Guido Vitiello

Archive for the ‘Il Foglio’ Category

Freud contro Lacan (e Allen contro tutti)

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Ho un sogno mostruosamente proibito, e non avendo né uno psicoanalista né un confessore mi affido alla cura d’anime dei lettori del Foglio. Ricordate la scena di Io e Annie in cui Woody Allen, in coda per il cinema, si ritrova davanti un massmediologo petulante che sproloquia su Marshall McLuhan? Da dietro un tabellone, per incanto, sbuca proprio McLuhan a sbugiardarlo: “Lei non sa niente del mio lavoro. Come sia arrivato a tenere un corso alla Columbia è cosa che desta meraviglia”. Ecco, ho sempre sognato che in uno dei seminari di Jacques Lacan a un certo punto spuntasse Sigmund Freud in persona, o più verosimilmente il suo fantasma vendicatore, ed esclamasse: “Lei non sa niente del mio lavoro. Le sue speculazioni sull’‘objet petit a’ o sul fallo come ‘radice di meno uno’ sono ciarlatanerie, i suoi calembour pedanti fanno ridere i polli. E poi, se lo faccia dire, lei scrive davvero uno schifo. Come abbia potuto metter su una baracca simile e chiamarla École freudienne è cosa che desta meraviglia, o meglio la desterebbe se non fosse che siamo a Parigi”. Leggi il seguito di questo post »

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luglio 16, 2012 at 11:49 am

Questa non è una lobby. Contro #zanardoinrai

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Non siamo una lobby, siamo molto di più. State sereni, non è lo slogan della nuova campagna di tesseramento del Venerabile, è il grido di battaglia con cui Marina Terragni ha annunciato sul suo blog il sostegno alla candidatura di Lorella Zanardo al cda Rai. La proposta è nata da un sondaggio tra i lettori di Articolo21 e di MoveOn Italia e rischia (non voglia il cielo) di trovare l’appoggio di Bersani, che ha scritto una lettera a quattro associazioni scelte secondo criteri imperscrutabili, tra le quali Se non ora quando, invitandole a suggerire candidature. Zanardo in Rai sarebbe, assicura Terragni, la donna giusta al posto giusto: sia culturalmente, per l’analisi svolta a partire dal documentario Il corpo delle donne, sia professionalmente, per i suoi trascorsi manageriali. Due parole sul merito: Zanardo è unfit. Culturalmente, Il corpo delle donne è un prodotto primitivo, un montaggio di vallette (come se in tv ci fossero solo quelle) con un commento che mescola un po’ di Lévinas letto male, un po’ di Pasolini letto tardi e un po’ di francofortismo rudimentale che nelle facoltà di Scienze della Comunicazione si insegna al capitolo: preistoria. Leggi il seguito di questo post »

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giugno 16, 2012 at 2:09 PM

Noir, falsa biografia d’Italia

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Un bel noir di provincia, ecco cosa ci vuole per un esordiente in cerca di fortuna. D’altro canto, lo diceva Fabrizio De André, non tutti nella capitale sbocciano i fiori del male: qualche delitto senza pretese lo abbiamo anche noi in paese. Un noir di provincia, ma anche di denuncia: si tratta di escogitare una trama ingarbugliata che da un qualunque fattaccio di cronaca o d’invenzione — l’omicidio di un tecnico informatico del Bellunese, la defenestrazione di una casalinga di Frattamaggiore — conduca a diramazioni sempre più oscure, a reti di complicità sempre più eccellenti: congiure internazionali, misteri d’Italia, zone d’ombra tra affari e malaffare. Serve poi lo stile adatto: scoppiettante, tutto mozziconi di frasi al presente indicativo e additamenti da narratore behaviourista. Per i dialoghi, rifarsi al tono di certe serie tv americane, anzi direttamente al doppiaggio italiano, creando uno slang-patacca su cui si avrà cura di innestare, qua e là, un po’ di crudezze dialettali, tanto per far capire che abbiamo letto Gadda e Pasolini e che sappiamo accostarci al cuore nero della realtà, alle viscere di un Paese irredimibile, come d’altronde reciteranno diligentemente la quarta di copertina e, al traino, i recensori pigri. A quel punto, manca solo il critico pronto a giurare che il noir è il nuovo «racconto della realtà». Continua a leggere su La Lettura.

