Il senso di Libertà e Giustizia per le priorità

Chissà se dalle parti di Libertà e Giustizia sentiranno finalmente odore di bruciato ora che Grillo, per legittimare quella patacca totalitaria che gabella per democrazia diretta, si è fatto scudo del sacro nome di Norberto Bobbio, citando a vanvera da un libro di trent’anni fa. Del resto era stato un altro patrono dei liberi e giusti, Umberto Eco, a dire che se la casa brucia il primo dovere di un intellettuale è chiamare i pompieri. E loro del centralino dei vigili del fuoco hanno fatto un uso compulsivo, tanto che un magistrato un po’ dadaista avrebbe potuto indagarli per procurato allarme ex art. 658 c.p., punibile con l’arresto fino a sei mesi o con l’ammenda da 10 a 516 euro. Ogni giorno un appello, un manifesto, una lettera aperta, un referendum morale. Le loro narici ipersensibili hanno fiutato per quindici anni svolte autoritarie, colpi di stato striscianti, dittature della maggioranza, trame piduiste, metamorfosi del fascismo perenne o Ur-fascismo. Sarà stata la perpetua allerta, tutto quell’annusare incendi del Reichstag, a sfiancarli fino all’iposmia, che è la drastica diminuzione dell’olfatto. Gli metti sotto il naso un fascista fumante, e loro non sentono più nulla. Leggi il seguito di questo post »
Pseudomnesie di un cinefilo

Ci fosse stato a Roma un cinema come il Brady, la mia adolescenza stralunata sarebbe stata forse meno solitaria. Al Brady di Parigi, negli anni Settanta, poteva capitare di imbattersi in rassegne tematiche dove Monica e il desiderio di Bergman era abbinato a Distruggete Frankenstein!, saltando con naturalezza dalla serie A alla serie Z. Qui era tutto più faticoso. Ricordo il pellegrinaggio notturno (tre autobus diversi) che dovetti fare, quindicenne, per raggiungere un cineclub in periferia dove proiettavano La Soufrière di Herzog. Per metter mano su film come Non si sevizia un paperino di Fulci, invece, l’unica via era ricorrere a oscuri contrabbandi con amici di amici che potevano procurarti di straforo una videocassetta duplicata. Colpo rovente, un bizzarro poliziesco psichedelico dove Carmelo Bene faceva una particina come sicario, lo trovai solo in una costosissima copia sottotitolata in greco moderno. Soprattutto, non c’era modo di condividere queste passioni troppo alte o troppo basse, simmetricamente snob: il mio ricordo meno solitario è una ferale proiezione pomeridiana (quasi quattro ore) di Intolerance di Griffith all’Azzurro Méliès, un cineclub di Prati, quando mi trovai in sala tra un ometto dall’aria losca con la giacca a quadri che scriveva freneticamente su un taccuino e una coppia di pallidissimi dark avvinghiati. Leggi il seguito di questo post »
Chiamata alle armi per una nuova guerriglia semiologica (Mani bucate, 37)

L’obbligo per i sudditi di abbracciare la fede del sovrano – cuius regio eius religio, pace di Augusta, 1555 – vale tuttora per certi giornali. Se non per la linea politica, quanto meno per lo stile, diciamo pure per le formule liturgiche; ed è una conversione più profonda e insidiosa. Infallibilmente, chi comincia a scrivere per il Fatto Quotidiano finisce per scrivere male, scimmiottando quella maniera pedestre da Fortebraccio del Bagaglino di cui va così fiero il direttore. Questo pensavo leggendo l’altro ieri il commento sarcastico di Silvia Truzzi al discorso di Luciano Violante a Pisa, che fin dalla prima frase accordava il suo strumento su quello del principe regnante della testata: “Più che un participio, una certezza” – omaggio ai mille corsivi di Travaglio dove Violante è chiamato “il noto participio presente” o “voce del verbo violare”. L’ultimo è proprio di ieri: “Violare, violando, Violante”. Leggi il seguito di questo post »
La Repubblica dei Procuratori (Mani bucate, 36)

