Quando penso a Umberto Eco, non mi viene in mente nulla.
Quando penso a Umberto Eco, non mi viene in mente nulla. Possibile? Eppure ho letto tutti i suoi libri (salvo quello dell’ornitorinco), alcuni li ho letti due volte, alcuni perfino studiati. E non solo l’Eco ufficiale, anche quello apocrifo e semiapocrifo, che è il mio preferito, il coautore-ombra di Come farsi una cultura mostruosa, libro-quiz di Paolo Villaggio, o l’ispiratore del soggetto di Quando le donne avevano la coda di Pasquale Festa Campanile. Nulla, nemmeno un mozzicone di frase. Dell’Eco intellettuale pubblico, intendo. Eppure è da lui che ho appreso l’esistenza di una cosa antica chiamata mnemotecnica, e di un tale chiamato Raimondo Lullo. Che strano, con altri funziona a meraviglia. Se mi dimentico di Pier Paolo Pasolini, ho pronta una lista di parole chiave: scomparsa delle lucciole, romanzo delle stragi, discorso dei capelli, rivoluzione antropologica. Se Leonardo Sciascia mi cade dalla memoria, lo riacciuffo al balzo con l’affaire Moro, i professionisti dell’antimafia, le manette al posto della bilancia, la lite con Guttuso sull’ortodossia di partito. Lo stesso potrei fare con Elio Vittorini, con Ignazio Silone e anche con tanti altri che mi sono meno congeniali. Possibile che in cinquant’anni di articoli, interventi, polemiche e rubriche Eco non abbia detto nulla? L’ipotesi è spaventosa, dev’essere senz’altro una falla del mio sistema mnemotecnico. Chiedo aiuto agli amici che hanno più fosforo in zucca. “Ma dai, non ti ricordi di quell’intervento sull’Ur-Fascismo sempre in agguato, una specie di fascismo perenne e perennemente strisciante?”. Sì, mi dice qualcosa, ma dov’era? Forse nel Superuomo di massa, tra Tarzan, Rocambole e Arsenio Lupin? Stava parlando di romanzi d’appendice fantapolitici? “No, pare dicesse sul serio”. Ah. Un altro amico mi ricorda di quella volta in cui scrisse che una buona metà dell’elettorato italiano aveva una visione del mondo da Migrante Albanese, abbindolato dalla tv, refrattario alla cultura, pronto a comprare qualunque giornale di destra o di sinistra purché ci fosse un sedere in copertina. Caspita, forte questa, ma dov’era, nel Diario minimo? Per caso in quella satira spassosissima in cui sfotteva gli intellettuali apocalittici che denigravano l’“uomo-massa”, facendo finta che fossero filosofi greci e chiamando Elémire Zolla “Zollofonte”? No, mi dice l’amico, era un solenne referendum morale che sottopose alla nazione alla vigilia delle elezioni del 2001. Ah però. Ancora nulla. Un terzo amico, più informato, cerca infine di risvegliarmi la memoria con il bell’articolo che Eco scrisse nell’occasione negromantica della riapertura di Alfabeta. Era un elogio dell’intellettuale come ficcanaso e grillo parlante, libero e disorganico, e vi si leggeva che “il vero intellettuale è anzitutto colui che sa criticare quelli della propria parte, perché per criticare il nemico bastano gli uomini dell’ufficio stampa”. E allora, come per incanto, ho capito perché pensando a Umberto Eco non mi viene in mente nulla.
Articolo uscito sul Foglio il 5 gennaio 2012 con il titolo Festeggiare gli 80 anni di Umberto senza riuscire a ricordarsi nulla di lui
Una società di stupratori?
