Archive for the ‘Libri’ Category
Prima dell’incipit. Sull’arte dell’epigrafe
«I libri si continuano l’un l’altro, a dispetto della nostra abitudine di giudicarli separatamente», osservò Virginia Woolf in Una stanza tutta per sé. Sarebbe l’epigrafe perfetta per un libro sulle epigrafi, e infatti Rosemary Ahern, editor e agente letteraria americana, ha voluto metterla in testa a The Art of the Epigraph. How Great Books Begin (Atria Books). Un’antologia ordinata per temi e tipologie — la vita, l’amore, la follia, avvertimenti e lamentazioni, l’epigrafe esistenziale — che pesca capricciosamente tra le citazioni inaugurali di sette secoli di storia della letteratura. Sempre che abbia senso, in questo caso, parlare di storia: altra epigrafe adeguata sarebbe la frase di T.S. Eliot secondo cui tutta la letteratura, da Omero in poi, vive in un ordine simultaneo.
Si può pensare alla letteratura come a un salone affollato e risonante dove i libri conversano tra di loro, e mille bisbigli si rincorrono da un angolo all’altro echeggiandosi all’infinito. L’epigrafe è il biglietto da visita con cui un autore chiede di ammettere il proprio libro al salone, il gesto di cortesia con cui presenta il suo debuttante al gran ballo omaggiando gli ospiti arrivati prima di lui. Continua a leggere su La Lettura.
Le confessioni secolarizzate
La confessione è un genere letterario? Sì, ma lo diventa solo al termine di una lunga secolarizzazione. Tutto comincia, a sentire María Zambrano, con Giobbe, il giusto che lamenta le sue sventure in prima persona. Dall’erosione di quell’antico ghiacciaio biblico la confessione, con Sant’Agostino, prende corso e figura di fiume e scorre, allontanandosi via via dalla sua fonte religiosa, fino alle Confessioni di Rousseau, per sfociare infine nei romanzi di Proust o di Joyce. Questa, pressappoco, la linea tracciata nel saggio La confessione come genere letterario. Letterario, ma fino a un certo punto: ogni confessione, dice Zambrano, è parlata anche quando è scritta, aspira a essere parola pronunciata a viva voz. Parola, vorremmo aggiungere, bisbigliata in un ipotetico confessionale dove al di qua della grata siede il lettore-sacerdote, che dispensa indulgenze e assoluzioni.
Molto si è scritto, dai tempi di María Zambrano, sulla laicizzazione della confessione che diventa diario, memoriale, romanzo e da qualche tempo anche un ricco filone editoriale (dalle Confessioni di un sicario dell’economia alle Confessioni di una groupie, passando per decine d’altri titoli). Un po’ meno si è ragionato sulle metamorfosi laiche del confessionale, l’arredo liturgico semplice e ingegnoso che il cardinal Borromeo diffuse nella Milano della Controriforma, con quella lastra di metallo traforata che consente di dire cose terribili senza esser visti, e quei tendaggi che proteggono la penombra di un rituale che non è pubblico ma che non è neppure del tutto privato, e che anzi tra pubblico e privato, tra istituzione e coscienza, consente i commerci più vari. Continua a leggere su La Lettura.
Delenda Jolanda
La pagina 69 di Madama Sbatterflay di Luciana Littizzetto. Come sempre, su Internazionale.
Più Sciascia, meno Pasolini
Io non so come Pasolini intendesse il suo «Io so». Ma dietro quella cupa requisitoria, quasi intonata a litania, mi piace immaginare una segreta risata: la risata di chi sta calando in tavola la carta del supremo bluff poetico, la folle millanteria di un barone di Münchhausen che si è afferrato da solo per il codino e si è issato sul tetto del Palazzo per accusarne dall’alto gli inquilini. Io so i nomi dei mandanti delle stragi, annunciava Pasolini in quel suo articolo sul «Corriere della Sera» del novembre 1974. Io so perché sono un intellettuale che restaura la logica dove regnano l’arbitrarietà, la follia e il mistero. Ma non ho le prove, neppure un indizio.
Che vi fosse o meno, in quel temerario impancarsi a giudice, una goccia di goliardia, di certo è evaporata senza residui via via che il suo gesto poetico e civile è diventato prima modello serioso da imitare, poi maniera da scimmiottare, infine posa da ostentare. Dall’«Io so e ho le prove» di Roberto Saviano in Gomorra, passando per l’«Io so» nazional-dietrologico di Walter Veltroni, per l’«Io non so se so» di Antonio Tabucchi e per l’«Io so» in piazza di Sonia Alfano, si è arrivati al capolinea dell’Io so di Antonio Ingroia, titolo del suo libro-intervista sulla presunta trattativa Stato-mafia. Continua a leggere su La Lettura.
