Archive for the ‘Il Foglio’ Category
Le sentite anche voi, le campane?
Certe mattine, quando leggo la cronaca giudiziaria, sento suonare le campane. Non le campane a festa degli innamorati, e neppure i rintocchi presaghi dei moribondi: solo un comune scampanìo che chiama per la messa. Devo spaventarmi di questa allucinazione uditiva a sfondo mistico? Consultare uno psichiatra, sottopormi a qualche test? Forse non ce n’è ragione. In fin dei conti, la parentela tra rito religioso e rito giudiziario è antica quanto l’uno e quanto l’altro, la toga e la tonaca sono cucite a filo doppio. Sul finire della guerra Guido Raffaelli, magistrato d’appello a Milano, pubblicò un piccolo libro che si chiamava Il sacerdote di Temi, dove agli officianti del culto della dea Giustizia erano offerti consigli, esortazioni e precetti in un tono solenne e catechistico: “Il giudice fu ed è considerato un sacerdote; il luogo, in cui egli giudica, un tempio, e la funzione del giudicare fu detta divina”. Documenti di tempi andati, echi distanti di un’idea del magistrato e della sua dignitas che non ha più corso, e che già vent’anni dopo le giovani leve avrebbero considerato pomposa, conservatrice e antiquata. E allora perché io continuo a sentire le campane? Leggi il seguito di questo post »
L’invasione degli ultracorpi letterari
Il modello occulto della società letteraria italiana è L’invasione degli ultracorpi. Non so chi abbia depositato nottetempo i baccelloni, ma di tutta evidenza è Roma l’epicentro del fenomeno e non escludo che i nuovi marziani abbiano scelto, per abitudine, il galoppatoio di Villa Borghese. Tutto si svolge nel segno della parodia. Ogni personaggio, stile, maniera o istituzione letteraria a cui un tempo si poteva riconoscere un prestigio, una dignità, una ragion d’essere storica, è stato sostituito proditoriamente da un replicante più o meno ben congegnato. Chiunque abbia occhi per vedere (e tempo per prestarli alle cronache) lo constata facilmente, e pazienza se, come il protagonista del film di Don Siegel, il suo destino sarà di non essere creduto.
Parodie di scrittori che ronzano intorno a parodie di premi letterari o si accalorano senz’ombra di ironia per parodie di polemiche (cos’altro era, l’affaire Cordelli?). Riviste che sono fin dal nome replicanti di riviste estinte (l’operazione marziana sarà compiuta quando nasceranno anche Lacerba 2, La Ronda 2 e Il Politecnico 2). Critici-baccelloni che compilano serissime parodie di canoni. Poeti neoavanguardisti che non passerebbero il test di Turing. Parodie di scrittori maledetti e parodie di narratori popolari, parodie di engagés e parodie di dégagés, parodie di neoterici e parodie di dialettali. Scampati ai marziani, ai trifidi e ai diafanoidi ci troviamo a lottare contro nuove creature aliene, i pasolinidi e i balestrinidi e i nanobianciardi e i gaddamutanti e gli ultrafofi. Mentre scrivo, un manipolo di replicanti sta per radunarsi al mare per un festival parodistico fin dall’annuncio (“Scrittrici e scrittori confinati per sei giorni sull’isola di Ventotene, a scontare il loro privilegio: essere scrittrici, essere scrittori. Condannati a esercitare il dono supremo dello sguardo”). Il vecchio mondo delle lettere è svanito per consunzione, ma svanendo ha lasciato nell’aria, fluttuanti, delle sagome vuote, delle pose cristallizzate, dei calchi entro cui sono potuti crescere i baccelloni spaziali. Leggi il seguito di questo post »
Fulminati da Mao. L’elettrizzante storia del Libretto rosso