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giugno 14, 2012 at 7:21 PM

Pubblicato su Il Foglio, Libri

Elémire Zolla, scrittore (1926-2002)

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Fanno festa Berlicche e Malacoda, i diavoli tentatori di C.S. Lewis, quando un cristiano in preghiera dà prova di credere che il Padreterno sia collocato in qualche punto nello spazio, diciamo pure “su in alto, all’angolo sinistro del soffitto della camera da letto”, o meglio ancora dov’è appeso il Crocefisso: è il segno certo che sta adorando un idolo, un fantoccio mentale, ed è tanto di fatica satanica risparmiata. Ma finché si resta ancorati al mondo di quaggiù, piaccia o meno, la gravità è la nostra signora, le coordinate spaziali la nostra condanna. Sarà pur vero che ciò che sta in alto è come ciò che sta in basso, come insegna la tavola smeraldina; tuttavia quando si è bassi e piccini, e ciò che sta in alto sta davvero in alto, e per giunta non si dispone di uno scaletto, non c’è sapienza ermetica che possa sottrarci a un sentimento di soggezione. Così, quando da bambino me ne stavo a fissare per ore la biblioteca paterna, c’era un libro che più degli altri m’incuteva timore, collocato in uno scaffale abbastanza alto perché io non potessi acciuffarlo, ma abbastanza basso da permettermi di leggere, sul dorso un poco ingiallito, un autore e un titolo dal suono arcano, che al solo scandirli a fior di labbra istigavano un terrore reverenziale: Elémire Zolla, Eclissi dell’intellettuale. Da dove veniva, quel nome altero, a che lingua apparteneva, e come si doveva pronunciarlo? E quali idee si agitavano sotto quel titolo cupo, perentorio? Leggi il seguito di questo post »

Il pellegrino ipocondriaco

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Ad averci i soldi, tanti soldi, correrei a comprare i diritti cinematografici di un libro appena uscito. State a sentire che bella favola: c’era una volta un trentenne ipocondriaco, rimuginante sull’infinita vanità del tutto, che si mise a bussare alla porta delle religioni più varie in cerca di salvezza e di consolazione. “Ma questo film l’abbiamo già visto!”, diranno i miei lettori. “È quello dove Woody Allen, convinto di avere un tumore al cervello, prova a farsi cattolico (senza fortuna), poi Hare Krishna, attratto dall’idea della reincarnazione, ma vuole garanzie che non tornerà in terra come alce o armadillo”. E invece no che non l’avete visto: è un altro film. Scordatevi Allen, e fate conto che a compiere il giro di consultazioni spirituali sia il buon avvocato della Signorina Felicita di Gozzano, anzi il suo capovolgimento perfetto: lì c’era uno spirito corroso dallo spleen che vedeva come un miraggio irraggiungibile la dolcezza della vita semplice; qui c’è un timido eroe che alle felicità crepuscolari pare predestinato per natura e per indole, se non fosse che si è messo in testa che deve fare il letterato, e che il letterato ha da essere inquieto: per lui, il gozzaniano “quello che fingo d’essere e non sono” funziona esattamente alla rovescia. La sua saggia Signorina Felicita, capace di domare le chimere letterarie prima che lo sbranino, l’ha pure trovata, e sposata. Com’è finito allora a fare il giro delle sette chiese, anzi settanta volte sette? Cosa lo ha spinto a setacciare tutta Roma in cerca di santi, santini e santoni? Perché tutti (o quasi) li ha provati. Gli Hare Krishna (non quelli di Central Park, quelli di piazza Navona), che gli hanno dato la sensazione inebriante di essere “uno splendido, puro, inoffensivo deficiente”; dei neopagani in odore di tradizionalismo evoliano, da cui si defila alquanto turbato; dei cordialissimi raeliani, il cui simbolo, che infrange tutte le sacre tavole del marketing (una svastica inscritta nella stella di David), testimonia se non altro una cristallina buonafede; dei liberi pensatori paranoici, più settari dei settari; degli evangelici sospettamente pragmatici. Leggi il seguito di questo post »

