Guido Vitiello

“Non giudicate”. Presentazione alla Festa dell’Unità

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Giudici responsabili, per legge

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CalamandreiNon è dalla benevolenza del fornaio che ci aspettiamo il pane, come sa ogni liberale dai tempi di Adamo Smith. Dovremmo forse attenderci giustizia dalla benevolenza del giudice? L’11 giugno scorso, incontrando i magistrati in tirocinio, Giorgio Napolitano ha pronunciato una frase su cui i quirinalisti hanno dato fondo alle sottigliezze esegetiche, già che il presidente citava una precedente esternazione: “Occorre che ogni singolo magistrato sia pienamente consapevole della portata degli effetti, talora assai rilevanti, che un suo atto può produrre anche al di là delle parti processuali”. Sagge parole, che però si potrebbero tradurre con la massima di San Filippo Neri: “State buoni se potete”. E va bene che non spettava a Napolitano dire di più, ma che molti abbiano lodato la forza del suo richiamo è il segno di un’impotenza prossima alla rassegnazione. Proviamo a tradurre anche questa in parole: siccome non vogliamo o non possiamo sciogliere i nodi della giustizia, ci rimettiamo al senso di responsabilità di ciascun magistrato, sperando che si ricordi che c’è un paese là fuori. Con il risultato che, da anni, si parla di giudici più che di giustizia: delle loro inclinazioni politiche, dei loro amori, dei poster che espongono in ufficio e perfino dei loro calzini. A che cosa porti tutto questo, lo si vede bene. Leggi il seguito di questo post »

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luglio 13, 2013 at 12:15 PM

Liberali ma sexy

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SartreMotoNon dico che Raymond Aron fosse un bell’uomo. Tutt’al più, avrebbe detto mia nonna, un signore distinto: elegante, bel portamento, un sorriso affabile, un naso (cito sempre la nonna) «importante». Ora date un’occhiata al suo eterno amico-nemico Jean-Paul Sartre: a esser larghi di manica, era la versione strabica di Mr. Moto, il detective giapponese impersonato da Peter Lorre nei noir di fine anni Trenta. Malvestito (degli abiti sbagliava perfino la taglia), alquanto ranocchiesco, esoftalmico dietro gli occhialetti tondi, capelli untissimi, denti giallognoli e ritorti, la pelle vizza, pareva sbalzato da una tavola del repertorio fisiognomico di Lavater. Per giunta era basso, così basso che Aron, che tutto era fuorché uno spilungone, poteva permettersi il capriccio di chiamarlo mon petit camarade. Eppure non c’era verso, le donne preferivano Sartre, che dico: non gli davano pace, lo assediavano come una rockstar o un divo del cinema. E il filosofo, dal canto suo, ricambiava circondandosi di ragazze appariscenti, perché la sola vista di una donna brutta – lo confidò proprio lui, l’inarrivabile sgorbio, in un’intervista a Playboy nel 1965 – lo offendeva. Quanto ad Aron, sfortunatamente, la redazione di Playboy non si sognò mai di interpellarlo sul tema. Almeno sotto questo aspetto, non me la sento di obiettare ai giovani contestatori parigini e al loro slogan «Meglio aver torto con Sartre che ragione con Aron»: ne andava della loro educazione sentimentale, per dirla con il massimo dell’understatement

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luglio 5, 2013 at 7:22 PM

Pubblicato su Il Foglio, Libri, Politica

Edipo a Cologno

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Italy's former prime minister Silvio Berlusconi attends a session at the Senate in RomeUna tragedia dei tempi nostri potrebbe chiamarsi Edipo a Cologno. A Cologno Monzese, s’intende, all’ombra della torre Mediaset. Perché hai voglia a ripetere la filastrocca delle tre i (internet, impresa, inglese), per trovare il bandolo dell’attualità è sempre meglio aver fatto il liceo classico. Il 25 giugno, all’indomani della sentenza del processo Ruby, Ezio Mauro scriveva che sì, il verdetto riguarda concussione e prostituzione minorile, ma una legge non scritta e anteriore a ogni codice impone di condannare due colpe più grandi: l’abuso e la dismisura, dove quest’ultima è da intendersi “come cifra dell’eccesso di comando, grado supremo della sovranità carismatica”. Gli faceva eco Michele Serra dall’“Amaca”, censurando, in Berlusconi, “la complessiva, spaventevole dismisura nel suo rapporto con le leggi, con i limiti del potere, con i media, con le femmine (sic), con i soldi, con le Questure, con la vecchiaia, con il calcio, con la calvizie e perfino con l’elemosina”. Veniva infine l’abiura di Lele Mora: “Dismisura, abuso di potere, degrado: è vero, vi è stato”. Leggi il seguito di questo post »

