Archive for the ‘Libri’ Category
Superior stabat agnus. Critica della vittima
Non so quali siano gli effetti tossicologici del Popper, dottore, ma c’è una pagina de La società aperta e i suoi nemici che mi ronza nella testa da vent’anni e non vuole uscirne, devo preoccuparmi? È quella in cui il filosofo mette allo specchio i partiti che parlano da lupi e agiscono da agnelli e i partiti che parlano da agnelli e agiscono da lupi: un piccolo chiasmo che vale un trattato di scienza politica. E va bene che Daniele Giglioli assume droghe ben più pesanti delle mie (un cocktail micidiale di Zizek, Agamben, Badiou, Rancière, Butler, roba che stenderebbe un cavallo) ma il suo Critica della vittima, appena pubblicato da Nottetempo, è sempre lì che torna, alla favoletta di Fedro e alle sue inesauribili implicazioni politiche. Superior stabat lupus, ma per divorare impunemente l’agnello non devi ululare, devi belare più forte di lui, vantando nei suoi confronti un credito morale antico, acceso da non importa quale offesa. Travestirsi da agnellino o al limite (variante burlesque) da nonna di Cappuccetto Rosso è il sogno di qualsiasi lupo; perché agli occhi del mondo la vittima è per definizione irresponsabile, non ha di che discolparsi e giustificarsi, la sua identità si riassume in una proprietà passiva – l’aver subìto un’offesa – che ingiunge la riparazione, il risarcimento, o a esser maliziosi il pagamento di un riscatto morale. Leggi il seguito di questo post »
Come se fosse antani. Genealogia della superbia intellettuale
Del pensiero francese non si butta via nulla, neppure le bucce, ha commentato un mio sarcastico amico davanti all’ultimo opuscolo di Georges Didi-Huberman: Scorze. La francofilia degli editori italiani è cosa nota, eppure ci sono autori che faticano a varcare le Alpi, costringendo un povero incensurato come me a fare lo spallone. Proverò quindi a contrabbandare François George, saggista dai molti pseudonimi che nel 1979 pubblicò un pamphlet intraducibile fin dal titolo, L’Effet ’Yau de Poêle. De Lacan et des lacaniens. Incuriosito dalla nuova moda parigina, George si era intrufolato in un circolo che si riuniva il venerdì sera nella sala interna di un caffè del Quartiere latino per dedicarsi all’esegesi collettiva di Lacan. Non capiva un accidente e si sentiva un cretino, ma tra di loro i lacaniani sembravano intendersi a meraviglia, era tutto uno scambiarsi pensosi cenni di assenso. Il bluff rischiava di saltare quando il barbuto direttore del seminario gli chiese di commentare un passo piuttosto difficile; nel panico, George improvvisò qualche frase a vanvera (qui diremmo una supercazzola) ed era pronto a farsi sbattere fuori nella riprovazione generale. “Ma a poco a poco, mi accorsi che le mie parole, lungi dal suscitare scandalo, cadevano in un silenzio interessato, e constatai una cosa meravigliosa: senza capirmi io stesso, parlavo in lacaniano”. Il direttore gli prospettò perfino un fulgido avvenire nel circolo. Da cretino, George passò a sentirsi un impostore. Seguivano duecento pagine sul lacanismo come scuola esoterico-pitagorica, e su quel gergo ripugnante che valeva, a un tempo, da strumento di dominio intellettuale, da repertorio di parole d’ordine per i membri della confraternita e da arma di seduzione, o di intimidazione, presso la gente colta. Tutte cose che hanno a che fare con il potere più che con la conoscenza. Leggi il seguito di questo post »
Il critico Ostrogoto. Berardinelli e la nuova piccola borghesia