Guardare le Polaroid di Moro. Da sordi
Sacrificare senza uccidere, liberare la vittima senza versarne il sangue, che stranezza è mai questa? Eppure, si racconta, i Tatari della regione di Minussink usavano sacrificare al dio del tuono un cavallo vivo: radunati in preghiera sul luogo del rito, gli toglievano le briglie e lo lasciavano correre via. Sarà che la “frezza bianca” evoca a suo modo l’immagine di una criniera, ma l’antico costume menzionato da Calasso nella Rovina di Kasch sembra illuminare la sequenza finale di Buongiorno, notte di Marco Bellocchio: Aldo Moro sciolto dalle briglie nel sogno catartico della sua carceriera-immolatrice. Da quella prigione. Moro, Warhol e le Brigate Rosse (Guanda) di Marco Belpoliti si chiude appunto sulla visione di Bellocchio, a segno che il fantasma del presidente cammina ancora tra noi: “Moro indossa sul pigiama da prigioniero il proprio cappotto e va a passeggiare indisturbato per la città aperta seguito passo dopo passo dalla musica dell’Aida verdiana”. A voler fare i pignoli, non è l’Aida, sono i Pink Floyd, nonché il Momento musicale n° 3 in Fa minore di Schubert, lo stesso che in E la nave va di Fellini era eseguito con dei bicchieri. Ma al di là delle pedanterie, il libro di Belpoliti va a comporre – accanto a Il corpo del capo e La canottiera di Bossi – un’ideale trilogia delle occasioni sciupate.
Giù le manette! L’Opa ostile sul liberalismo
Piano con i paragoni, forse non è il caso di evocare Ettore trascinato nella polvere dal carro di Achille. La vicenda è decisamente meno epica, e tuttavia ha a che fare con il trattamento riservato alle spoglie dei vinti, con l’aggravante che i vinti in questione non sono mai stati vincitori: parliamo della piccola e nobile tradizione della sinistra liberale e liberalsocialista, oggetto da qualche tempo di quella che potremmo chiamare un’«Opa ostile» editoriale e culturale. Le avvisaglie, a ben vedere, si potevano cogliere quasi vent’anni fa in un volumetto dello storico Furio Diaz intitolato L’utopia liberale (Laterza): pagine e pagine su Tocqueville per concludere che oggi il vero liberalismo radicale si è rintanato «nei fogli di una piccola rivista bimestrale di politica, economia e storia». Indovinate quale? Ma ovviamente Micromega, dove si inneggiava alla «rivoluzione liberale» (sic) di Mani pulite. Ed era solo l’inizio. Una folta cordata di giacobini e sanculotti punta oggi a impossessarsi del liberalismo e del liberalsocialismo italiano, o di quel che ne resta. Lo strumento principe della scalata è la collana Instant Book dell’editore Chiarelettere – azionista del Fatto quotidiano, un catalogo traboccante di libri di Travaglio e compari – dove sono apparsi, in tempi recenti, titoli di Luigi Einaudi, Piero Calamandrei, Sandro Pertini, Ernesto Rossi. Dovremmo esserne lieti, e in un certo senso lo siamo. Ma i pescatori di perle hanno scelto, guarda caso, l’Einaudi sostenitore dell’imposta patrimoniale e il Pertini della questione morale. Dal canto suo il povero Ernesto Rossi, presente in collana con alcuni interventi «contro l’industria dei partiti», deve accollarsi un’introduzione di Paolo Flores d’Arcais che fa l’impossibile per guadagnarlo alla causa dell’epurazione grillina o travagliesca. E non è finita qui. Abbiamo dovuto leggere Un onorevole siciliano (Bompiani), le interpellanze parlamentari di Sciascia avvilite e rese irriconoscibili dalla cura moralistica di Andrea Camilleri. E ancora, un Elogio delle minoranze (Marsilio) di Massimiliano Panarari e Franco Motta, dove un lungo capitolo sul socialismo liberale e i suoi eredi riusciva a non menzionare mai i radicali di Pannella, ma in compenso riconosceva in Repubblica e l’Espresso «due fieri e dichiarati house organ di questo speciale “liberalismo civile”». Insomma, conteso tra Scalfari e Flores. Piano con i paragoni, il liberalsocialismo non è il Messia, ma di certo si stanno giocando a dadi le sue vesti.