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giugno 3, 2012 at 2:55 PM

L’assolutista democratico (!). La libertà imbullonata alla berlina

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Come l’aquila che piomba sulla preda, lo studioso occhiuto e rigoroso deve restringere i propri giri via via che si avvicina a una nozione ambigua come quella di “democrazia”, esposta a tutti gli usi e gli abusi dei potenti. Se non piace la metafora predatoria, si provi con quest’altra: “I ‘padroni del potere’ che sequestrano la parola a loro vantaggio vanno piuttosto imbullonati alla berlina della critica, al significato irrinunciabile del vocabolo, smascherati come democratici falsi e bugiardi”. Metafora che dà nel forcaiolo o nel metalmeccanico, a seconda che s’intenda berlina come (cito lo Zingarelli): 1) Antica pena inflitta a certi condannati esponendoli in luogo pubblico e rendendo noto con bando o per iscritto la loro colpa; oppure 2) Automobile chiusa a due o quattro porte, con quattro o più posti (lectio che sarebbe più coerente con il verbo “imbullonare”). Già che l’ideatore della metafora è Paolo Flores d’Arcais, le due accezioni possono pacificamente coesistere. Leggi il seguito di questo post »

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Maggio 24, 2012 at 2:31 PM

Pubblicato su Giustizia, Il Foglio, Libri, Politica

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Io sono vivo, voi siete morti. Beppe Grillo tra zombie e vampiri

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Breve cronaca di un finimondo. Quando nei talk show, sui giornali e nelle aule parlamentari la retorica dell’o di qua o di là, del noi e del loro, della destra e della manca, delle formiche rosse e delle formiche nere cominciò a suonare come un irritante e vuoto cicaleccio, nell’aria si addensarono i presagi del diluvio imminente. I nocchieri politici più stolti non si accorsero di nulla, non abbandonarono gli antichi vizi, si accanirono nella guerra per bande, famiglie o contrade: di lì a poco, i denti ancora digrignati, li avrebbe spazzati via il nubifragio. I più lungimiranti s’ingegnarono per mettersi in salvo su arche, scialuppe di fortuna o grandi creature dei mari. Ce n’erano di robuste e ben sperimentate, ed è a queste che puntarono i più prudenti, gli inaffondabili democristiani, persuasi in cuor loro che per la Balena bianca, come per la Chiesa di Roma, valga il mistero del non praevalebunt, che i flutti della storia e gli arrembaggi dei bracconieri non possano nulla contro quella pacifica bestia marina: presero a salmodiare le formule di rito – responsabilità, unità nazionale, centro, mediazione, serietà – e si affidarono alla Provvidenza. I più temerari, o anche solo i più disperati, si gettarono invece su una zattera basculante e malcerta. Né di qua né di là, proclamarono, piuttosto al di là, in tutti i sensi possibili. Nasceva la spettrale retorica dell’Oltre. Leggi il seguito di questo post »

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Maggio 14, 2012 at 10:40 am

Lasciate in pace Bartleby. Contro l’uso politico dei classici

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Ricordava Milan Kundera di quando dovette assistere, nella Praga appena liberata dall’occupazione nazista, a una messinscena dell’Antigone di Sofocle adattata alla solennità e all’euforia dell’occasione. Creonte vi appariva come un impettito caporaletto fascista, un fantoccio autoritario, Antigone come una paladina della libertà, partigiana o suffragetta. In luogo della tragedia, che è scontro indecidibile di due ragioni e di due leggi, un galvanizzante e didascalico teatro dei pupi. Arruolare i classici in battaglia, che villanìa, che pena. Ora è la volta del povero Bartleby, taciturno scrivano, rivendicato come primo occupante di Wall Street, tirato giù dal letto e trascinato in piazza di contraggenio, gli occhi ancora gonfi di sonno, e qui costretto a ripetere la sua rinuncia sibillina come il più fesso degli slogan, a sentire la propria voce – che Melville volle ferma ma soave – raccolta e amplificata dallo schiamazzo responsoriale dei microfoni umani. Che villanìa, che pena. Eppure i classici, specie i più appartati ed elusivi, non si prestano di buon grado a queste mansioni servili. Tutt’al più, se proprio li si interpella, offrono un albero maestro a cui legarsi per non cedere all’incanto delle sirene più esagitate. Leggi il seguito di questo post »

