Archive for the ‘Cinema’ Category
La lotta di classe, da Gramsci-Togliatti a Gassman-Tognazzi
Uno attende per anni sulla sponda del fiume, finché un giorno l’occasione arriva; l’occasione, intendo, per raccontare l’incontro più surreale della mia vita. Fu a Londra, nel 2007, durante una conferenza sui cult movies che surreale lo era già di suo. C’era, tra i relatori, una dottoranda giapponese che viveva in California e parlava un perfetto italiano. Lo aveva studiato per anni, mi confidò, con uno scopo preciso: vedere in lingua originale i film con Franco e Ciccio, che erano al centro dei suoi interessi accademici. Ai suoi occhi, ero un privilegiato; ai miei occhi, era una pazza furiosa. Ma a Londra era venuta per parlare d’altro, ossia del cinema “decamerotico”, le commedie sexy in costumi medievali come I racconti di Viterbury, Fratello homo sorella bona e Metti lo diavolo tuo ne lo mio inferno. Si era persuasa che quei film dei primi anni Settanta, con le loro storie di adulterio, cinture di castità scassinate e crociati cornificati, riflettessero meglio di tante opere maggiori le tribolazioni della società italiana alle prese con l’introduzione del divorzio. Dovetti riconoscerlo: la giapponese pazza aveva ragione. Leggi il seguito di questo post »
La Shoah e l’immagine del sublime
Rappresentabile o irrappresentabile: attorno al grande dilemma e ai suoi corollari ruota instancabilmente, da qualche decennio, una gran parte dei discorsi sulla Shoah e la cultura visuale. La riflessione accademica, la retorica commemorativa ufficiale, il dibattito pubblico e la divulgazione giornalistica sembrano non poter fare a meno di questa nozione elusiva, una chimera teorica che accorpa interdetti religiosi, princìpi di estetica filosofica, rivendicazioni artistiche, fantasmi psicoanalitici, tenebre mistiche, precetti morali, speculazioni epistemologiche e più modeste preoccupazioni di buon gusto, coprendo un’area che va «dal divieto mosaico della rappresentazione alla Shoah, passando per il sublime kantiano, la scena primaria freudiana, il Grand Verre di Duchamp o il Quadrato bianco su fondo bianco di Malevic». Di questa nebulosa semantica, o se più piace di questa catena di somiglianze di famiglia, non agganceremo che un anello, quello del sublime. In che modo il sublime è connesso alla Shoah e alla sua rappresentazione? La pagina più nota e commentata, al riguardo, è il paragrafo di Le Différend dove Jean-François Lyotard paragonava la Shoah a un terremoto così potente da distruggere con sé gli strumenti di misurazione, e introduceva, rimeditando l’estetica di Immanuel Kant, l’idea di un ‘sublime negativo’ connesso a questo sisma di magnitudine incommensurabile. Continua a leggere sulla rivista Arabeschi
Happy Birthday, Mr. Herzog
Al diavolo l’auriga e l’istrione, il gladiatore e il pantomimo. Ai cristiani che rischiavano di dannarsi l’anima frequentando gli anfiteatri, i circhi e gli stadi dei giochi imperiali, Tertulliano nel De Spectaculis rammentava il privilegio inestimabile largito dalla nuova fede: c’erano in palio biglietti per lo spettacolo supremo, quando Michele Arcangelo radunerà le schiere angeliche per la battaglia finale. “E poi che grandioso spettacolo quello imminente della venuta del Signore, ormai innegabile, ormai magnifico e trionfale! Che grandioso spettacolo l’esultare degli angeli, la gloria dei santi che risorgono! Quale spettacolo il regno dei giusti che viene subito dopo! Quale ancora la nuova città di Gerusalemme! Ma certo rimangono anche altri spettacoli, in quell’ultimo giorno del giudizio che è senza fine, quel giorno non atteso e deriso dai pagani, quando questo mondo così vecchio e tutte le sue rinascite saranno bruciati in un unico incendio. Che grandioso spettacolo, allora!”. Si trattava per i primi cristiani di pazientare ancora un poco, e di allenarsi a immaginare con gli occhi della fede la dissoluzione del secolo in faville. Tutt’al più, ecco, poteva esser saggio assicurarsi un posto in prima fila, un palchetto, insomma una buona veduta sul più sublime dei disaster movie, che molti credevano imminente. È quello che devono aver pensato gli anacoreti che intorno all’ottavo secolo decisero di stabilirsi sulla maggiore delle isole Skellig, un picco scabro e inaccessibile assediato dagli uccelli marini al largo della costa sudoccidentale dell’Irlanda, in quel che immaginavano fosse l’orlo estremo del mondo. Fu intorno all’anno mille, quando le attese della seconda venuta rinfocolarono il culto di Michele, che a quell’isola rocciosa fu dato il nome dell’Arcangelo. Ma l’unico finimondo cui i monaci di Skellig Michael poterono assistere furono le razzie e le depredazioni dei Vichinghi, venuti fin lassù a caccia di tesori. Mille anni dopo, quei posti numerati in cima al dirupo furono occupati per qualche giorno da una troupe di nuovi cercatori dell’Apocalisse, in fuga dagli spettacoli imperiali dei nuovi pagani di Hollywood. Leggi il seguito di questo post »
Consigli (interessati) per gli acquisti
È in libreria, da qualche mese, A Companion to Werner Herzog, a cura di Brad Prager, edito da Wiley-Blackwell. Se c’è un libro su Herzog che bisogna avere a tutti i costi, è questo qui: 630 pagine fitte fitte in cui si parla di tutti i suoi film, di tutti i suoi temi e di tutte le sue ossessioni (c’è perfino un saggio sui polli). A parlarne sono i suoi più grandi conoscitori internazionali, a partire da Prager stesso (già autore di The Cinema of Werner Herzog, 2007), Timothy Corrigan (curatore, nel 1986, di The Films of Werner Herzog) e altre autorità herzoghiane come Eric Ames e Lúcia Nagib.
