Giudici a fumetti. Camilleri, Lucarelli, De Cataldo
Due parole, intanto, per sbrigare la pratica strettamente recensoria: Giudici (Einaudi), terzetto di racconti giudiziari di Andrea Camilleri, Giancarlo De Cataldo e Carlo Lucarelli, è un brutto libro. Sono racconti sintetici, ma non nel senso della brevità, nel senso della plastica. Il giudice di Camilleri, un piemontese mandato in terra di mafia appena dopo l’Unità d’Italia, è una rifrittura dello stereotipo del funzionario schivo e integerrimo, e per umanizzarlo lo scrittore di Porto Empedocle non trova di meglio (santo cielo) che attribuirgli un debole per i cannoli siciliani. Lucarelli, dei tre il più plasticoso, s’inventa una giudice ragazzina presa nella trappola della strategia della tensione all’alba della strage di Bologna, e per calarci nell’estate del 1980 tutto quello che sa fare è frugare nel palinsesto Rai e nei juke-box dell’epoca: due strofe di Gianni Togni, e lo scenario è allestito. De Cataldo escogita un’ingarbugliata variazione sul tema di In nome del popolo italiano (debitamente citato, en passant) dove un buon giudice deve vedersela con un sindaco berluscomorfo, furbo e maneggione ma ahimè anche simpatico. Il racconto non parte male, poi dei carabinieri si mettono a cantare su un ritmo hip hop “Lasciate ogni speranza, oh yeah, o voi ch’entrate” e anche De Cataldo va a farsi benedire. Leggi il seguito di questo post »
La sai quella del francese al Polo Nord?
Com’era quella dell’italiano, del tedesco e del francese al Polo Nord? Probabilmente non esiste, ed è meglio così, ma non è azzardato supporre che il carattere nazionale, al pari di certe sostanze chimiche, manifesti le sue proprietà solo in condizioni termiche estreme. Nei paesaggi più inospitali, diceva Flaiano, l’italiano rivela la funzione assegnatagli nel grande disegno della creazione, che è quella di togliere alla natura la sua solennità: “Prendete il Polo Nord: è abbastanza serio preso in sé. Un italiano al Polo Nord vi aggiunge subito qualcosa di comico, che prima non ci aveva colpito. Il Polo Nord non è più serio”. Due connazionali s’incontrano tra i ghiacci artici – “Dottore!” “Ragioniere!” – e il sublime iperboreo va a farsi benedire. I tedeschi invece, basta dare un’occhiata al Mare di ghiaccio del pittore romantico Caspar David Friedrich per convincersene, a quelle temperature danno il meglio di sé, anzi si può supporre che sia stato loro affidato il ruolo complementare: togliere alla natura ogni sospetto di comicità. E i francesi? “Tutti eunuchi, o molto o poco”, diceva Alfieri in un perfido epigramma del Misogallo, e in effetti lo stereotipo li vuole eleganti fino alla leziosità, eloquenti fino alla chiacchiera, leggeri fino alla frivolezza: difficile che resistano al gelo boreale. Leggi il seguito di questo post »
Storia universale dell’invidia politica
Qualcuno – forse un moralista francese del Grand Siècle, ma va’ a ricordarti – ha osservato che la differenza tra il paganesimo schietto degli antichi e le sofisticherie dei nostri moderni gaudenti consiste in questo: che i Greci e i Romani si accontentavano del letto, a noi serve pure l’armadio a specchio. Gigioneggiare con i nostri vizi sembra essere ormai una parte irrinunciabile del piacere di coltivarli. Prendiamo, per comodità d’inventario, la lista dei sette peccati capitali, che ha già offerto lo schema per un film di serial killer e per una fortunata linea di gelati allo stecco. Della gola ci si compiace volentieri, con un accorto dosaggio di vanità e commiserazione, sperando di suscitare negli altri lo sguardo di divertita indulgenza che spetta ai bambini impiastricciati di cioccolato. Della lussuria, neppure a parlarne: è quasi un obbligo sociale dare a intendere che sotto le apparenze miti di gentiluomini o colletti bianchi siamo magnifiche e irsute belve dionisiache, anche a beneficio delle eventuali signorine in ascolto (non si sa mai). L’accidia, il demone che fiaccava gli asceti sotto il sole a picco, è motivo di civetteria per quella deliziosa bohème che si estende a margine del mondo delle arti e delle lettere, l’insegna del suo ininterrotto bazzicare e bivaccare. Ma allo specchio, opportunamente