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Maggio 10, 2012 at 12:57 PM

Soddisfatti o riesumati. Storie di tragicomiche dissepolture

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Soddisfatti o riesumati. Sarebbe un ottimo slogan per un’impresa di pompe funebri, e sfido chiunque a dire che sia fuor di tono: a cospetto della morte nulla val meglio dell’umor nero dei surrealisti, che è poi stretto parente dell’atra bile dei malinconici, e quella materia densa e scura ciascuno la estrae e la raffina come può. Soddisfatti o riesumati, ed è meglio per tutti, perché è dalle mezze sepolture che saltano fuori i guai peggiori – i non spirati, i vampiri, gli zombie, i revenant. Ecco, perché i revenant la smettano di rivenire occorre che siano morti per bene, che abbiano le coperte rimboccate, e che tutti siano concordi nel sigillare il feretro. Ed è qui che cominciano i problemi.

“Non potremmo fare almeno una riunione che non finisca con la riesumazione di un cadavere?”, si domanda esasperato il sindaco Quimby di Springfield, la città dei Simpson. E se questo è vero per un’immaginaria cittadina degli Stati Uniti, paese dove in fondo si riesce a convenire su una versione comune della storia, a mettere qualche punto fermo, figuriamoci in Italia, dove non c’è episodio che non sia oggetto di eterna contesa avvocatesca, non c’è contoversia storica che abbia un approdo certo, non c’è morto che muoia davvero. Qui riesumare è una triste necessità, e oltretutto il luogo del cadavere – quell’hic jacet che, diceva Michel Serres, ricorda tanto il Dasein heideggeriano, il dato elementare dell’“esserci” – è l’ultimo appiglio del senso di realtà, o se più piace il grado zero degli accadimenti, prima che vi si formi attorno la ragnatela delle interpretazioni. Leggi il seguito di questo post »

La società dello stupro. Sugli usi ideologici del caso DSK

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Arriva nelle librerie italiane il nuovo pamphlet di Marcela Iacub, Una società di stupratori? (Medusa edizioni). Ieri Il Foglio ha pubblicato la mia prefazione e un commento di Giuliano Ferrara.

Il titolo di un libro è come un ambasciatore che venga a portar notizie di un paese ancora sconosciuto. Può accadere però che questo messo – vuoi per la sua affabilità e il suo talento mondano, vuoi perché arriva nel luogo giusto al momento giusto – sia accolto con tanto fasto e tanti onori che nessuno si cura più di visitare la sua terra d’origine. È accaduto con la «fine della storia» o con lo «scontro di civiltà», formule che hanno preso a vivere di vita propria nel dibattito pubblico senza che nessuno s’incomodasse a studiare le tesi di Fukuyama o di Huntington. È accaduto, in modo perfino più vistoso, con il «circo mediatico-giudiziario». Quando l’avvocato Daniel Soulez Larivière, nel 1993, pubblicò in Francia Du cirque médiatico-judiciaire et des moyens d’en sortir, in Italia si era al culmine di Mani pulite: il luogo giusto al momento giusto, appunto. Quanti lessero il libro, tradotto l’anno dopo da un editore piccolo, coraggioso e aristocratico? Non molti, c’è da supporre. Ma da allora la formula è diventata moneta corrente nella prosa giornalistica, sia pure con qualche interpolazione rivelatrice: alcuni usano la variante di circolo (che evoca, nobilmente, il circolo vizioso della logica), altri quelle di circuito o cortocircuito (che allude al malfunzionamento di un meccanismo, indipendente dalla volontà di chi lo innesca), nessuno sembra aver voglia di ricordare che Soulez Larivière parlava proprio di un circo, che pianta il suo tendone sulla scena di un crimine. Un circo che non si mette in moto da sé, ha i suoi zelanti impresari, i suoi allestitori, i suoi attrezzisti. Ai magistrati e ai giornalisti spetta, come si può intuire, il ruolo di grandi domatori, e dal punto di vista della civiltà giuridica poco conta se a finire in pasto ai leoni sia un colpevole o un innocente: come già nella Roma imperiale, la damnatio ad bestias poteva spettare al più losco dei malfattori come al più limpido martire cristiano. Continua a leggere su Il Foglio

 

Written by Guido

aprile 21, 2012 at 7:29 PM

Pubblicato su Il Foglio, Libri