Hotel Gramsci
Suonano alla porta, accosto l’occhio allo spioncino. Non aspetto nessuno, quindi si tratta di individuare la tipologia di seccatore. Le varianti principali sono due: 1) Studente trasandato, ma non per vezzo come quelli del DAMS, piuttosto uno che pare sbucato dall’Università di Pietroburgo del 1870, con una barba che all’inesperto può far pensare a un hipster ma in realtà è quella di un narodnik russo che prepara un attentato allo zar: facile, è un venditore porta a porta del giornale “Lotta Comunista”; 2) Bellimbusto in camicia bianca e denti bianchi, generalmente abbronzato, il nodo della cravatta un po’ allentato e una cartellina sotto il braccio: facile anche questa, vuole rifilarmi un contratto di telefonia o al limite è un promotore finanziario. In entrambi i casi, sprangare la porta e simulare uno stretto accento di Manila per annunciare che il signore, poverino, è morto. Immaginate però di guardare un giorno dallo spioncino e trovarvi davanti un giovanotto in camicia bianca con un sorriso tutto denti e… una mazzetta di “Lotta Comunista” sotto il braccio. Straniante, vero? Se ci riuscite, avete l’essenziale per capire Diego Fusaro. Questo giovane filosofo ha stravolto le regole del mio “Indovina chi”. La prima volta che l’ho visto, in un talk show, mi sono sentito come Hegel a Jena quando vide Napoleone a cavallo: ecco, mi sono detto, oggi mi è apparso lo spirito del tempo berlusconiano-renziano! Poi però diceva cose come “lotta delle classi subalterne contro il capitale”, e di colpo mi ritrovavo nel 1917. Che pensare? Il conflitto tra l’apparenza e la sostanza di Fusaro, o diciamo pure tra la sua struttura e la sua sovrastruttura, è filosoficamente inebriante. Può un promotore finanziario vendere Marx porta a porta? Nel dubbio ho guardato dallo spioncino il suo nuovo libro, Antonio Gramsci (Feltrinelli), solo le prime righe: «Nel 2014 si è diffusa la notizia che, in piazza Carlo Emanuele, a Torino, sulle ceneri della casa in cui Antonio Gramsci abitò dal 1919 al 1921, fondando “L’Ordine nuovo” e gettando le basi del futuro Partito comunista, sarebbe dovuto sorgere un albergo di lusso. Dotato di ogni comfort, ostentatamente sfarzoso, dislocato su cinque piani, il nuovo albergo si sarebbe chiamato “Hotel Gramsci”». Lui ci vede un segno dei tempi, l’asservimento della sinistra al capitale, roba forte. Io però mi fido più della sovrastruttura, e se mai dovessi entrare all’Hotel Gramsci immagino che al banco della reception, con un sorriso smagliante, troverò Diego Fusaro. Leggi il seguito di questo post »
Come una maionese, ma peggio: abbiamo lasciato impazzire l’italiano
A giudicare dalla varietà e dall’aleatorietà degli usi che se ne fanno, si direbbe che «implementare» è la versione adulta di «puffare». È un verbo passe-partout, che può indicare grosso modo qualunque azione. «Il governo ha implementato le riforme»; «va abbastanza bene, ma dovresti implementarlo un po’»; «ho ricevuto solo la prima parte, puoi implementarmi il resto?». C’è da scommettere che, passando per tappe come «meglio comandare che implementare» e «chi la implementa l’aspetti», arriveremo presto o tardi, senza accorgercene, alla frase che segnerà il punto di non ritorno: «Implementami il sale».