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luglio 5, 2013 at 11:12 am

Pubblicato su Deliri, Il Foglio, Politica

L’incognita del cinepanettone

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Schermata 2013-06-26 a 14.10.24Partiamo da un’equazione politico-cinematografica di Curzio Maltese: «Il cinepattone è stato al ventennio berlusconiano così come i “telefoni bianchi” stavano al ventennio fascista». La migliore illustrazione satirica di questa formula è in Boris: il film (2011), costola cinematografica della serie televisiva omonima, dove c’è un regista che vuole trarre da La casta di Stella e Rizzo un bel film poetico-civile sul modello di Gomorra ma a forza di compromessi al ribasso finisce per girare un atroce cinepanettone a sfondo politico, Natale con la casta. La sceneggiatura comincia così: «L’Italia è il paese che amo…», come il videomessaggio della discesa in campo del 1994. Dunque, parrebbe di capire, il berlusconismo è stato un cinepanettone lungo vent’anni. Ma come sappiamo fin dai tempi della scuola, nelle equazioni c’è sempre un’incognita. Dov’è, in questo caso? Semplice: la x è proprio il cinepanettone. Perché quelli che ne parlano come di un concentrato del degrado italiano sono i primi che non si degraderebbero mai a vederne uno. Paradossale, vero? Si dice che in un film c’è l’essenza dell’Italia, ma questo non incuriosisce a sufficienza da spingere a studiarlo. Leggi il seguito di questo post »

La lotta di classe, da Gramsci-Togliatti a Gassman-Tognazzi

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montaggioanalogicoUno attende per anni sulla sponda del fiume, finché un giorno l’occasione arriva; l’occasione, intendo, per raccontare l’incontro più surreale della mia vita. Fu a Londra, nel 2007, durante una conferenza sui cult movies che surreale lo era già di suo. C’era, tra i relatori, una dottoranda giapponese che viveva in California e parlava un perfetto italiano. Lo aveva studiato per anni, mi confidò, con uno scopo preciso: vedere in lingua originale i film con Franco e Ciccio, che erano al centro dei suoi interessi accademici. Ai suoi occhi, ero un privilegiato; ai miei occhi, era una pazza furiosa. Ma a Londra era venuta per parlare d’altro, ossia del cinema “decamerotico”, le commedie sexy in costumi medievali come I racconti di Viterbury, Fratello homo sorella bona e Metti lo diavolo tuo ne lo mio inferno. Si era persuasa che quei film dei primi anni Settanta, con le loro storie di adulterio, cinture di castità scassinate e crociati cornificati, riflettessero meglio di tante opere maggiori le tribolazioni della società italiana alle prese con l’introduzione del divorzio. Dovetti riconoscerlo: la giapponese pazza aveva ragione. Leggi il seguito di questo post »

Written by Guido

giugno 22, 2013 at 1:00 PM

Pasolinevolissimevolmente

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PasoliniPasolinianamente. Lo ha detto Matteo Renzi a “Porta a Porta” qualche giorno fa, per spiegare che in Val di Susa, come a Valle Giulia, lui simpatizzava coi poliziotti. A quanto pare per difendere le forze dell’ordine bisogna tirare in ballo Pasolini (“scelbianamente” o “bavabeccarisianamente” non suonano altrettanto bene). Ci siamo distratti un momento, e Pasolini è diventato un avverbio. Michele Serra lo ha messo addirittura tra parentesi, ammiccando a chi sa intendere. Le folle che si accampano la notte fuori dai centri commerciali per gli sconti sui telefonini segnano, ai suoi occhi, “la scomparsa (pasoliniana) di ogni spiraglio di libertà”. Scomparsa non bastava, ci voleva quell’aggettivo per suggerire che la colpa, scava scava, è del miracolo economico, e che i tumulti (manzoniani) per il pane avevano una loro dignità, quelli per il companatico ancora ancora, ma quelli per le brioche sono roba da nuovi mostri. La notizia, ad ogni modo, è che Pasolini ha perso la maiuscola ed è a un passo dal diventare un nome comune. Avverbio, aggettivo: le prossime tappe potrebbero essere l’imprecazione, diciamo un equivalente di “mannaggia” con connotazioni di disastro antropologico (pasolini, come siamo caduti in basso!), o l’intercalare strascicato da centro sociale (voglio dire, nella misura in cui, insomma pasolini, il neoliberismo ha espropriato i beni comuni). Leggi il seguito di questo post »