Il 26 gennaio, inaugurazione dell’anno giudiziario, sembrò a qualcuno che dalle toghe bordate di ermellino irraggiasse una solennità insolitamente sinistra. Non si trattava solo di rifondare ritualmente il tempo ciclico del calendario delle udienze: stavolta si celebrava il passaggio a un nuovo eone. Claudio Petruccioli, in quel tono semiserio di ludendo docere che hanno spesso i migliori commentatori su Twitter, ne parlò come di un evento di importanza storica, di quelli che meritano una trafila di maiuscole: “È L’ANNO PRIMO DELLA REPUBBLICA GIUDIZIARIA”. Leggi il seguito di questo post »
Tomas Milian (1933-2017)

Ieri i coccodrilli ricordavano in coro che Tomas Milian recitò per Pasolini. Qualcuno l’ha messo perfino nel titolo. È vero, è falso? Tutto sta ad accordarsi sui termini. Se starsene immobili in un tableau vivant che riproduce la Deposizione di Pontormo può dirsi recitare, allora sì, Tomas Milian recitò per Pasolini. Faceva il soldato romano appoggiato a un rudere di colonna, una comparsa che non figurava nei titoli di testa e neppure, a ben vedere, nel modello originale; perché per adattare quel dipinto verticale al formato orizzontale del fotogramma Pasolini dovette aggiungere tre figure ai lati. Uno era appunto Tomas Milian, con i capelli biondo-rossicci e una daga in pugno; glabro, per giunta, come presto ci saremmo disabituati a vederlo. Nel tableau c’era pure Laura Betti, che era stata la sua iniziatrice alla “dolce vita” quando, nel 1959, era atterrato a Roma da New York; ma lui non dovette dar molto peso a quella posa da bella statuina nella Ricotta, tanto da non menzionarla neppure nell’autobiografia picaresca Monnezza amore mio (Rizzoli). Leggi il seguito di questo post »
Da questa parte per la Mitteleuropa. Wilder contro Kubrick (Mani bucate, 35)

C’è una Mitteleuropa di sogno, più vicina alla Perla di Kubin che alla Kakania di Musil, che si può raggiungere solo alla cieca, come in quel gioco di fine Ottocento – che ancora sopravvive nelle feste dei bambini – dove si tenta, bendati, di appuntare una coda a un mulo di cartone. Non speri di piantarci mai la sua bandiera chi si affatica a studiarne la mappa con occhi sgranati. Per Eyes Wide Shut, Kubrick scelse la via più turistica: prese la Vienna della Traumnovelle di Schnitzler, la imballò e la traslocò nella New York degli anni Novanta, con gesto meno vistoso, ma forse non meno pacchiano, dell’impresario che ricrea i canali di Venezia in un hotel di Las Vegas. Arbasino gli dedicò, all’epoca, qualche pagina di smagliante ferocia. Le scappatelle simmetriche degli sposini Cruise e Kidman – “un profilo di tucano e una faccetta meno espressiva del suo culo” – lui catturato in un bunga bunga wagneriano, lei in un incubo orgiastico piagnone, erano destinate a rientrare nell’angolo-cottura; e la ruvida battuta finale (“C’è una cosa molto importante che noi dobbiamo fare prima possibile: scopare”) era assimilata da Arbasino alla saggezza della nonna – “un purgantino o un clisterino risolvono tutto, purché sia salvo il sacramento del Matrimonio”. Leggi il seguito di questo post »
“Dovrebbe accadere un cataclisma” (piccolo angolo della paranoia)

