A futura memoria (se la memoria ha un futuro)

“Con Leonardo Sciascia ci lascia un uomo d’altri tempi, speriamo futuri”, aveva scritto Pannella il 21 novembre del 1989, annunciando che avrebbe prestato da quel giorno in poi il piccolo ma instancabile megafono di RadioRadicale alla riproposizione dei discorsi parlamentari e delle interviste di Sciascia, così da dare a quella speranza un’occasione in più di prender forma, presto o tardi. Molte altre volte disse lo stesso di sé – uomo d’altri tempi, speriamo futuri – e sappiamo bene quanto spesso la storia si è presentata ai suoi appuntamenti con dieci, venti o cinquant’anni di ritardo. Lui era lì ad aspettarla nel luogo convenuto, senza fissare l’orologio, fumando mille sigarette. Un profeta, dunque? Al contrario, ai miei occhi Pannella ha una caratteristica che è privilegio dei classici, l’inattuale attualità, l’esser pienamente calati nella storia e tuttavia saper sgusciare alla sua presa, non sottostare al suo ricatto. Da oggi, perciò, più che di ricordare si tratterà di gettare ami nel suo torrente di parole per pescarne quel che ancora hanno da annunciare, da indicare o da scommettere per altri tempi, speriamo futuri. Leggi il seguito di questo post »
Il Cacciatore Celeste. Piccola escursione venatoria

Alberi, driadi, animali, cacciatori in varie posture adornano gli affreschi nel salone del ristorante di uno dei luoghi più elusivi della letteratura occidentale, l’albergo dove Humbert Humbert possiede per la prima volta Lolita. Il nome sibillino che Nabokov volle dare all’albergo – The Enchanted Hunters, i Cacciatori Incantati – è un invito cifrato a leggere Lolita come un piccolo trattato di eros metafisico in forma di romanzo, forse la sola forma oggi possibile. Pochi hanno risposto al corno da richiamo di Nabokov setacciando fino ai margini più bui il terreno di caccia che era così offerto alle incursioni, e tra quei pochi Roberto Calasso, che al romanzo del predatore divenuto preda della sua preda dodicenne ha dedicato alcune delle sue pagine più felici. Leggi il seguito di questo post »
Rudimenti di una teoria politica della gaffe

Hai voglia a salire e ridiscendere tutti i gradini dell’esprit de l’escalier, ci sono passi falsi sociali da cui non c’è speranza di riaversi: si resta a terra azzoppati a ruminare e a maledirsi per l’eternità. Il caso più clamoroso di cui abbia notizia è quello di un mio amico capitato, molti anni fa, tra i convitati di una festicciola in casa di una semisconosciuta. Orbitava spaesato intorno al tavolo con le patatine e le bibite, senza trovare un bandolo, un appiglio, un varco per mescolarsi con la comitiva, quando arrivò una telefonata straziante: un amico della festeggiata era morto, appena diciottenne, in un incidente stradale. Lui, che se ne stava al margine della conversazione col suo bicchiere di plastica in mano, forse acquattato dietro una grande pianta, riuscì a captare qualche brandello di frase, e si persuase non ricordo come che la vittima dell’incidente fosse il gatto della padrona di casa. Gli parve l’occasione per uscire dall’ombra. Si accostò alla ragazza in lacrime e le disse, con le migliori intenzioni del consolatore: “Non essere triste, in fondo è vissuto abbastanza. Pensa, il mio gatto è morto a quindici anni”. Ecco, dopo una sortita così gloriosamente infelice non esiste riabilitazione, perlomeno in terra. Anche perché i tentativi affannosi di riscattarsi da una gaffe generano di solito gaffe di secondo e terzo grado, ed è un peccato che non esista un verbo per descrivere questo inabissarsi nell’inferno sociale, neppure una di quelle parole tedesche composte lunghe come trenini. Leggi il seguito di questo post »
Una piramide azteca per i misteri d’Italia

I misteri d’Italia potrebbero offrire il pretesto per lanciare un grande piano di edilizia pubblica e dar lavoro a migliaia di carpentieri. Osservando lo strabordare del processo Valpreda, Giorgio Manganelli suggeriva di costruire castelli finto gotico per raccoglierne gli atti. Magari fosse solo lo scherzo di un letterato. Nei primi anni Novanta una faraonica inchiesta della procura di Palmi sugli intrecci tra massoneria e criminalità organizzata produsse una mole di incartamenti tale che il ministro della Giustizia, dietro pressioni del Csm, dovette affittare un capannone per contenerli. Leggi il seguito di questo post »
Angeli neri, giudici e pentiti. Sciascia lettore di Belli