Dalla mia prefazione:
Con una limpidezza argomentativa tutta cartesiana e una prosa che preferisce, per così dire, il secco all’umido, Marcela Iacub esamina gli usi ideologici che del caso Strauss-Kahn ha fatto il femminismo radicale francese. Lo scopo: proporre una nuova logica ispiratrice della legislazione sullo stupro, volta a farne un «reato sessista», un’espressione dei rapporti di forza vigenti nella società e non già un attentato, tra le altre cose, all’autodeterminazione e alla libertà sessuale. Se la liberazione sessuale degli anni Settanta aveva celebrato tutte le forme della vita erotica purché fossero consensuali, questo nuovo femminismo cavilla quanto più possibile proprio sulla questione del consenso. Al punto di dire – come nel caso di Strauss-Kahn – che la soggezione suscitata da un uomo potente svuota l’eventuale consenso del suo contenuto di libertà, equiparando di fatto un rapporto sessuale a uno stupro; al punto di credere che una donna che accusa un uomo di stupro non possa, in fin dei conti, mentire quasi mai, e che le sue eventuali menzogne siano anch’esse un prodotto del trauma patito; al punto di ammettere che una donna, riscossa d’improvviso dalla sua soggezione psichica, possa ridefinire retrospettivamente un atto consensuale come stupro, e pretendere che ne seguano le vie legali; al punto, infine, di insinuare che esistano pratiche erotiche e perfino posizioni amatorie «oggettivamente» violente e sessiste, consensuali o meno che siano – quasi una variante dei vecchi manuali dei confessori.
Una società di stupratori?, Marcela Iacub, Medusa edizioni, 2012, 102 pagine
A Companion to Werner Herzog
Continually blurring the line between fiction and reality, Werner Herzog has made a career of crossing boundaries and reinventing himself. Since his early emergence as a leader in the New German cinema, Herzog is now widely recognized as one of the most acclaimed and innovative filmmakers of the modern era—as well as one of its most controversial and enigmatic figures. A Companion to Werner Herzog presents more than two dozen original scholarly essays that probe deeply into various aspects of Herzog’s career and eclectic body of cinematic work. Contributions from internationally recognized film scholars and Herzog experts offer fresh perspectives on such topics as Herzog’s engagement with music and the arts, his self-stylization as a global filmmaker, the director’s Bavarian origins, and even his visionary collaboration—and love-hate relationship—with the late actor Klaus Kinski. Filled with illuminating insights, A Companion to Werner Herzog offers a long-overdue exploration of the life and artistic contributions of one of the true giants of international cinema.
A Companion to Werner Herzog, a cura di Brad Prager, Wiley-Blackwell, 2012, 630 pagine. Il mio capitolo si intitola Portrait of the Chimpanzee as a Metaphysician: Parody and Dehumanization in Echoes from a Somber Empire (pp. 547-565).
I turbamenti di un giovane bibliomane
Il giovane bibliomane è l’alter ego gutenberghiano del nerd. Se l’uno non riesce a staccare gli occhi da un monitor, l’altro ha il naso sempre immerso in un libro. Respira carta stampata fin dall’infanzia, e i suoi primi incontri con la cultura pop, sotto forma di cartoni animati o giocattoli giapponesi, sono già viziati da un eccesso di letteratura. Proprio come il nerd, il giovane bibliomane coltiva in modo maniacale le sue ossessioni intellettuali, ed è cronicamente incapace di accostarsi con leggerezza ad alcunché, che sia un romanzo o un elettrodomestico, un B-Movie o un gioco di società. Le sue conoscenze mirabolanti su temi più o meno astrusi sono isolotti in un oceano d’incomprensione: della vita pratica, delle leggi di convivenza elementari, soprattutto del grande mistero, la Donna. La realtà sfugge ostinatamente alla sua presa, e quando infine arriva a toccarla ecco che, tra le mani, gli si trasforma di nuovo in letteratura. Così, tra Ernst Jünger e gli Ufo, Cornelio Agrippa e Homer Simpson, Jean Baudrillard e i designer dell’Ikea, apprendiamo come il De vinculis di Giordano Bruno possa essere usato per rimorchiare, come Nietzsche, Freud e la teoria dell’Urvater spieghino le umiliazioni subite alle scuole medie, come il “secolo breve” appartenga, con buona pace di Eric Hobsbawm, prima di tutto a Jeeg Robot d’Acciaio. E ancora, scopriamo che cosa accomuna i due grandi Renati (Girard e Zero) o il Padre della Chiesa Origene e il bambolotto Big Jim, impariamo a usare l’antico libro del Levitico per azionare la lavatrice o a scegliere la nostra anima gemella in base a come sottolinea i libri.