Written by Guido

giugno 8, 2013 at 8:39 PM

Il bello del capitalismo

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iphoneIl capitalismo, ovvero l’opera d’arte totale. Possibile? Tutti gli indizi puntano all’evidenza contraria, e cioè che il mercato sia nemico giurato dell’arte, che sia all’origine di una propagazione capillare del brutto. Con gli anatemi scagliati per due secoli, dai tempi di Ruskin a quelli di Adorno, si potrebbe mettere insieme una requisitoria micidiale, una lista sfiancante di capi d’accusa: la profanazione industriale della natura, le metropoli caotiche e asfissianti, l’invasione delle catene alberghiere e dei franchising commerciali che accomunano tutti i luoghi in una sola insignificanza, le cavallette devastatrici del turismo di massa, la paccottiglia kitsch prodotta in serie e rovesciata quotidianamente in grembo al mondo intero, l’inquinamento visivo dei cartelloni pubblicitari, il neon che rende spettrali piazze e monumenti… In breve, l’inferno estetico. Non sembra facile ribaltare una sentenza così ben motivata, ed è una ragione in più per incuriosirsi al nuovo libro nato dal sodalizio tra due saggisti francesi, il sociologo Gilles Lipovetsky e il letterato Jean Serroy. S’intitola L’esthétisation du monde (Gallimard) e descrive l’epoca del «capitalismo artista», un’epoca in cui i dominii dell’estetica e dell’economia si compenetrano come mai era avvenuto prima. Continua a leggere su La Lettura.

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giugno 2, 2013 at 8:26 PM

Pubblicato su La Lettura

Verrà la Realtà e avrà i suoi occhi

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Maurizio+Ferraris+2012+International+Book+CO-b9NucjstlEcco, in una formula, il provincialismo italiano: doppiamo tutti i film americani, perché non sappiamo l’inglese, ma il titolo lo lasciamo nella lingua originale, perché suona meglio. La regola non vale solo per il cinema. Prendiamo il caso di Maurizio Ferraris e della sua creatura filosofica, il New Realism. Battezzarlo «nuovo realismo» non avrebbe avuto lo stesso effetto, così come uno striptease è più allettante di uno spogliarello. Tutto sta a scoprire (già che siamo in tema) quali grazie nasconde la veste esterofila del New Realism. Ebbene, rispondono gli autori del pamphlet Il nuovo realismo è un populismo (il melangolo): sotto l’etichetta non c’è niente. Procediamo con ordine. Nell’agosto del 2011, su «Repubblica», Ferraris lancia il Manifesto del New Realism, a cui seguono convegni, libri e controversie giornalistiche. L’operazione è ambiziosa: si tratta di tornare a un’idea forte di realtà accantonando i giochi ermeneutici della filosofia postmoderna, che ha spinto al parossismo il principio di Nietzsche secondo cui «non ci sono fatti, solo interpretazioni». Continua a leggere su La Lettura.

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Maggio 27, 2013 at 10:20 PM

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Il delitto giudiziario perfetto non esiste. Una divagazione

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496_001Esiste, in fin dei conti, l’errore giudiziario? Nessuno oserebbe negarlo; per primi i magistrati, che sempre si premurano di ricordare che sono, come noi, umani e fallibili. Lo ripetono così spesso da instillare il sospetto che in cuor loro siano persuasi del contrario, e che debbano mitigare questa oscura convinzione con liturgiche professioni di umiltà. L’imputato è condannato con sentenza definitiva? Vedete bene, dicono, che non si è trattato di errore, ma di una verità così tenace da attraversare vittoriosa tutte le balze e le strettoie del processo, fino a ottenere il sigillo della Cassazione. L’imputato è assolto in appello, o addirittura in primo grado? E allora di errore non si può parlare, giacché la giustizia ha saputo da sola porvi rimedio, ha in sé l’antidoto per i suoi veleni. Di qui il paradosso: l’errore giudiziario esiste senz’altro come ipotesi di scuola, avendo i giudici natura umana e non angelica; ma a manifestarlo non è la condanna dell’imputato e neppure la sua assoluzione. Tutto finisce inghiottito dalla Sfinge della procedura, che si pasce indifferentemente di colpevoli e d’innocenti. Il processo non rimanda che a sé stesso, un mistero quasi teologico che solo Leonardo Sciascia e Salvatore Satta hanno osato contemplare. Leggi il seguito di questo post »

Written by Guido

Maggio 26, 2013 at 1:14 PM