Il sorriso di Doina Matei e il digrignar di denti della strega sottoposta ai supplizi, in cui gli inquisitori vedevano una smorfia ilare, un farsi beffe dei giudici, e dunque un segno certo di possessione diabolica (“Io stringo i denti e poi diranno che rido”, aveva protestato cinque secoli fa Franchetta Borelli, una delle streghe di Triora, messa al tormento del cavalletto). Il contegno algido e schivo di Raffaele Sollecito e il maleficio della taciturnitas, che consentiva all’eretico di resistere cocciutamente all’incalzare dell’interrogante. Il ciglio asciutto di Amanda Knox e l’incapacità di versare lacrime perfino in mezzo alle torture, assunta come prova del servizio a Satana, secondo il Malleus maleficarum. Leggi il seguito di questo post »
Davigo, un disneyano all’Anm
Rassegniamoci stoicamente a chiamarla Tangentopoli perché, come si dice, il destino guida chi lo asseconda ma trascina a forza i riluttanti. Per anni ho aggirato quella detestabile formula giornalistica, ricorrendo a tutte le perifrasi e le circonlocuzioni del caso, ma è arrivato il momento di capitolare. Quanto più il 1992 si allontana nel tempo, tanto più cresce il vizio di leggere i problemi della giustizia e della corruzione alla luce non già dei grandi classici del pensiero politico ma dei Grandi Classici Disney. Tangentopoli si è aggiunta ormai alle due capitali di quel regno di fantasia, Paperopoli e Topolinia, dove s’incontrano personaggi come il commissario Basettoni, l’ispettore Manetta, la Banda Bassotti e l’avvocato Cavillo Busillis. Niente di nuovo, si potrà obiettare, ci sono disneyani di lungo corso – Travaglio con i suoi monologhi teatrali tanto amati dalle scolaresche, l’ex magistrato Bruno Tinti che invocava tempo fa un “partito delle guardie” nel paese dei ladri – ma lo spirito dei fumetti vive in questi giorni la sua grande rivincita. Leggi il seguito di questo post »
È finita la commedia. Imre Kertész, 1929-2016

Diceva Martin Amis, capovolgendo il motto di Theodor W. Adorno in una formula altrettanto sentenziosa e in fin dei conti altrettanto falsa, che Auschwitz non ha reso impossibile la poesia ma la risata. C’è da supporre che Imre Kertész, che considerava la frase di Adorno su poesia e barbarie “una fialetta puzzolente morale” (così nell’autobiografia in forma di dialogo Dossier K.), si sarebbe turato il naso anche davanti alla variazione di Amis. Il problema infatti non è accostare la comicità in quanto tale ad Auschwitz. Tutto sta a capire chi ride, quando ride e soprattutto come ride, perché non tutte le risate sono uguali. Leggi il seguito di questo post »
Le avventure del giovane Montanelli

Leggere la vita del giovane Montanelli è un po’ come leggere le avventure di Tintin, che d’altronde era lui pure un reporter. Dagli episodi raccontati nella biografia che gli ha dedicato Salvatore Merlo, Fummo giovani solo una volta (Mondadori), si potrebbe ricavare una fantastica serie a fumetti. Qualche titolo suggerito: “Indro e la carovana degli zingari”, sul viaggio dall’Albania alla Grecia nel 1939; “Indro e la piccola Destà”, la dodicenne abissina che comprò in moglie per poche lire durante le imprese coloniali; “La volta che Indro incontrò il feroce Adolf”. Le passioni del giovane Montanelli, d’altronde, erano Salgari e soprattutto Kipling. Teneva appesa nello studio di Milano una sua poesia incorniciata, If. E gli scrisse, quando ne ebbe occasione: “Sappia che io parto per colpa sua. Perché io vado in Abissinia per avere letto Kipling”. Merlo segue l’imbeccata e dà alla sua biografia un piglio da romanzo d’avventure. Ma si ritrova tra le mani un eroe non proprio tagliato per il ruolo di Sandokan: scettico, ironico, malmostoso. Un’indole covata fin dall’infanzia e destinata a dischiudersi dopo l’incontro con Longanesi, che seppe tirar fuori il suo “spiritello sarcastico” e soprattutto lo perfezionò nell’arte paradossale di star dentro alle cose e alle idee standone fuori, o tenendosene al margine. La stecca nel coro (titolo di una sua raccolta di articoli) è metafora perfetta: non tanto per la stecca quanto per il coro, rispetto al quale Montanelli seppe stonare, a volte fragorosamente, a volte a naso turato, a volte dando perfino il “la” per una nuova cantata, ma senza discostarsene mai troppo. O, come scrisse un epigrammista infallibile come Giorgio Calcagno canzonando una sua celebre rubrica: “Troppo facile, Indro/ Scriver Controcorrente/ Traendo dal cilindro/ Quel che pensa la gente”. Leggi il seguito di questo post »
Strani compagni di letto

