Archive for the ‘Deliri’ Category
“Cameriere, c’è un refuso nel mio piatto!”
Ci sono letture che ti fanno sobbalzare sulla sedia, qualunque sia la tua disposizione d’animo del giorno. Oggi pomeriggio, aprendo a caso La montagna incantata di Thomas Mann, mi sono imbattuto per l’ennesima volta in una pagina che non riesco a togliermi dalla testa da anni: quella in cui Hans Castorp, in sogno, assiste allo smembramento rituale di un bambino, nella parte più oscura e inaccessibile di un tempio greco:
«Due femmine grigie, mezze nude,dai capelli arrufffati, coi seni pendenti da streghe e i capezzoli lunghi un dito, erano intente , fra recipienti di fiamma, ad una crudele bisogna. Esse straziavano sopra una bacinelle il corpo di un bambino, lo squrciavano con le mani, in un silenzo selvaggio (Hans Castorp vide tenui fili biondi miesti a sangue) e ne inghiotttivano pezzi,così che le ossa scricchiolavano nella loro bocca dalle cui labbra orrende goccolava il sangue. Un gelido orrore teneva legato Hans Castop. Egli avrebbe voluto fuggire, ma gli sembrava di essere inchiodeato al suolo”. Leggi il seguito di questo post »
Occhialuti dentro. Saviano e l’orgoglio nerd
Devo confessare: ogni tanto, durante i monologhi di Roberto Saviano a Vieni via con me, perdo il filo del discorso. Sarà che ho la soglia di attenzione di un bambino di tre anni, sarà che i suoi tempi scenici non sono propriamente pimpanti, non so. Ma quando questo accade, la mia concentrazione si sposta immancabilmente sui suoi gesti e sui suoi tic.
Gli uni e gli altri, come avrete notato, ruotano come satelliti intorno alla sua testa (la metafora non è mia: fu il dotto della tarda antichità Sinesio di Cirene ad accostare la calvizie alla sfericità perfetta dei corpi celesti).
I gesti sono tutti molto studiati, e possono dare un’impressione di affettazione: a volte Saviano si porta fuggevolmente un dito alla tempia, l’indice o il medio, come a sottolineare l’incessante lavorìo della sua mente, o a invitare gli spettatori a usare la propria testa. Altre volte si cinge la testa con entrambe le mani, e sembra voler rendere visibile la fatica del pensiero e della testimonianza. Leggi il seguito di questo post »
“Un governo Montezemolo, pare”
Inquietanti profezie da Boris 2 (che aveva previsto anche il caso Marrazzo e il Noemi-gate con L’affaire Martellone).
Pagine buone per (rovinare?) ogni compleanno
Venticinqu’anni!… sono vecchio, sono
vecchio! Passò la giovinezza prima,
il dono mi lasciò dell’abbandono!
Un libro di passato, ov’io reprima
il mio singhiozzo e il pallido vestigio
riconosca di lei, tra rima e rima.
Venticinqu’anni! Medito il prodigio
biblico… guardo il sole che declina
già lentamente sul mio cielo grigio.
Venticinqu’anni… ed ecco la trentina
inquietante, torbida d’istinti
moribondi… ecco poi la quarantina
spaventosa, l’età cupa dei vinti,
poi la vecchiezza, l’orrida vecchiezza
dai denti finti e dai capelli tinti. Leggi il seguito di questo post »
Neri per caso. Faletti, De Cataldo, Carofiglio
Quando un non scrittore diventa uno scrittore, e magari uno scrittore di successo, presto si pone il problema di farlo anche apparire come uno scrittore. Quale che sia il suo mestiere di provenienza – magistrato, attore, poliziotto, attore che fa parti di poliziotto – una volta diventato autore di noir (che è oggi la via regia al successo facile) bisognerà dotarlo di un look che evochi senza indugi l’immagine del romanziere.
Ora io non so a chi spetti questa impresa – se all’editore, all’agente, al fotografo della quarta di copertina o allo scrittore medesimo. Quel che so guardando le foto di Giorgio Faletti, Giancarlo De Cataldo e Gianrico Carofiglio, tutti con i loro cappottoni neri, il bavero rialzato, lo sguardo tra il pensoso e l’omicida, è che oggi per dar l’idea di romanziere bisogna essere un incrocio tra Humphrey Bogart e Nosferatu. Leggi il seguito di questo post »
Questo spiega tante cose
La frase di Plinio il Vecchio che ci hanno inculcato sui banchi di scuola – Non c’è libro tanto cattivo che in qualche sua parte non possa giovare – mi è sempre sembrata nel migliore dei casi un po’ ingenua, se non sfrenatamente ottimistica. D’altro canto, nel primo secolo dopo Cristo i libri erano ancora pochi, Moccia non era nato, e insomma era tutto più facile.