Dal Pendolo di Foucault, capitolo 30, pagina 161: “Lo incatenano nell’isola di Patmos e il poveretto incomincia ad aver le traveggole, vede le cavallette sulla spalliera del letto, fate tacere quelle trombe, da dove viene tutto questo sangue… E gli altri a dire che beve, che è l’arteriosclerosi… E se fosse andata davvero così?”. L’apostolo Giovanni sarebbe dunque uno di quei tipi strambi che non mancano mai in un buon thriller fantapolitico, l’ubriacone paranoico con la testa piena di congetture che vive in una stamberga tappezzata di ritagli di giornale, fotografie, appunti scarabocchiati, frecce che connettono tutto con tutto secondo leggi imperscrutabili di causalità. Se fossimo in un film, però, il finale sarebbe facile da prevedere: una mattina tutti si svegliano al suono delle trombe dell’Apocalisse e capiscono che il pazzo aveva ragione. Bene, tenete presente questa premessa quando mi ritroverete con la barba sfatta, tra portacenere traboccanti e lattine di birra accartocciate, ai piedi di una grande bacheca di sughero. Sotto la scritta a pennarello “Segni dei Tempi 1992-2017” noterete alcuni foglietti strani. Leggi il seguito di questo post »
Dalla culla alla tomba (Mani bucate, 34)

Giovanni Leone, quando era presidente della Camera, a un deputato che durante un intervento si era scusato di “non essere giurista”, rispose: “Onorevole, non si scusi. Lei è napoletano e quindi è automaticamente un giurista”. L’aneddoto – che d’ora in poi userò come lasciapassare per le mie incursioni in questa terra straniera – è citato in un libro del 1973 scritto da un uomo dal nome invidiabile: Corrado Pallenberg. Pallenberg non era un giurista, e – cosa più grave – non era neppure napoletano. Romano, figlio di un pittore tedesco, faceva il giornalista tra l’Italia e l’Inghilterra dopo anni avventurosi che lo avevano visto ufficiale di complemento in Abissinia, poi nella campagna di Russia, infine partigiano. Ma proprio questa natura di eccentrico e di intruso gli valse gli elogi di Giuseppe Branca, che aveva finito appena il suo mandato da presidente della Corte Costituzionale quando scrisse la prefazione del libro. Anch’esso dal titolo notevole: Culla del diritto, tomba della giustizia. Diagnosi del collasso del sistema giudiziario italiano, Palazzi Editore. È di questo volumetto dimenticato, salvo precedenti a me ignoti, la paternità di una metafora cara a Sciascia, che la usò prima nel 1981 nel Teatro della memoria (“questo nostro paese che si proclama culla del diritto ma certamente ne è bara”), poi in un’intervista del 1984 a una rivista di Racalmuto dal nome anch’esso splendido: “Malgrado tutto”. Leggi il seguito di questo post »
Kabarett der Komiker (Mani bucate, 32)

I tedeschi del tempo di Weimar saranno pure stati sonnambuli che pencolavano sull’orlo dell’abisso; ma erano comunque abbastanza svegli da saper distinguere a colpo d’occhio un raduno di nazisti in una birreria di Monaco da uno spettacolo di cabaret di Karl Valentin in un Tingeltangel bavarese. Bene, buttiamoci una secchiata d’acqua in faccia e appuntiamoci un episodio minore che servirà da nota a piè di pagina per una futura storia del suicidio della Repubblica. Da ieri si può vedere su Netflix il comizio del capo di un partito che, a prender per buoni i sondaggi, potrebbe superare il 30 per cento dei voti. Questo signore si presenta sul palco in camicia nera fuori dai pantaloni – una mise che offre tutto il necessario per inquadrarlo – e chiama a raccolta i diseredati e i falliti. Per un’ora e mezza parla di politica, inneggia al suo movimento, attacca i partiti, i giornali, le banche; dice che le elezioni sono una presa in giro, tanto vale ricorrere al sorteggio, perché gli italiani per metà si astengono e per metà praticano il voto di scambio, e soprattutto perché “è finita questa democrazia che sa di pesce rancido”. Leggi il seguito di questo post »

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