Se è vero che la politica crea strani compagni di letto, la Prima Repubblica si può considerare un ménage a trois protratto per mezzo secolo. Sotto le coperte dell’arco costituzionale, democristiani, comunisti e partiti laico-socialisti erano costretti a congiungersi componendo le figure più audaci. Come spesso accade in questi casi, due amanti se la intendevano meglio a spese del terzo incomodo. La chiave erotica s’impone fin dal titolo del libro di Massimo Teodori, Il vizietto cattocomunista (Marsilio), storia di una lunga intesa che va dal Concordato alle ultime vicende del Pd. Le posizioni sperimentate sono state molte, ma due con più tenacia delle altre. Togliatti era l’amante scaltro ma un po’ cinico, che corteggiava il mondo clericale per ragioni tattiche – la presa del cattolicesimo sulle masse, il bisogno del Pci di legittimarsi presso i ceti medi impauriti. Le cose però presero una piega sentimentale. C’è chi il connubio lo fa per noia, chi se lo sceglie per professione: Berlinguer né l’uno né l’altro, lui lo faceva per passione. Sotto l’egida di Franco Rodano, il grande ideologo del cattocomunismo, egualmente integralista in entrambe le fedi e convinto che il Pci dovesse essere “la spada di Dio” (non ridacchiate, lì al quarto banco), nacque l’ars amandi del compromesso storico, che prevedeva di buttare i socialisti fuori dal letto. Le cose, come si sa, andarono diversamente, e a cacciarli furono le Procure. Per ragioni non solo giudiziarie il mondo laico è quasi scomparso, Teodori lo sa bene e per questo ha scelto di farsene storiografo. Il problema è quando arriva al presente. Perché da alcuni segnali – la presidenza a Mattarella, la timidezza sui diritti civili – sospetta che il renzismo sia l’ultima variante del vizietto. Ma la politica si fa con i compagni di letto a disposizione, belli o brutti, e Renzi in questo sembra un amante più togliattiano che berlingueriano. Se la sinistra è ridotta a un triste ménage à deux tra postdemocristiani e postcomunisti, non sarebbe un po’ onanistico cercarsi amanti che non esistono più? Leggi il seguito di questo post »
E usiamolo, questo Montesquieu

“Se proprio non riesce a dormire”, mi ha detto il dottore, “prenda dieci gocce di Minias; in alternativa, legga dieci righe di Nadia Urbinati”. Farmacie notturne in zona non ce n’erano, così ho dovuto ripiegare sull’unico rimedio che avevo sottomano: la prefazione della Urbinati a un piccolo libro di Dario Ippolito, Lo spirito del garantismo. Montesquieu e il potere di punire (Donzelli). Alla quinta riga, metà della dose, già mi pareva di leggere il famigerato tema di attualità dell’esame di maturità, scritto per giunta dalla prima della classe, e si sa bene che il semplice ricordo di quell’esame – unito all’incubo comune di doverlo ripetere da grandi– può togliere il sonno a chiunque. Niente da fare, ho saltato la prefazione e son passato a Ippolito, scoprendolo però tutt’altro che soporifero. “Garantismo è parola svilita, deturpata dall’abuso”, esordisce nel brillante prologo. “Spesso, e comprensibilmente, suscita sospetto, insofferenza. Evoca, nell’immaginario di molti, cavilli procedurali e scaltrezze curiali. Suona falsa, come la cortesia dei padroni e la riverenza dei servi”. Ippolito passa poi in rassegna il mesto corteo degli attributi: garantismo peloso, d’accatto, ipocrita… Bene, mi son detto. Sciascia per primo non amava la parola garantismo, preferiva dirsi difensore del diritto, e io, fatte le debite proporzioni (che sono quelle di una carta geografica, 1:10.000) condivido il suo fastidio. Leggi il seguito di questo post »
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