I turbamenti di un giovane bibliomane, Cult editore, 2012, 192 pagine
Non giudicate. Conversazioni con i veterani del garantismo
“Quando ci siamo conosciuti, Vitiello mi ha fatto una proposta a un angolo di strada, sulla via del caffè: parlo con quattro grandi garantisti, vecchi d’età e a dominante meridionale, e ne riferisco in altrettante pagine di giornale. È un talento assoluto, mi sono detto pensando all’età degli interlocutori che aveva scelto, ai Verri e Beccaria dell’Italia di giù, compassata e filosofica ma incazzata, all’inattualità e alla stranezza perfetta del tutto. Non ho più cambiato idea. Lo stile di Guido Vitiello è fresco, principesco, qualunque testo scriva viene come deve venire una cosa bella quando nasce da una buona scuola dell’esistenza”. Giuliano Ferrara
Mauro Mellini (Civitavecchia, 1927), avvocato, più volte parlamentare, tra i leader storici del Partito Radicale, è stato anche uno dei promotori della battaglia in favore della legge sul divorzio e di quella in difesa di Enzo Tortora, nel celebre caso di malagiustizia che lo coinvolse. È stato componente del CSM. Domenico Marafioti (San Procopio, 1925 – Anzio, 2011), avvocato e scrittore di origini calabresi, romano di adozione. È autore di numerose pubblicazioni di argomento giudiziario tra cui Toga sommersa. Interno di un difensore (1990) e Cuore di toga (2001). Ha fondato e diretto «il Giusto Processo». Corrado Carnevale (Licata, 1930), a ventitré anni è primo al concorso per la magistratura, e sarà il più giovane presidente di sezione della Corte di Cassazione. Esemplare garante del giusto processo, per questo ha subìto una persecuzione mediatico-giudiziaria, uscendone vittorioso. Giuseppe Di Federico (Bolognano, 1932), professore emerito di Ordinamento giudiziario all’Università di Bologna. Fondatore del Centro Studi e Ricerche sull’Ordinamento Giudiziario. Ha svolto un’intensa attività di consulenza sulle riforme giudiziarie di numerosi Paesi. È stato componente del CSM.
Non giudicate. Conversazioni con i veterani del garantismo, Liberilibri, 2012, 106 pagine
La via italiana (e padana) al politicamente scorretto
L’idea che le cose brutte diventino meno brutte se le si ribattezza con un nome grazioso, architrave del politically correct americano, non ha attecchito più di tanto in Europa. O almeno così sosteneva Robert Hughes in un libro dei primi anni Novanta, La cultura del piagnisteo: «In Francia nessuno ha pensato di ribattezzare Pipino il Breve Pépin le Verticalement Défié, né in Spagna i nani di Velázquez danno segno di diventare las gentes pequeñas». Hughes credeva che il politicamente corretto fosse figlio di un’abitudine tutta americana alla circonlocuzione cortese. Di certo sottovalutava la nostra lunga consuetudine con le caritatevoli astruserie dell’eufemismo burocratico, dove il povero diventa impossidente e il malato cronico lungo degente. E forse avrebbe potuto dare un’occhiata a un vecchio film di Marco Bellocchio, Sbatti il mostro in prima pagina, in cui Gian Maria Volonté, direttore di un giornale benpensante, impartisce a un suo redattore una lezione di linguaggio giornalistico, smontando parola per parola il titolo che questi aveva dato al suo pezzo: Disperato gesto di un disoccupato. Si brucia vivo padre di cinque figli. Il disperato si addolcisce in drammatico, il disoccupato in rimasto senza lavoro e il padre di cinque figli – siccome il poveretto è calabrese – diventa semplicemente un immigrato, «una parola sola che contiene implicitamente il disoccupato e il padre di cinque figli ma dà anche un’informazione in più».
Continua a leggere su La Lettura. Articolo uscito l’11 dicembre 2011, con il titolo Le intolleranze linguistiche italiane: falsi eufemismi e vero razzismo.