Se per le vie di Roma vi capitasse di avvistare un tizio leggermente bruciacchiato che deambula con lo sguardo perso e i capelli da istrice, niente paura, quello sono io. Ma non state in pensiero per me, è solo che ho avuto l’imprudenza di infilare le dita in un libro ad alta tensione e sono state trecento pagine di scosse e cortocircuiti senza tregua. S’intitola Mao’s Little Red Book. A Global History, lo ha curato lo storico americano Alexander C. Cook e lo ha pubblicato da poco più di un mese la Cambridge University Press. È un primo tentativo di tracciare una storia planetaria del Libretto rosso di Mao a cinquant’anni dalla sua apparizione, e d’inseguirne gli usi e gli abusi in Cina, in Unione Sovietica, in India, in Tanzania, in Jugoslavia, in Francia, in Albania, nelle due Germanie, in Perù e ovviamente in Italia (è l’inserto comico del libro), tutti paesi in cui è stato trasformato di volta in volta in “retorica, arte, canzone, performance, accessorio, simbolo, talismano, distintivo e arma”. Richiuse le pagine, dopo un’ultima vampa, la mia testa friggeva come un fusibile bruciato, ma se pensiamo che il generale Lin Biao prestò al Libretto la più minacciosa metafora di “una bomba atomica spirituale di infinita potenza”, si può dire che mi è andata bene. Leggi il seguito di questo post »
Requiem per un dilettante. Il potere dell’arte, l’arte del potere
Anni fa mi imbattei, non chiedetemi come, in una strana antologia tedesca che più che a un’antologia faceva pensare a un gruppo di perfetti sconosciuti intrappolati tra due copertine come in un ascensore guasto. C’erano Tito Livio, Arnold Toynbee e una malassortita compagnia di storici, umoristi, fumettisti, esperti di studi strategici, scrittori russi mai esistiti e soprattutto autori di fantascienza di mezza Europa. Era un’antologia di storia controfattuale – la storia fatta con i se: se Alessandro Magno non fosse morto giovane, se la Germania avesse vinto la Seconda guerra mondiale – e subito mi colpì un breve racconto di Sabine Wedemeyer-Schwiersch intitolato Requiem für einen Stümper, ossia Requiem per un dilettante. È l’immaginario discorso d’inaugurazione dello Adolf Hitler Museum a Stoccarda, nel 1975, e descrive un universo ipotetico nel quale Hitler non ha mai tentato l’avventura politica perché ha coronato il sogno di diventare pittore. Ammesso all’Accademia di Belle Arti di Vienna nel 1909, il giovane Hitler combatte la Grande guerra (l’esperienza del fronte segnerà la “sensibilità eroica” delle sue opere successive) e vivacchia nella bohème di Stoccarda finché non incontra il suo mecenate e benefattore, l’industriale Albert Häberle, capo della gigantesca multinazionale Häberle-Werke. Grazie a Häberle, lo stile Hitler del “periodo bruno” – fatto di ritratti di lavoratori, paesaggi romantici, scene di mitologia germanica – trionfa a Berlino, a Londra, a New York, domina il mercato artistico mondiale. Le altre correnti pittoriche sono considerate poco più che arte degenerata. Ogni casa tedesca ha il suo Hitler appeso in salotto, e l’impronta del suo gusto è così profonda che, suggerisce l’estensore del discorso, “in un certo senso, si può dire, anche noi siamo opere di Adolf Hitler”. Il grande artista muore a 85 anni, nel 1974, e Häberle istituisce un museo in suo onore. Leggi il seguito di questo post »
Il processo per il processo. Un incubo giudiziario
Un corsivo di Giorgio Manganelli, scritto in margine al processo Valpreda e raccolto negli Improvvisi per macchina da scrivere, mi persuade una volta di più che l’attualità è un incubo da cui dobbiamo destarci, e che i giornali del futuro saranno lunghissimi rotoli di lanci d’agenzia, scarni e sibillini, circondati da glosse di moralisti secenteschi sul vano ripetersi di tutte le cose. Dicevo: in margine al processo Valpreda, e alle sue migrazioni tra le sedi di Roma, Milano e Catanzaro; ma accade che il margine di un processo combaci con il margine di innumerevoli altri, e che questa sia più di una metafora. Il lettore tenga a mente gli interminabili, dilatorii processi sulle stragi e sui misteri d’Italia, l’orizzonte della verità che si allontana sempre di un passo, come in un paradosso di Zenone; tenga a mente il novissimo Capaci bis che affianca e ingloba il Borsellino quater, e la strana costellazione della trattativa, che qualcuno ha paragonato a una matrioska dove il processo maggiore contiene processi minori in cui gli stessi imputati, gli stessi pentiti, gli stessi testimoni sono ascoltati sugli stessi fatti e come rimasticati in eterno; tenga a mente tutto questo e legga Manganelli: Leggi il seguito di questo post »
