurista Andrea Apollonio: ci vorrebbe un bel libro a più voci sulla giustizia italiana nell’ultimo ventennio, che faccia capire cosa è accaduto al processo; ma io, che in materia sto a metà tra il loggionista e lo strimpellatore, non saprei neppure da dove cominciare, perché non lo fai tu? Lo sventurato mi ha preso in parola, e il madrigale polifonico è pronto: si chiama Processo e legge penale nella Seconda repubblica, e lo ha pubblicato Carocci il 30 aprile. Sapeste che Camerata de’ Bardi mi ha portato a corte! Esordisce il maestro Giovanni Fiandaca, che gorgheggia sui populismi giudiziari di destra e di sinistra, sugli intellettuali ridotti a tifosi, sulla strana piega che sta prendendo l’ideologia professionale dei magistrati. E non è che l’introduzione.

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Maggio 10, 2015 at 10:37 am

L’imputato di lungo corso. Kundera, Kafka e il processo assoluto

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titorelliUna pagina di Milan Kundera dai Testamenti traditi è servita a Giovanni Fiandaca per illustrare, sul Foglio di giovedì, l’invincibile vocazione espansionista del processo penale. Che dovrebbe concentrarsi sui fatti, ma finisce per mettere sotto giudizio gli uomini nella loro interezza; che dovrebbe restare nel recinto del diritto, ma pascola abusivamente nei campi della morale, della sociologia o della politica. “Il processo celebrato dal tribunale”, scriveva Kundera commentando Kafka, “è sempre assoluto; cioè non riguarda un atto isolato (furto, frode, violenza carnale) ma l’intera personalità dell’accusato”. A esso, si può aggiungere, corrisponde la pena assoluta del carcere, che per colpire un reato specifico sequestra tutta la persona del reo.

Esiste dunque un’inclinazione naturale del processo a dilagare, a espandersi in lunghezza, larghezza, profondità e soprattutto nel tempo, dimensione che la nostra fisica giuridica tende a ignorare, come dimostra il surreale allungamento della prescrizione. “Il processo è assoluto anche in questo”, aggiungeva Kundera nella stessa pagina, “e cioè che travalica i limiti della vita dell’accusato”. Leggi il seguito di questo post »

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aprile 12, 2015 at 12:07 PM

Ovvio dei popoli. Momenti di trascurabile banalità

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captain-obvious-comic-coverIl mito della rivoluzione è l’oppio degli intellettuali, diceva Raymond Aron, e lo diceva in tempo utile (i carri sovietici non erano ancora entrati a Budapest). Ben vengano dunque le terapie di disintossicazione, anche le più abborracciate e ritardatarie. Prendiamo il caso italiano. Quando, negli anni Ottanta, si esaurirono le riserve d’oppio rivoluzionario, si prospettò il rischio di un’astinenza di massa, con tutti i sintomi connessi (paranoie, allucinazioni, suicidi). Ci si affidò allora all’oppioide sintetico della questione morale e della diversità comunista, assunto così a lungo e in dosi così massicce da generare a sua volta dipendenza. Oggi, finito anche il metadone del dottor Berlinguer, alcuni medici caritatevoli somministrano un surrogato ancora più blando, quello che Berselli chiamava l’ovvio dei popoli.

Nel 2012 Roberto Saviano rimase folgorato da un saggio su Gramsci e Turati e lo prescrisse agli ex oppiomani: “Consiglio questo libro a chi si sente smarrito a sinistra”, annunciò su Repubblica. Che cosa aveva appreso di tanto eccitante? Che era esistita, un tempo, una sinistra riformista e tollerante. Con soli novantun anni di ritardo, arrivava per Saviano la commovente scoperta della scissione di Livorno. Di questa sinistra buona si erano perse le tracce, a quanto pare doveva essere stata una corrente clandestina, finché il suo spirito non è tornato a vivere nel Pd. Chissà cosa accadrà quando, nel 2051, Saviano s’imbatterà nella Storia del Psi di Antonio Landolfi, che da Turati arriva fino a Craxi, o nella Breve storia del liberalismo di sinistra di Paolo Bonetti. Nel frattempo, meglio cercare i propri modelli altrove, dove capita, perfino nella sinistra cilena ai tempi del referendum del 1988. Leggi il seguito di questo post »