Turpitudini: Roberta De Monticelli e il pool “anime pulite”
La custodia della propria anima – hanno ragione i Vangeli – è impresa più snervante delle pulizie di casa: tu fai una fatica ingrata per cacciar via a colpi di ramazza uno spirito immondo, ti distrai un attimo e quello si ripresenta mezz’ora dopo con sette altri demoni a imbrattarti i muri e gettare cicche per terra. Ma quanto si deve alloggiare bene, nell’anima linda di una filosofa morale studiosa di Agostino e di Platone! Parquet rilucenti dove si cammina con le pattine, niente televisori o altre diavolerie moderne, terrazzino con vista sul Mondo delle Idee, mensole dove stanno poggiate come anfore antiche le più sublimi maiuscole – la Virtù, la Giustizia, il Bene, il Bello – da spolverare di tanto in tanto con un piumino. Certo, c’è il problema degli inquilini del piano di sotto, che fanno un baccano infernale. Ma alla filosofa non è consentito tapparsi le orecchie: suo dovere è scendere in soccorso di quella gente grossa e triviale, perché – per dirla in parole semplici – “la fenomenologia ci chiede la massima fedeltà non solo al dato, ma alla sua essenza intuitiva, al suo eidos: e per coglierne la peculiare qualità assiologica negativa, il peculiare disvalore – non c’è verso – bisogna soffrire fino in fondo”. Ha sofferto tanto, Roberta De Monticelli, per scrivere, dopo La questione morale, La questione civile (Raffaello Cortina), per compilare la sua Antologia della Turpitudine (sic) e avviarci agli “esercizi spirituali del disgusto”.
Nell’incontro di wrestling tra teofili e teofobi fate arbitrare Girard
Sono tempi magri, per il dialogo tra credenti e non credenti. Certo, non a tutte le generazioni tocca in sorte di veder battagliare, come nei primi secoli cristiani, Origene contro Celso o Giustino contro Crescente. Di Feuerbach o di Nietzsche ne nasce – è il caso di dirlo – uno ogni morte di papa, e sull’altro fronte non è che la mamma dei Kierkegaard sia sempre incinta. Ormai il grande duello pubblico sulle cose ultime ricorda quel vecchio sketch dei Monty Python in cui un monsignore e un filosofo si disputano l’esistenza di Dio in un incontro di wrestling. E così (salvo eccezioni) si dividono il ring certi energumeni dell’apologetica che brandiscono come una clava l’ideale ottocentesco di una cristianità alla Chateaubriand e degli atei da baraccone, indistinguibili dai telepredicatori, che illustrano – magari con l’ausilio di un Power Point – i cinque semplici motivi per cui la religione è una truffa. Spesso poi, dopo l’11 settembre, la materia del contendere è il nesso tra religione e violenza: i primi ti dicono che, accantonando Dio, gli uomini finiscono per scannarsi a vicenda; i secondi ribattono che è proprio Dio l’istigatore a delinquere che insinua nelle anime semplici il germe della violenza, e vagheggiano un paganesimo tollerante o una fraternità umana affrancata dal Grande Barbuto. Leggi il seguito di questo post »
Gli indignati del Paleolitico. Storia (e preistoria) del dissenso
Di questi tempi, nelle grandi librerie, la zona della cassa ricorda un posto di blocco: ti avvicini in pace, e sei accolto da un plotone di libriccini che ti puntano addosso le baionette dei punti esclamativi. Indignatevi!, Ribelliamoci!, Liberatevi!. Lo spavento iniziale scema un poco quando ti accorgi che gli autori dei pamphlet, da Stéphane Hessel a Luciana Castellina, appartengono per lo più all’ala punk del potere gerontocratico. Ora un nuovo libro (esce domani) riconduce quei punti esclamativi alla loro radice prima: No! Il libro del dissenso. Un’antologia di cinquecento e più «dissidenti e ribelli che si sono sforzati di smuovere le montagne e fin dai tempi antichi hanno tentato di migliorare, cambiare e trasformare il mondo», come illustra Tariq Ali nella postfazione. Ciascuno compare con una pagina, un pensiero o solo uno slogan.
Continua a leggere sul sito di La Lettura, il nuovo supplemento culturale del Corriere della Sera

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