Mondo cannibale. Repubblica come clan endogamico
Aut liberi aut libri, o si fanno figli o si fanno libri, amava ricordare Nietzsche; ma tra le due cose c’è un’analogia profonda, e un nuovo Lévi-Strauss dovrebbe indagare le strutture elementari della parentela editoriale. Vuoi per superstizione, vuoi per aver orecchiato un po’ di genetica, tutti siamo al corrente dei guai che possono venire dal matrimonio e dalla generazione tra consanguinei. Si tratta quindi di capire se l’endogamia editoriale aumenti il rischio di dar vita a libri malformati o affetti da anomalie congenite. Il primo caso di studio del nostro antropologo potrebbe essere la collana iLibra di Repubblica e Laterza, inaugurata a fine febbraio (“I libri del futuro” era il cubitale annuncio) e appena giunta al suo dodicesimo titolo, dove illustri firme di Repubblica ragionano su temi cari a Repubblica in volumetti che si possono, tra l’altro, acquistare in edicola insieme a Repubblica, generosamente recensiti sulle pagine di Repubblica e promossi tramite videointerviste sul sito di Repubblica. Leggi il seguito di questo post »
Tintinnio di bilance
L’iconografia giudiziaria è disseminata di tranelli. Scriveva Francesco Carnelutti (Le miserie del processo penale, 1957) che anche le manette sono un emblema del diritto; “forse, a pensarci, il più autentico dei suoi emblemi, ancora più espressivo della bilancia e della spada. Bisogna che il diritto ci leghi le mani”. La belva aggiogata torna allora ad apparirci uomo, risvegliando la nostra compassione. Dubito che il grande giurista sarebbe riuscito a ripetere senza tremare queste parole, pur così ispirate ed evangeliche, davanti alle miserie delle nostre cronache, al deputato grillino che sorride con ferocia ebete mimando i ferri ai polsi, ai sadomasochisti giudiziari del Fatto Quotidiano che per la retata dell’Expo tornano a mettere le manette in prima pagina (le stesse che avevano usato, cinque anni fa, per la bocciatura del lodo Alfano: neppure si sono sprecati a disegnarne di nuove) sotto quel titolo francamente ributtante, “Vanno a prenderli uno per uno”. La nausea è tale che quanti hanno ancora a cuore i principi elementari della civiltà giuridica – ormai un “piccolo resto”, per dirla biblicamente – devono pescare dal mobiletto dei farmaci la pagina in cui Sciascia avvertiva che se al simbolo della bilancia si sostituisse quello delle manette saremmo perduti senza rimedio. Per un istante il discrimine torna ad apparire nitido: di là le manette, di qua la bilancia; di là la muta ringhiosa dei linciatori, di qua la sobria invocazione della legge uguale per tutti. Ma l’iconografia giudiziaria è insidiosa come un cattivo sogno, le linee si annebbiano, e ti ritrovi a pensare, trasalendo, che oggi dobbiamo aver paura soprattutto della bilancia. Leggi il seguito di questo post »
Le lolite del Dr. Mengele. “The German Doctor”
Adolf Eichmann fu il più laconico stroncatore di Lolita. “Decisamente un libro sgradevole”, disse all’agente di polizia che gli aveva dato da leggere il romanzo di Nabokov per passatempo, quand’era sotto processo a Gerusalemme. La recensione del tenente colonnello al film di Kubrick non la leggeremo mai (Lolita debuttò a New York pochi giorni dopo la sua impiccagione), ma non c’è motivo di immaginarla più generosa. Cos’hanno da spartire, in fin dei conti, un alto burocrate dello sterminio e un cacciatore incantato di ninfette? Nulla, se non la necessità di inventarsi una difesa davanti a una Corte, e c’è pure chi