Implementare è una delle strane creature verbali che Luca Mastrantonio passa in rassegna in Pazzesco! Dizionario ragionato dell’italiano esagerato (Marsilio), piccolo inventario delle parole uscite di senno che girano a piede libero nella conversazione quotidiana, nel linguaggio giornalistico, nel gergo politico, soprattutto nella chiacchiera infinita dei social network. Continua a leggere sul Corriere della Sera
Il buon selvaggio televisivo
Quando pensano a Matteo Renzi non gli viene in mente nulla. O meglio, gli vengono in mente frasi come questa di Rino Genovese, filosofo: “Matteo Renzi è il nulla. Lo dico con cognizione di causa per averlo incontrato una volta, ormai diversi anni fa, alla presentazione fiorentina di un libro”. L’articolo, scritto a commento delle primarie del 2013, si è guadagnato un posto nel mio sciocchezzaio per molte ragioni. Per la comicità (involontaria) che si sprigiona dall’attrito tra la perentorietà dell’affermazione e l’irrisorietà del pretesto; per la boria senza limiti; perché mi ha fatto venire i capelli bianchi alla prospettiva di vent’anni di antirenzismo come copia iperrealista dell’antiberlusconismo; perché questo trattar Renzi da tabula rasa mi ha rivelato con una chiarezza senza precedenti una posa che di precedenti ne ha molti, e uno più ferale degli altri, la “Fenomenologia di Mike Bongiorno” di Umberto Eco. Leggi il seguito di questo post »
L’imputato di lungo corso. Kundera, Kafka e il processo assoluto
Una pagina di Milan Kundera dai Testamenti traditi è servita a Giovanni Fiandaca per illustrare, sul Foglio di giovedì, l’invincibile vocazione espansionista del processo penale. Che dovrebbe concentrarsi sui fatti, ma finisce per mettere sotto giudizio gli uomini nella loro interezza; che dovrebbe restare nel recinto del diritto, ma pascola abusivamente nei campi della morale, della sociologia o della politica. “Il processo celebrato dal tribunale”, scriveva Kundera commentando Kafka, “è sempre assoluto; cioè non riguarda un atto isolato (furto, frode, violenza carnale) ma l’intera personalità dell’accusato”. A esso, si può aggiungere, corrisponde la pena assoluta del carcere, che per colpire un reato specifico sequestra tutta la persona del reo.
Esiste dunque un’inclinazione naturale del processo a dilagare, a espandersi in lunghezza, larghezza, profondità e soprattutto nel tempo, dimensione che la nostra fisica giuridica tende a ignorare, come dimostra il surreale allungamento della prescrizione. “Il processo è assoluto anche in questo”, aggiungeva Kundera nella stessa pagina, “e cioè che travalica i limiti della vita dell’accusato”. Leggi il seguito di questo post »
Ovvio dei popoli. Momenti di trascurabile banalità
Il mito della rivoluzione è l’oppio degli intellettuali, diceva Raymond Aron, e lo diceva in tempo utile (i carri sovietici non erano ancora entrati a Budapest). Ben vengano dunque le terapie di disintossicazione, anche le più abborracciate e ritardatarie. Prendiamo il caso italiano. Quando, negli anni Ottanta, si esaurirono le riserve d’oppio rivoluzionario, si prospettò il rischio di un’astinenza di massa, con tutti i sintomi connessi (paranoie, allucinazioni, suicidi). Ci si affidò allora all’oppioide sintetico della questione morale e della diversità comunista, assunto così a lungo e in dosi così massicce da generare a sua volta dipendenza. Oggi, finito anche il metadone del dottor Berlinguer, alcuni medici caritatevoli somministrano un surrogato ancora più blando, quello che Berselli chiamava l’ovvio dei popoli.
