Agatha Christie e il sacrificio umano
Una regola elementare di prudenza raccomanda di non sedersi al tavolo da gioco con i bari, i prestigiatori e gli illusionisti. E Agatha Christie, dicono i custodi più intransigenti dell’ortodossia della detective story, ha sempre barato. La accusano di ripetute violazioni al codice di fair play del giallista, promulgato nel 1928 da S.S. Van Dine, il cui principio fondamentale prescrive che il lettore sia messo nelle condizioni di risolvere l’enigma al pari del detective, e che non gli si nasconda nessun indizio. E allora, delle due l’una: o ci sono milioni di gonzi in tutto il mondo che si mettono in fila al banchetto del gioco delle tre carte per farsi raggirare, o Agatha Christie e i suoi lettori hanno giocato, e con reciproca soddisfazione, a tutt’altro gioco. Quale? L’opinione comune vuole che il giallo “a enigma” di scuola britannica sia essenzialmente un gioco intellettuale, una partita a scacchi che ha per posta la soluzione di un mistero. Ma Agatha Christie, che di quel genere è stata la regina, sapeva bene che il rigore logico-razionale dell’enigma non è poi così importante, e che sono pochi i lettori che hanno la pazienza di mettersi a gareggiare con il detective. Delle venti regole del codice di Van Dine, a conti fatti, dava peso solo a due (e neppure le rispettava sempre): la settima, che impone che del sangue sia versato, e la dodicesima, che prescrive che la colpa di questo sangue ricada nell’ultima pagina sulle spalle di un solo uomo, un capro espiatorio, quello che i greci chiamavano un pharmakos. In altre parole, Agatha Christie aveva intuito che nel giallo non giochiamo affatto a risolvere un puzzle. Giochiamo al sacrificio umano. Continua a leggere sul Corriere della Sera
Pannella e la morte
Il Cavaliere di Dürer, catafratto nella sua armatura, non degna di uno sguardo la Morte che gli agita sotto il naso una clessidra, e anche per questo contegno di sprezzo eroico se ne incapricciarono i nazisti. All’incisione s’ispirò Hubert Lanzinger per quel capolavoro di comicità involontaria che è il Bannerträger, il celebre ritratto di Adolf Hitler a cavallo con in pugno la bandiera della svastica, dove il Führer sembra l’Uomo di latta del Mago di Oz a cui un gigantesco apriscatole abbia fatto saltare il coperchio. Correndo con gli occhi dall’allegoria di Dürer alla patacca di Lanzinger si vede bene come i fascismi europei abbiano pervertito l’antico ethos delle aristocrazie guerriere, che prescriveva l’indifferenza a cospetto della morte, contaminandolo con un cupo, morboso desiderio di estinzione. Fu Miguel de Unamuno, nel 1936, a trovare per questo desiderio il nome giusto. Quando sentì risuonare all’Università di Salamanca il grido di guerra della Legione spagnola – “Viva la muerte!” – non poté trattenere l’irritazione e diede ai falangisti dei necrofili. È un episodio che ho sentito raccontare per la prima volta da Marco Pannella, e che mi torna alla memoria mentre osservo, pieno di ammirazione e di apprensione, la sprezzatura cavalleresca con cui il più nobile dei politici italiani ha accolto la scoperta dei suoi due tumori, fumando imperterrito i suoi sessanta sigari quotidiani e digiunando per i carcerati. Leggi il seguito di questo post »
Un’impresa dannunziana per riformare la giustizia
Immagino che un volume di duecentocinquanta pagine in testa debba far molto male, specie se lanciato da mille metri d’altezza. Pazienza, dovrò accantonare la tentazione dannunziana di salire su un biplano e bombardare le città d’Italia con migliaia di copie del nuovo libro di Giuseppe Di Federico e Michele Sapignoli, I diritti della difesa nel processo penale e la riforma della giustizia, appena pubblicato da Cedam. È una ricerca sullo stato di salute del processo (possiamo anticipare: comatoso) condotta attraverso le testimonianze di oltre mille avvocati penalisti; ed è anche un’analisi delle ragioni che hanno reso, rendono e forse renderanno vana ogni velleità di riformare la giustizia. Perché tentare un bis della trasvolata su Vienna? Perché i pochi libri importanti sulla giustizia di solito vanno incontro a un destino di semiclandestinità; perché i grandi editori preferiscono non aver rogne; perché questioni che riguardano la vita e la libertà di tutti si annidano spesso in dettagli tecnici che allontanano i profani, ed è più facile scuotere gli animi sventolando le toghe rosse e i calzini turchesi; infine, perché sulla giustizia è in atto da decenni un colossale tradimento dei chierici, dove non si sa bene se la cosa più deprimente sia il tradimento o la forma mentis da chierici. Ma veniamo al libro. Leggi il seguito di questo post »