Oggi, però, mi sono dovuto ricredere: Plinio aveva ragione. Ho ripreso in mano un libro perfettamente inutile, comprato vent’anni fa ai Remainders di Piazza San Silvestro ai tempi dei grandi sconti di settembre (chi vive a Roma sa di cosa parlo) e, soprattutto, ai tempi in cui l’ingresso di un libro nuovo in casa non creava una catastrofe umanitaria restringendo ulteriormente lo spazio vitale. Leggi il seguito di questo post »
Chi ci ricorda?
“Richiuse cautamente la porta, nel cui spiraglio erano affluiti frenetici e avidi gli sguardi dei cronisti, aggrumati nel corridoio. Tra loro, rampante e schiumante come un purosangue capitato in una stalla di brocchi, era il Grande Giornalista. Dai suoi articoli, cui settimanalmente i moralisti di nessuna morale si abbeveravano, gli era venuta fama di duro, di implacabile; fama che molto serviva ad alzarne il prezzo, per chi si trovava nella necessità di comprare disattenzioni e silenzi”.
(Leonardo Sciascia, Il cavaliere e la morte)
L’ispiratore occulto di Pierluigi Battista
Pierluigi Battista a volte scrive cose giuste, a volte scrive cose sbagliate: come noi tutti, grosso modo. Qualcuno, però, sostiene che le scrive male.
Un professore di letteratura medievale, Claudio Giunta, si è preso la briga di analizzare l’ultimo libro di Battista, I conformisti (una raccolta di articoli sulle viltà degli intellettuali), anche dal punto di vista dello stile.
Lo ha trovato “giornalistico nel peggiore dei significati che l’aggettivo può avere”: iperbolico, ridondante, pieno di incisi e ammiccamenti, imprecisioni, metafore che fanno a pugni tra di loro, giochi di parole puerili, domande retoriche.
Soprattutto, c’è una figura che ricorre ossessivamente nello stile di Battista:
Buona parte dei suoi articoli è costruita sulle anafore, come i temi alle scuole medie o i discorsi degli assessori: «Come se davvero esistessero… Come se davvero esistessero…» (p. 10). «L’utopia è bella perché… È bella perché… È bella perché…» (p. 58). «Astenersi… Astenersi… Astenersi…» (p. 118). «Facciamo finta di… Facciamo finta di… Facciamo finta di…» (p. 145). Leggi il seguito di questo post »
La soldatessa va a Bayreuth
Dobbiamo a Ennio Flaiano, in una pagina su Riusciranno i nostri eroi… (1968), il film conradiano di Ettore Scola, la rivelazione del ruolo assegnato all’italiano nel grande disegno dell’universo:
«L’italiano, nella sua qualità di personaggio comico, è un tentativo della natura di smitizzare se stessa. Prendete il Polo Nord: è abbastanza serio preso in sé. Un italiano al Polo Nord vi aggiunge subito qualcosa di comico, che prima non ci aveva colpito. Il Polo Nord non è più serio. (…) La savana, la giungla, i grandi spazi dell’Africa: due italiani bastano a corromperli. “Dottore!”, “Ragioniere!”. Non rinunciano ai loro titoli, guardano i grandi spazi, vi si perdono, li percorrono senza convinzione, dubbiosamente, “Con lei in Africa non ci vengo più” eccetera. Quando due italiani si incontrano per caso all’estero, la loro prima reazione è un gran ridere. “Che fai qui?…” “E tu?”». Leggi il seguito di questo post »
Datemi i soldi (ho un’idea miliardaria)
“Uscendo da un negozio nel quale si era recato per acquistare un dopobarba, un signore di mezza età, serio e tranquillo, si accorse che gli avevano rubato l’Universo. Al posto dell’Universo c’era solo una polverina grigia, la città era scomparsa, scomparso il sole, nessun rumore veniva da quella polvere apparentemente del tutto abituata al proprio mestiere di polvere”.
La mia idea potenzialmente miliardaria del giorno è questa: trasformare Centuria di Manganelli in una serie televisiva sul modello di Ai confini della realtà. Cento puntate di 25 minuti ciascuna.
Chi mi dà i soldi? Leggi il seguito di questo post »
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