Nel 2012 Roberto Saviano rimase folgorato da un saggio su Gramsci e Turati e lo prescrisse agli ex oppiomani: “Consiglio questo libro a chi si sente smarrito a sinistra”, annunciò su Repubblica. Che cosa aveva appreso di tanto eccitante? Che era esistita, un tempo, una sinistra riformista e tollerante. Con soli novantun anni di ritardo, arrivava per Saviano la commovente scoperta della scissione di Livorno. Di questa sinistra buona si erano perse le tracce, a quanto pare doveva essere stata una corrente clandestina, finché il suo spirito non è tornato a vivere nel Pd. Chissà cosa accadrà quando, nel 2051, Saviano s’imbatterà nella Storia del Psi di Antonio Landolfi, che da Turati arriva fino a Craxi, o nella Breve storia del liberalismo di sinistra di Paolo Bonetti. Nel frattempo, meglio cercare i propri modelli altrove, dove capita, perfino nella sinistra cilena ai tempi del referendum del 1988. Leggi il seguito di questo post »
Revival 1992. Guida per il feticista di Tangentopoli
Con regolarità di marea, le ondate nostalgiche si presentano dopo un ventennio. Lo ha accertato il sociologo americano Fred Davis, uno dei primi osservatori di quel fenomeno che passa sotto i nomi piuttosto irritanti di vintage, rétro o revival. Negli anni Settanta si guardava agli happy days dei Cinquanta, gli Ottanta rimpiansero i fabulous Sixties. È dunque perfettamente puntuale il revival degli anni Novanta che Sky sta alimentando intorno alla serie tv 1992, dedicata all’anno di Mani pulite. Seguirà, perché così vuole l’inesorabile legge storica, il recupero feticistico di tutti gli orrori di quel decennio, all’insegna di monosillabi non meno irritanti come camp, cult e trash. Ma poiché, ammonivano gli stoici, il destino guida chi lo asseconda e trascina i riluttanti, ho deciso di non opporre resistenza e di portare il mio contributo al vintage di Tangentopoli. Ecco i reperti che posso offrire all’asta. Leggi il seguito di questo post »
Divisi in famiglia
«I Tories mi chiamano Whig, e i Whigs Tory». L’antico verso di Alexander Pope sembra scritto per consolare quegli infelici che, in Italia, si ostinano a definirsi liberali di sinistra. Oggi le cose sono più facili, ma per tutto l’arco della Prima Repubblica i rampolli di questa strana famiglia – dal Partito d’Azione agli Amici del Mondo al Partito Radicale – hanno penato molto a farsi riconoscere un posto sulla mappa politica. Visti da sinistra erano a destra, visti da destra erano a sinistra, eppure non erano al centro: bel rompicapo da Settimana Enigmistica. C’è da dire che un po’ se la sono cercata. La formula signorile con cui Pannunzio riassumeva l’ispirazione del Mondo – «progressisti in politica, conservatori in economia, reazionari nel costume» – non aiutava granché a far chiarezza. Aggiungiamo una certa litigiosità endemica del liberalismo italiano, a destra come a sinistra: la vecchia battuta secondo cui i liberali possono convocare il loro congresso in una cabina telefonica va emendata dicendo che, una volta là dentro, la prima cosa che fanno è prendersi a cazzotti per dissensi inconciliabili sulla disputa Croce-Einaudi o sulla valutazione storica di Giolitti. E se si azzuffano in una cabina telefonica, possono farlo anche tra le copertine di un libro. Breve storia del liberalismo di sinistra (Liberilibri) dà l’occasione di assistere a un’adorabile lite condominiale tra l’autore, Paolo Bonetti, e il postfatore, Dino Cofrancesco. Bonetti compone con dottrina ed eleganza un magnifico ritratto di famiglia, da Gobetti a Bobbio. Cofrancesco lo smonta punto per punto, riaprendo con l’occasione l’eterna querelle sull’azionismo. Storia e controstoria in un solo volume: il duello, cavalleresco e generoso, è da applausi. Da liberale apolide, come tanti nella Seconda Repubblica, mi sono sentito finalmente a casa. Ma una casa divisa in sé stessa non può reggersi, dicono i Vangeli, e così mi è tornato in mente, con un brivido, un Maurizio Costanzo Show di molti anni fa. Era un «uno contro tutti» di Marco Pannella, e tra i tutti c’era Bruno Zevi, allora presidente del Partito Radicale. Quando venne il suo turno, Zevi fu feroce: ma insomma, disse a Pannella, ci vuoi dire chi cavolo siamo? E prese a elencare le innumerevoli sigle della galassia radicale. Lo spettatore medio doveva già essere piuttosto disorientato da quella litania, sennonché Zevi , rosso come un peperone, prese a inneggiare a un’altra sigla ancora, estinta da mezzo secolo: «Viva il Partito d’Azione!». Leggi il seguito di questo post »
Trolls Inc.