Articolo uscito su IL di novembre 2012
Contro il prestigio della melanconia
Ho passato la prima metà della mia vita di lettore a leggere libri sulla melanconia, la seconda a scrollarmeli di dosso; perdendone, per quel che conta, ogni fede nei libri e nelle loro promesse. Oggi li trovo tutti ricapitolati in uno, L’encre de la mélancolie (Seuil) di Jean Starobinski. Sono saggi composti nel giro di mezzo secolo, alcuni un poco rimaneggiati, dalla tesi di dottorato in medicina che Starobinski presentò nel 1959 all’Università di Losanna a qualche pagina recente su Baudelaire, Mandelstam e la nostalgia. Non manca nessuno, al nuovo rendez-vous, dei convitati di quelle mie prime letture: i medici antichi e i loro umori atrabiliari, gli asceti fiaccati dal demone meridiano; il furore degli artisti rinascimentali nati sotto Saturno e la neghittosa erudizione dei trattatisti barocchi; Cervantes e Shakespeare, Kierkegaard e Benjamin, il black ink e l’umor nero. E soprattutto quel grande angelo scuro, l’angelaccio sublime e detestabile dell’incisione di Dürer, il volto recline un poco in ombra, quasi appollaiato sulla mano, e quell’aria di bambinone annoiato in mezzo ai troppi balocchi: il compasso e la clessidra, la palla e la stadera, il quadrato magico e la pietra nera, sotto i raggi di un astro bianchissimo nel quale legioni di interpreti, chissà per quale traveggola, si sono illusi di vedere un sole nero. Leggi il seguito di questo post »
Buddha il popperiano
Nietzsche scoprì la Ruota del Dolore buddhista, la maledizione delle rinascite, gli eterni cicli del samsara, e battezzò tutto questo Gaia Scienza: «Sarei curioso di sapere qual era la sua idea di una Scienza dolorosa», commentava Chesterton. Certo è che di questi tempi la prospettiva di una nuova vita, fosse anche come alce o armadillo, ci appare, se non proprio gaia, neppure così sciagurata. Chi un giorno si interrogherà sulla persistente moda della reincarnazione in Occidente potrà dedurne le cause da alcuni fattori contestuali: un certo benessere materiale, l’allungamento della vita media, una fifa cieca che nasce dalla scarsa dimestichezza con la morte, l’ideologia dilatoria della seconda, terza o quarta possibilità; non ultimo, l’esser cresciuti con i videogame a vite multiple. Le idee nascono e si affermano sempre in un punto determinato della Storia, anche quando paiono trascenderla o negarla. Continua a leggere su La Lettura
Non giudicate. Presentazione alla Camera dei Deputati
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Presentazione di Non giudicate. Conversazioni con i veterani del garantismo. Mauro Mellini, Domenico Marafioti, Corrado Carnevale, Giuseppe Di Federico (Liberilibri).
Sabato 27 ottobre 2012, ore 18, Sala Aldo Moro. Con l’autore, intervengono Massimo Bordin, Giuliano Ferrara e Pierluigi Battista. Modera Serena Sileoni. Fonte: RadioRadicale.
Qui il servizio di Rai Parlamento a cura di Roberto Amen.
La cultura italiana e la Shoah
Quando uno studioso italiano dice di occuparsi di Holocaust Studies, può capitare che i colleghi lo guardino perplessi, quasi fossero in presenza di un monomaniaco che ronza attorno alla sua idée fixe. Cercheranno per prima cosa di capire se è ebreo o meno, e appurato che non è ebreo gli domanderanno: “E come mai ti sei scelto un argomento così specifico?”. Negli Stati Uniti lo guarderanno altrettanto perplessi, ma per la ragione speculare: “Un argomento così generico? E di che cosa ti occupi, in particolare?”. È grazie al benemerito iperspecialismo degli Holocaust Studies anglosassoni se oggi possiamo leggere il volume di Robert S.C. Gordon, The Holocaust in Italian Culture – 1944-2010 (Stanford University Press). Che esordisce lamentando, innanzitutto, che in Italia si sia scritto e si scriva così poco sul tema.
Il libro di Gordon, professore a Cambridge, ha il pregio – così raro, sotto i nostri cieli – di abbracciare una concezione inclusiva e non schizzinosa di cultura, che passa senza imbarazzi da Primo Levi a Francesco Guccini, da Salvatore Quasimodo a Roberto Benigni, dal Museo della Shoah – un case study che è ormai una tela di Penelope – ai film erotici ispirati al Portiere di notte di Liliana Cavani. Ma non è questa l’unica ragione per cui in Italia un libro come il suo non lo ha scritto (né forse lo scriverebbe) nessuno. Leggi il seguito di questo post »

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