Chi ha in simpatia il marziano a Roma di Flaiano, lo yankee alla corte di re Artù di Mark Twain e altri intrusi, non trascuri l’Ostrogoto nel paese dei letterati immaginato dall’abate Rosmini: “Se venisse tra di noi per vedere i nostri costumi un uomo di qualche remota contrada ancor barbara, e s’invogliasse di conoscer la tempera di questa classe che sente celebrar tanto di letterati, (…) ben credo che a sentir gli sciaurati giudizi che portano essi stessi gli uni degli altri, e la viltà in cui si hanno scambievolmente, egli dovrebbe dire seco medesimo: or è dunque questa la gente per la quale questo paese si mette sopra del nostro?”. Così si legge nel Galateo de’ letterati (1828), un piccolo codice dell’urbanità letteraria fondato sulla premessa che quanti scrivono galatei per gli altri uomini (il bersaglio è Melchiorre Gioja) non ne osservano, disputando tra di loro, i precetti. Leggi il seguito di questo post »
Facebook-Krieg, ovvero: Claudio Magris e il suo Doppio
Qualcuno doveva aver raggirato Claudio M., perché senza che avesse fatto niente di male una mattina lo iscrissero a Facebook. Il professore absburgico si è trovato, suo malgrado, sdoppiato: da una parte Claudio Magris, dall’altra il profilo Facebook di Claudio Magris. E va bene che ogni orfano della finis Austriae ha diritto al suo personale Doppelgänger, ma che gli si lasci almeno il piacere perturbante di generarlo da sé, per gemmazione fantastica, psicoanalitica, allucinatoria, al limite vendendo l’ombra al diavolo. La reazione, tempestiva e battagliera, il professore l’ha affidata alla sede naturale che spetta a chiunque venga iscritto proditoriamente a un social network: la prima pagina del principale quotidiano nazionale.
C’è perfetto accordo tra pensiero e azione, tra il Beruf dello studioso, la sua vocazione professionale, e la prassi del militante. Nell’ultimo libricino Segreti e no Magris rivendica il “diritto all’opacità”, a mantenersi in ombra; nel commento di giovedì sul Corriere si appella invece al secondo comma dell’articolo 20 della Costituzione che sancisce il “diritto di non partecipare” e invita a diffonderlo, a far volantinaggio, a declamarlo in tv, cosa che farei volentieri se solo quel comma esistesse (forse anche la Carta ha un suo Doppio onirico); chiama poi in causa la partecipazione coatta dei regimi totalitari, che ti iscrivevano d’ufficio ai Facebook dell’epoca – i Figli della Lupa, il Komsomol sovietico, la Hitlerjugend. Ma piano con i risolini: non siamo in Kakania, lo stile non è quello fumoso e inconcludente dell’Azione Parallela, e Magris, a differenza dell’Ulrich di Musil, è uomo d’azione. Non mollerà la preda, come testimonia la sua storica battaglia contro Telecom, passata agli annali come Memotel-Kampf o la Guerra dei sei anni (2001-2007). Leggi il seguito di questo post »
L’enciclica di Papa Gustavo
Ho letto la nuova enciclica di Gustavo Zagrebelsky, Fondata sulla cultura, e ne sono uscito riconfortato. Il professore mi aveva fatto stare in pensiero, ultimamente. Mi ero imbattuto nella sua postfazione a un libro di Sandra Bonsanti, un’intemerata contro il culto del denaro così fiammeggiante che pareva un libello di Lutero, e temevo che dopo averla conclusa Zagrebelsky avesse scagliato pure lui un calamaio contro Satana. Ma alcuni segnali erano perfino più inquietanti. Il nesso potere-denaro era paragonato all’uroboro, “il mitico serpente che si nutre di se stesso, con la bocca incollata alla coda o all’ano”, ma già che non si capisce bene se è la bocca del denaro ad attaccarsi all’ano del potere o viceversa, “non sapresti dire, in questo caso, qual è l’orifizio che dà e quale quello che riceve”. Ecco, mi sono detto, il professore è a un bivio: una via porta a Julius Evola, l’altra al pitone di Ilona Staller. Meno male che Fondata sulla cultura ha rimesso le cose a posto, e Zagrebelsky è tornato alla sua prosa consueta, che è quella di un neotomista di provincia in abiti laicali. Non per nulla l’enciclica è data in Torino, Einaudi, il 28 gennaio: San Tommaso d’Aquino. Leggi il seguito di questo post »
Negazionismo e cialtronismo