Rituali di degradazione, da Cusani a Ruby
Il motto di Oscar Wilde – “Non leggo mai un libro che devo recensire, per non farmi influenzare” – si presta bene anche ad alcuni processi. Per parte mia, ignoro tutto l’ignorabile del processo Ruby e del bis e del ter, non ho letto una riga delle carte, non mi aspetto un bel niente dalle motivazioni e tutto sommato do poco peso alle alterne sentenze, che equivalgono spesso al rigirare la carne sulla griglia a metà cottura (la bistecca essendo l’imputato); ma si tratta di un’ignoranza deliberata, metodologica, programmatica. Tutto quel che mi serviva sapere della vicenda è racchiuso in un delizioso quadretto allegorico che nessuno si è dato ancora la pena di studiare nelle sue mille implicazioni, nei suoi mille sottintesi: la pubblica abiura di Lele Mora, che per compiacere i giudici adottò nelle sue dichiarazioni spontanee gli ipsissima verba degli editoriali di Repubblica – dismisura, abuso di potere, degrado, “tre parole che ho letto sui giornali e che condivido”. E che altro c’era da fare, se non l’infinita esegesi di questa singola scena? Appare chiaro che, in casi come questo, ciò che accade nelle aule di tribunale e si deposita negli atti non è che un piccolo segmento di un rituale più vasto, per il quale dobbiamo ancora trovare un nome, o all’occorrenza ripescarne uno antico. Un libro fantasma può essere d’aiuto. Leggi il seguito di questo post »
Come divenni anarchico giocando a Monopoly
Perdere una partita a Monopoly contro dei bimbi agguerritissimi e spietati che non sanno nulla di mercato immobiliare ma che dimostrano comunque di saperci fare più di te può essere istruttivo; specie quando un lancio di dadi sfortunato ti porta dritto dritto in prigione. Passi un turno, due turni a fissare le mosche sul soffitto della cella, finalmente ne esci, ma ecco che dal mazzo degli Imprevisti peschi la carta sbagliata e torni difilato dietro le sbarre. Non lo avresti mai detto, ma sei tecnicamente un recidivo. E mentre appassisci nella tua casella di cinque centimetri per cinque cominci a covare un pericoloso risentimento verso quei marmocchi con il senso degli affari che nel frattempo riscuotono le rendite dei loro lussuosi alberghi a Parco della Vittoria. Ti guardano con virtuosa sarcastica indignazione, sghignazzano tra di loro i pusillanimi, e tu che ti credevi una persona tranquilla ti scopri a pensare: sapete che vi dico? Ora mando all’aria il tabellone, e vediamo chi ride ultimo. Leggi il seguito di questo post »
Il suicidio come una delle Belle arti
Che il suicidio sia la sola questione filosofica seria, dove si decide in ultimo se valga o meno la pena vivere, è il grande abbaglio di Albert Camus. Una volta venuti al mondo, per chi sia visitato dal sentimento dell’assurdo uccidersi dovrebbe essere un affare tutto sommato marginale, una bazzecola dentro quella bazzecola cosmica che è l’esistenza, forse perfino un numero comico di congedo. Se l’inconveniente è esser nati, diceva quel chiacchierone molesto di Cioran, se ne deduce che ci si uccide sempre troppo tardi. A rigore, dunque, la questione filosofica di Camus dovrebbe riguardare l’atto di generare, la perpetuazione della vita, o meglio l’iscrizione coatta di marmocchi incolpevoli a un gioco le cui regole sono così crudeli che qualunque genitore premuroso vieterebbe ai figli di parteciparvi, una volta nati – e questo è un bel serpente che si morde la coda: “Ti proibisco di andare al corso di bungee jumping, figliolo”; “E proprio tu me lo dici? Ma lo vedi a che razza di gioco mi hai iscritto?”. Leggi il seguito di questo post »
Le sentite anche voi, le campane?