«Ecco io manderò da domani le cavallette sul tuo territorio. Esse copriranno il paese, così da non potersi più vedere il suolo: divoreranno ciò che è rimasto, che vi è stato lasciato dalla grandine, e divoreranno ogni albero che germoglia nella vostra campagna». È l’annuncio dell’ottava piaga d’Egitto, dal libro dell’Esodo, ma la si può anche leggere come profezia di una sciagura a noi più prossima: l’invasione dei troll, i commentatori molesti, pedanti, aggressivi, frustrati, paranoici. Arrivano in sciami a devastare qualunque discussione online fino a farne terra morta, come l’Egitto dopo il castigo divino. Ad avvalorare la profezia, menzionerei la parentela entomologica tra cavallette e grillini. Ma la mitologia del vicino è sempre più verde, e alla Bibbia abbiamo preferito il folklore norreno. Non che la scelta sia scorretta. John Lindow, studioso di mitologia scandinava dell’università di Berkeley, nelle pagine finali di Trolls: An Unnatural History (Reaktion Books), mette la metafora alla prova. Proprio come i loro eredi acquattati nell’anonimato elettronico, i troll sbucano dall’ombra, sono spiccatamente antisociali, minacciano chiunque entri in contatto con loro. Che si scelga l’Edda o la Bibbia, è chiaro che il troll moderno è l’ultima manifestazione di una figura perenne. Io stesso ho visto troll all’opera ben prima di internet: erano i filocastristi che arrivavano ovunque si parlasse di Cuba, a mandare in vacca la discussione; erano i gruppuscoli negazionisti che sabotavano i dibattiti sulla Shoah con provocazioni imbecilli («E allora le foibe?»). A volte ho sospettato che si muovessero in pullman organizzati, e un romanziere alla Pynchon potrebbe divertirsi a immaginare l’esistenza di una Trolls Inc., un’alleanza segreta per la distruzione della civiltà. Congettura non lontana dal vero: governi e aziende ingaggiano i troll per danneggiare i propri nemici, e i siti di news non sanno che inventarsi per arginarli. A dar retta alle fonti antiche, l’unica via è farli fuori. La mitologia norrena insegna molti modi per uccidere un troll, e anche il Padreterno, per metter fine alla piaga, non trovò di meglio che abbattere le cavallette nel Mar Rosso. Tutto fa supporre che abbia fatto lo stesso con i commentatori molesti dell’epoca, per elementari ragioni di Provvidenza. Mosè di lì a poco avrebbe dovuto annunciare solennemente il Decalogo, e non poteva permettersi che, tra un comandamento e l’altro, qualcuno continuasse a ripetere: «E allora le foibe?». Leggi il seguito di questo post »
Esercizi di onanismo morale
Una lettera a un figlio che esce il 19 marzo, giorno della Festa del papà, dovrebbe destare un bel po’ di sospetti su chi sia il vero destinatario del dono. La Lettera a un figlio su Mani pulite di Gherardo Colombo li conferma tutti. Ma la data di pubblicazione conta fino a un certo punto, il veleno è nel genere stesso. Chi sono questi figli a cui si scrive per spiegar loro di volta in volta la Costituzione, la Resistenza, il Sessantotto? Sono finzioni retoriche che consentono di collocarsi nella posizione del buon padre, o del Seneca in veste da camera, e di godere piuttosto oscenamente della propria virtù. Il meccanismo è lo stesso di quando i liberi & giusti invitarono un tredicenne sul palco del Palasharp scambiandosi sguardi di lubrica soddisfazione, e fu uno spettacolo decisamente pornografico (le neuroscienze insegnano che il circuito cerebrale del piacere è attivato allo stesso modo dal vizio e dalla virtù). Leggi il seguito di questo post »

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