Tra gli autori, approfittando della distrazione del curatore, si è intrufolato anche un oscuro ricercatore italiano. Il suo saggio, Portrait of the Chimpanzee as a Metaphysician: Parody and Dehumanization in Echoes from a Somber Empire, lo trovate alle pagine 547-565. L’indice dettagliato dell’opera, qualche estratto, le recensioni, le informazioni editoriali: si trova tutto a questo indirizzo.
Tre questioni di filologia fantozziana
La centoduesima visione di Fantozzi (1975) di Luciano Salce, complice il clima di beata nullafacenza agostana, è stata più fruttuosa delle precedenti centouno. Ecco, per gli appassionati, tre questioni meritevoli di approfondimento, su cui mi auguro possa nascere un dibattito. Ne avrei in serbo un’altra dozzina, ma meglio non mettere troppa carne al fuoco.
1. Il direttore maniaco del biliardo che generazioni di spettatori, me compreso, hanno chiamato Diego Catellani, si chiama in realtà Catellami, con la m, a meno di ipotizzare che il Conte (cosa improbabile) abbia lasciato correre un refuso sotto la statua in bronzo dell’adorata madre Teresa.
Heimat, una parola-pappagallo nel cielo sopra Berlino
I cieli dello spirito sono affollati di pappagalli. Parole-pappagallo, così le chiamava Paul Valéry: le ripetiamo ad ogni occasione, persuasi che abbiano un senso preciso, ma a ben vedere non sono che “creazioni statistiche” alimentate dai quotidiani commerci dei parlanti. Provate ad abbatterne una, a esaminarne la carogna da vicino, e la vedrete disfarsi come un miraggio. La stessa parola spirito, beninteso, è “un enorme pappagallo”, e così pure universo, natura o destino. Nel cielo sopra Berlino volteggia da secoli un pappagallo di nome Heimat, e di recente lo si avvista così spesso che si è guadagnato l’ultima copertina dello Spiegel: “Was ist Heimat?”, e cioè “Che cos’è…”. E qui sorgono i primi grattacapi. Patria? Terra natia? È quel che suggeriscono i dizionari, ma sono tutte approssimazioni per difetto.
Lo Spiegel prende spunto da due notiziole cinematografiche: nelle sale arriverà a breve il meglio di Deutschland von Oben, serie di documentari della ZDF sulle città, le campagne e le foreste tedesche viste dall’alto; e il regista Edgar Reitz sta lavorando al quarto capitolo della monumentale saga Heimat, che stavolta avrà per tema l’emigrazione tedesca in Brasile nell’Ottocento. E in effetti, da qualche tempo i destini della Heimat sono cuciti a filo doppio con quelli del cinema: il lettore che volesse raccapezzarsi sulla questione (e avesse, per avventura, una cinquantina di ore libere) farebbe bene a guardarsi per intero la trilogia di Reitz, inaugurata nel 1984, a cui si deve la fama internazionale di questa parola che è tedesca fino al midollo. Dalle vicende dei Simon, una famiglia che guarda scorrere tutta la storia novecentesca della Germania dall’immaginario villaggio di Schabbach, nella regione renana dell’Hunsrück, potrà tirare alcune sommarie conclusioni: 1) che la Heimat è un idillio campestre, e non attecchisce bene tra i fumi della grande città; 2) che è un estremo rifugio d’innocenza, soggetto ai cicli della natura più che alla freccia della storia, dove la politica arriva come un’eco remota (è materna, la Heimat: a chiamarti in guerra, e a costruire i campi di sterminio, è semmai la Vaterland, la terra dei padri); 3) che la Heimat, come il villaggio di Schabbach, non esiste in nessun luogo. Leggi il seguito di questo post »
Il testimone immaginario. Auschwitz, il cinema e la cultura pop
Presto in libreria, ma fin d’ora acquistabile presso l’editore Ipermedium!
Strane storie. Il cinema e il “romanzo delle stragi”
Chi ricorda il finale di America oggi (1993), il film polifonico di Robert Altman ispirato ai racconti di Carver? Una moltitudine di personaggi, storie e voci era accomunata, prima dei titoli di coda, da una fragorosa scossa di terremoto che faceva tremare tutta Los Angeles. Se ne parlò, all’epoca, come di un raffinato espediente narrativo, con annesse discettazioni sul postmoderno (allora molto in voga). Allo spettatore italiano, tuttavia, quel finale poteva facilmente ricordarne un altro, di molti anni prima, ambientato non già a Los Angeles ma a Roma: lo scoppio della bomba che riannodava per un istante le vicende dei tre protagonisti di Un sacco bello (1980) di Carlo Verdone. Un’esplosione seguìta dal suono delle sirene che alludeva probabilmente agli attentati dinamitardi al Campidoglio dell’aprile 1979, ma che per il pubblico dell’epoca riportava alla mente molte altre bombe – una lunga sequela di stragi a cui si sarebbe aggiunta, pochi mesi dopo l’uscita del film, quella della stazione di Bologna. Leggi il seguito di questo post »




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