Certe mattine, quando leggo la cronaca giudiziaria, sento suonare le campane. Non le campane a festa degli innamorati, e neppure i rintocchi presaghi dei moribondi: solo un comune scampanìo che chiama per la messa. Devo spaventarmi di questa allucinazione uditiva a sfondo mistico? Consultare uno psichiatra, sottopormi a qualche test? Forse non ce n’è ragione. In fin dei conti, la parentela tra rito religioso e rito giudiziario è antica quanto l’uno e quanto l’altro, la toga e la tonaca sono cucite a filo doppio. Sul finire della guerra Guido Raffaelli, magistrato d’appello a Milano, pubblicò un piccolo libro che si chiamava Il sacerdote di Temi, dove agli officianti del culto della dea Giustizia erano offerti consigli, esortazioni e precetti in un tono solenne e catechistico: “Il giudice fu ed è considerato un sacerdote; il luogo, in cui egli giudica, un tempio, e la funzione del giudicare fu detta divina”. Documenti di tempi andati, echi distanti di un’idea del magistrato e della sua dignitas che non ha più corso, e che già vent’anni dopo le giovani leve avrebbero considerato pomposa, conservatrice e antiquata. E allora perché io continuo a sentire le campane? Leggi il seguito di questo post »
Tsundoku, una rubrica bibliomane
Ho inaugurato una nuova rubrica dedicata ai libri su Internazionale.it, ecco i link alle prime tre puntate:
Sedotti e abbandonati sul comodino
Bollettino di un dongiovanni dei libri (anche detto libridinoso) dedito allo Tsundoku.
Self-help per Bibliomani Anonimi
Come disintossicarsi dalla dipendenza da libri, con preghiera finale. La seconda puntata di Tsundoku.
Tutti sul lettino! Il bibliomane da Freud
Psicoanalisi del lettore, dello scrittore e del professore. La terza puntata di Tsundoku.
Così siamo diventati dei neo-primitivi
In un punto imprecisato all’inizio del nuovo millennio, nelle strade delle grandi città apparvero i segni di una mutazione antropologica. Nulla a che fare con Pasolini e con il suo lamento sulla fine del mondo contadino. La scomparsa delle lucciole era ormai alle spalle; cominciava la comparsa delle mutande. Erano state fino a pochi anni prima l’ultima bandiera dell’intimità, a cui era concesso di sventolare solo dal pennone di uno stendipanni o nella burrasca di un incontro amoroso. Poi un bel giorno ci guardammo intorno ed era tutto un fiorire di mutande sgargianti, variamente firmate e decorate, che sporgevano dal bordo dei pantaloni a vita bassa.
I sismografi più sensibili del costume intuirono subito che per decifrare quel segno non bastava intendersi di moda o di sartoria. Fu un arbitro di eleganze come Alberto Arbasino il primo a capire che occorreva richiamare in servizio gli antropologi: «E se “la vita bassa”, per i prossimi Lévi-Strauss, diventasse un Segno antropologico tribale ed elettorale non solo giovanile, in un Musée de l’Homme con foto di addomi e posteriori aborigeni di fronte e profilo?». Era il 2008, e il pamphlet si chiamava appunto La vita bassa (pubblicato da Adelphi). Sei anni più tardi un antropologo ha finalmente risposto alla cartolina-precetto. Duccio Canestrini ha scritto infatti Antropop (Bollati Boringhieri), manifesto di un’antropologia che aspira a essere «pop» tanto nello stile, spigliato e divulgativo, quanto negli oggetti di studio: fumetti, serie tv, star musicali, gadget tecnologici, mode vestiarie. Continua a leggere su La Lettura



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