Divisi in famiglia

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breve-storia«I Tories mi chiamano Whig, e i Whigs Tory». L’antico verso di Alexander Pope sembra scritto per consolare quegli infelici che, in Italia, si ostinano a definirsi liberali di sinistra. Oggi le cose sono più facili, ma per tutto l’arco della Prima Repubblica i rampolli di questa strana famiglia – dal Partito d’Azione agli Amici del Mondo al Partito Radicale – hanno penato molto a farsi riconoscere un posto sulla mappa politica. Visti da sinistra erano a destra, visti da destra erano a sinistra, eppure non erano al centro: bel rompicapo da Settimana Enigmistica. C’è da dire che un po’ se la sono cercata. La formula signorile con cui Pannunzio riassumeva l’ispirazione del Mondo – «progressisti in politica, conservatori in economia, reazionari nel costume» – non aiutava granché a far chiarezza. Aggiungiamo una certa litigiosità endemica del liberalismo italiano, a destra come a sinistra: la vecchia battuta secondo cui i liberali possono convocare il loro congresso in una cabina telefonica va emendata dicendo che, una volta là dentro, la prima cosa che fanno è prendersi a cazzotti per dissensi inconciliabili sulla disputa Croce-Einaudi o sulla valutazione storica di Giolitti. E se si azzuffano in una cabina telefonica, possono farlo anche tra le copertine di un libro. Breve storia del liberalismo di sinistra (Liberilibri) dà l’occasione di assistere a un’adorabile lite condominiale tra l’autore, Paolo Bonetti, e il postfatore, Dino Cofrancesco. Bonetti compone con dottrina ed eleganza un magnifico ritratto di famiglia, da Gobetti a Bobbio. Cofrancesco lo smonta punto per punto, riaprendo con l’occasione l’eterna querelle sull’azionismo. Storia e controstoria in un solo volume: il duello, cavalleresco e generoso, è da applausi. Da liberale apolide, come tanti nella Seconda Repubblica, mi sono sentito finalmente a casa. Ma una casa divisa in sé stessa non può reggersi, dicono i Vangeli, e così mi è tornato in mente, con un brivido, un Maurizio Costanzo Show di molti anni fa. Era un «uno contro tutti» di Marco Pannella, e tra i tutti c’era Bruno Zevi, allora presidente del Partito Radicale. Quando venne il suo turno, Zevi fu feroce: ma insomma, disse a Pannella, ci vuoi dire chi cavolo siamo? E prese a elencare le innumerevoli sigle della galassia radicale. Lo spettatore medio doveva già essere piuttosto disorientato da quella litania, sennonché Zevi , rosso come un peperone, prese a inneggiare a un’altra sigla ancora, estinta da mezzo secolo: «Viva il Partito d’Azione!». Leggi il seguito di questo post »

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marzo 25, 2015 at 12:41 PM

Trolls Inc.

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2392237019_01cecd96f8«Ecco io manderò da domani le cavallette sul tuo territorio. Esse copriranno il paese, così da non potersi più vedere il suolo: divoreranno ciò che è rimasto, che vi è stato lasciato dalla grandine, e divoreranno ogni albero che germoglia nella vostra campagna». È l’annuncio dell’ottava piaga d’Egitto, dal libro dell’Esodo, ma la si può anche leggere come profezia di una sciagura a noi più prossima: l’invasione dei troll, i commentatori molesti, pedanti, aggressivi, frustrati, paranoici. Arrivano in sciami a devastare qualunque discussione online fino a farne terra morta, come l’Egitto dopo il castigo divino. Ad avvalorare la profezia, menzionerei la parentela entomologica tra cavallette e grillini. Ma la mitologia del vicino è sempre più verde, e alla Bibbia abbiamo preferito il folklore norreno. Non che la scelta sia scorretta. John Lindow, studioso di mitologia scandinava dell’università di Berkeley, nelle pagine finali di Trolls: An Unnatural History (Reaktion Books), mette la metafora alla prova. Proprio come i loro eredi acquattati nell’anonimato elettronico, i troll sbucano dall’ombra, sono spiccatamente antisociali, minacciano chiunque entri in contatto con loro. Che si scelga l’Edda o la Bibbia, è chiaro che il troll moderno è l’ultima manifestazione di una figura perenne. Io stesso ho visto troll all’opera ben prima di internet: erano i filocastristi che arrivavano ovunque si parlasse di Cuba, a mandare in vacca la discussione; erano i gruppuscoli negazionisti che sabotavano i dibattiti sulla Shoah con provocazioni imbecilli («E allora le foibe?»). A volte ho sospettato che si muovessero in pullman organizzati, e un romanziere alla Pynchon potrebbe divertirsi a immaginare l’esistenza di una Trolls Inc., un’alleanza segreta per la distruzione della civiltà. Congettura non lontana dal vero: governi e aziende ingaggiano i troll per danneggiare i propri nemici, e i siti di news non sanno che inventarsi per arginarli. A dar retta alle fonti antiche, l’unica via è farli fuori. La mitologia norrena insegna molti modi per uccidere un troll, e anche il Padreterno, per metter fine alla piaga, non trovò di meglio che abbattere le cavallette nel Mar Rosso. Tutto fa supporre che abbia fatto lo stesso con i commentatori molesti dell’epoca, per elementari ragioni di Provvidenza. Mosè di lì a poco avrebbe dovuto annunciare solennemente il Decalogo, e non poteva permettersi che, tra un comandamento e l’altro, qualcuno continuasse a ripetere: «E allora le foibe?». Leggi il seguito di questo post »

Written by Guido

marzo 25, 2015 at 12:37 PM

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