Capita perfino di chiedersi perché esistano i quotidiani, in un paese dove l’attualità non è un’increspatura sull’onda della storia ma lo sciabordìo di un eterno presente inconcludente. Basterebbe, all’occasione, riesumare antichi commenti. E così, ora che torna in auge e in aula il dibattito sul reato di negazionismo, il pigro che è in me si limiterebbe a trascrivere qualche riga da un vecchio libro, Anatomia dell’errore giudiziario dell’avvocato Titta Mazzuca, che riassumeva tutta una filosofia del legiferare: “Ma bisogna andare cauti con le leggi! In questi ultimi tempi i nostri legislatori hanno preteso di modificare il costume con la proliferazione di ogni tipo di norme. Ne sono derivate leggi viziate sul piano logico, psicologico e tecnico-giuridico”. Le leggi non si creano “col capriccio d’un atto di volontà, con l’impulsività delle reazioni, talora emotive, a determinati fenomeni sociali”. Il libro ha trentacinque anni ma nulla è cambiato, salvo che in casi come questo l’impulsività non è dettata da un allarme diffuso, foss’anche eccitato ad arte dalle cronache, ma dalla liturgia del calendario. I promotori dicono che affrettarsi a esaminare il disegno di legge è doveroso, perché incombe il 27 gennaio; a ottobre si rammaricarono perché non si poté cogliere l’onda del settantennale del rastrellamento del ghetto di Roma e dell’indignazione per i deliri di Priebke. Non è così che si legifera. Leggi il seguito di questo post »
Il fantozzismo nella storia d’Italia
Come cultore di una disciplina fieramente oziosa, la filologia fantozziana, nonché Gran Maestro di un ordine esoterico crapulone, i Cavalieri della Prunella Ballor, non posso che salutare con tripudio il saggio che Claudio Giunta, filologo di cose un po’ più serie (tra le sue fatiche recenti c’è un commento alle Rime di Dante) ha dedicato al nostro ragioniere. S’intitola “Diventare Fantozzi” e lo si trova nel volume Una sterminata domenica, appena pubblicato dal Mulino. Accanto al libro di Giacomo Manzoli (Da Ercole a Fantozzi) è la cosa migliore che abbia prodotto la nostra disciplina negletta e ansiosa di consacrazione accademica. Giunta tenta di sciogliere la più indecidibile delle questioni, ossia che cosa debba intendersi per “fantozziano”. Risponde che fantozziano è prima di tutto il sentimento di inadeguatezza dell’“uomo medio sensuale” a cospetto del cerimoniale imposto dal contesto in cui si trova ad agire, che sia un campo da tennis, una cena nobiliar-aziendale, un casinò, una vacanza a Courmayeur. Leggi il seguito di questo post »
Uffici stampa, vi amo
Io sono innamorato di tutti gli uffici stampa che promuovono i libri per le case editrici, e questa è la mia dichiarazione d’amore. Non è un lavoro facile, il loro, e qualche maligno potrebbe perfino insinuare che non si discosta troppo da quello del vecchio venditore di enciclopedie, che ti si piantava in casa a metà mattinata e affabilmente ti persuadeva a comprare i primi sette volumi da A-Au a Im-Lul, con l’augurio che vivessi abbastanza a lungo da poter un giorno consultare (tu, o i figli dei tuoi figli, indebitandosi) la voce “Zweig, Stefan”. Ma è un paragone ingeneroso: a me gli uffici stampa ricordano piuttosto quei corteggiatori pieni d’inventiva che, pur di attaccare bottone, devono in tutta fretta escogitare un pretesto che non sembri smaccatamente un pretesto, qualcosa di meno scoperto di “Scusa, sai l’ora?” o di “Hai per caso da accendere?”. E proprio per questo ne sono innamorato: perché mi danno l’occasione, risarcitoria e lusinghiera, di stare una volta tanto sull’altro versante della grande muraglia adolescenziale, nel ruolo della gattamorta un po’ restia che sa benissimo dove i compagni di scuola vogliono arrivare con tutte quelle moine, ma si gode lo spettacolo. Gli espedienti sono inesauribili, innumerevoli i trucchi e le lusinghe. Si tratta di compilarne un primo inventario sentimentale, ed è per questo che a ciascuno dei corteggiatori e delle corteggiatrici editoriali dedico il titolo di un film più o meno classico. Continua a leggere su Internazionale.


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