ha suggerito che Humbert Humbert usa gli stessi espedienti retorici dei gerarchi nazisti a Norimberga. Una nuova coppia di romanzo e film rischia di ingarbugliare un po’ le cose. Dell’uno e dell’altro è autrice l’argentina Lucía Puenzo. Il medico tedesco (Guanda) fa di Josef Mengele uno Humbert Humbert nazista, oscuramente attratto da una dodicenne che si chiama, guarda caso, Lilith. Con una premessa come questa, capite bene che la voragine del kitsch più sgomentevole sta lì spalancata, famelica, e Puenzo – che come regista non è Kubrick e soprattutto come scrittrice non è Nabokov – fa quel che può per non finirne inghiottita. All’inizio del film, The German Doctor, l’ex nazista fuggiasco in Patagonia è ammaliato da due gambette avvolte in calze di lana che si dibattono per intrufolarsi in un furgoncino. Il romanzo fa di peggio, e la piccola Lilith appare subito come “un personaggio mitologico, a metà fra ninfa e folletto”, a cui Mengele, grigio e intristito (l’autrice gli imprime anche un tocco dello Aschenbach di Morte a Venezia), vuol mettere le mani addosso – ma per misurarle il cranio.
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Le buone utopie di pessimo gusto
Ai nostalgici della Guerra fredda culturale, o anche solo ai ritardatari, restano ben poche occasioni di rivalsa e non è raro che a offrirle sia la diaspora cubana. Meglio quindi non lasciarsi sfuggire El comunista manifiesto, l’ultimo libro di Iván De la Nuez, saggista nato all’Avana che da vent’anni vive a Barcellona. La sua premessa – inoppugnabile al lume delle scienze occulte – è che lo spettro del comunismo abbia cominciato ad aggirarsi per l’Europa non già nel 1848 ma solo dopo il 1989, perché è proprio dei fantasmi manifestarsi post mortem. Oltrepassate la tragedia e la farsa saremmo diretti al terzo stadio dell’estetica, dove si va, al galoppo, a saccheggiare le regioni degli sconfitti per riportarne qualche trofeo grazioso. È un’impresa che De la Nuez battezza Eastern, rovescio del Western, nel corso della quale i simboli e i cimeli rivoluzionari finiscono trasformati in feticci nostalgici, in paccottiglia vintage, in bondieuserie devota, in una parola: in kitsch. E tuttavia, checché ne dicano i nuovi cowboy, il nesso tra kitsch e utopia è assai più antico e profondo. Leggi il seguito di questo post »
Re folli, capri espiatori e spiriti dei defunti. Appunti (quasi) antropologici sui politici nel cinema italiano
Una rondine non fa primavera, d’accordo, ma già una coppia di rondini può servire da pretesto per qualche divinazione, alla maniera degli àuguri etruschi e romani. Due film gemelli hanno attraversato i cieli del penultimo inverno italiano – l’uno diffuso nelle sale alla fine di ottobre del 2012, l’altro nel febbraio del 2013, a ridosso delle elezioni politiche – annunciando una primavera che pare, allo stato delle cose, tutta congetturale. Si somigliano fin dal titolo: Viva l’Italia si chiama il primo, Viva la libertà il secondo. Ad accomunarli è un intreccio di temi dalla lunga e veneranda tradizione teatrale: la pazzia del sovrano, il buffone come doppio del re, le scintille di verità sprigionate dal cozzo tra il potere e la follia. Immancabilmente, le gazzette hanno dato fondo – non sempre a proposito – a tutto lo Shakespeare e il Pirandello di cui disponevano. Viva l’Italia è l’opera seconda dell’attore, regista e sceneggiatore romano Massimiliano Bruno. È un film che adotta registri farseschi a servizio di un messaggio politico forte, o se vogliamo – e senza alcun sottinteso spregiativo – un cinepanettone civile. Il fool che mette in scena è un politico di centrodestra, Michele Spagnolo (interpretato da Michele Placido) il cui partito, Viva l’Italia, richiama neppure a dirlo lo slogan della “discesa in campo” berlusconiana. Leggi il seguito di questo post »

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