agghindata, può far la sua figura anche la superbia; anzi, ironizzare sulle proprie manie di grandezza è spesso il macchinoso esercizio di chi, credendosi in cuor suo un genio, trova che il modo migliore per dichiararlo al mondo senza riceverne in cambio pernacchie sia confessare per scherzo di ritenersi appunto un genio. Perfino quelle due bruttone dell’ira e dell’avarizia si lasciano con qualche riluttanza trascinare davanti a uno specchio, dove potranno riscattarsi, rispettivamente, l’una come temperamento appassionato e l’altra come inclinazione che, coltivata con misura, merita lei pure la sua meschina parte di simpatia. Tutti i peccati capitali si prestano ad attirare su di sé quella che La Fayette, splendidamente, chiamava “la deliziosa sensazione del sorriso della moltitudine”. Tutti, tranne uno: l’invidia. Leggi il seguito di questo post »
Alessandro Zaccuri su “Mistica senza Dio” di Fritz Mauthner
Si cerca di fare il giro più largo, ma poi è sempre lì che tocca fare tappa. In Mitteleuropa, nell’inquieto primo Novecento: nel tempo e il luogo in cui la modernità si trasfigura, rivoluzionando le tradizioni conosciute e istituendone di nuove, prima fra tutte la psicoanalisi. È un’epopea contraddittoria e fastosa, di cui crediamo di conoscere bene ogni antieroe, ma che può ancora riservare incontri sorprendenti.
Come quello con Fritz Mauthner, morto nel 1923, a 74 anni, dopo aver portato a termine una serie di opere ambiziose, tra le quali spicca l’imponente Storia dell’ateismo in Occidente che il lettore italiano può consultare online sul sito dell’Uaar. Esatto, l’Unione atei e agnostici razionalisti, quelli che non perdono occasione per polemizzare con la Chiesa. Ma attenzione, perché Mauthner non fu un ateista «prêt-à-penser» come quelli che vanno per la maggiore oggi. Più incline alla complessità che alla semplificazione, si definiva «miscredente devoto». Leggi il seguito di questo post »
Shoah, Olocausto, Auschwitz. Sui nomi dello sterminio
Chissà cosa sarà passato per la testa, ai funzionari del ministero dell’Istruzione francese, mentre decidevano di accantonare la parola Shoah nei manuali scolastici in favore del lindo e burocratico anéantissement, che sa appunto di circolare ministeriale, e che sarebbe piaciuto ad Eichmann. Forse avranno pensato che una denominazione comune, tale da includere ebrei e zingari, richiedesse un comun denominatore, e che annientamento potesse tenere assieme Shoah e Porraimos, “divoramento”, la parola con cui sinti e rom designano la catastrofe. Ineccepibile, dal punto di vista matematico; imperdonabile, se pensiamo a quanto delicata sia da sempre la questione del nome. Nominare è ben più che etichettare, è fornire un embrione d’interpretazione: non per caso James E. Young scelse come epigrafe al suo saggio sui nomi dello sterminio la frase di Vico secondo cui ogni metafora è una “picciola favoletta”, un mito condensato. Leggi il seguito di questo post »
In terra caecorum. Racconti dal regno dell’oscurità
L’epica è invenzione di un cieco, sarà per questo che è così difficile vederci chiaro. I suoi confini sono alquanto nebbiosi: che cosa deve avere, un racconto, perché si possa definirlo epico? Concilii di dèi e discese al regno dei morti, cataloghi di navi e descrizioni di scudi? Si potrebbe almanaccare all’infinito. Ma se accettiamo di andare a orecchio, un buon criterio c’è: un racconto epico lo si riconosce, infallibilmente, al suono del suo incipit. Apriamo due libri gemelli che quasi di certo non sanno della loro parentela. Il primo è Cecità di José Saramago: “Il disco giallo si illuminò. Due delle automobili in testa accelerarono prima che apparisse il rosso. Nel segnale pedonale comparve la sagoma dell’omino verde”. A orecchio, non è epica: il lettore si trova scaraventato senza troppi riguardi in mezzo a una strada, al semaforo, in un mondo con cui fatica a prender confidenza. E quando vedrà gli abitanti di questo mondo sprofondare nell’universale cecità, ci metterà un po’ a capire che la cosa riguarda anche lui. Leggi il seguito di questo post »
Uomini in gabbia? Qualche argomento per l’abolizione delle carceri
Quando si tratta di trovare soluzione ai problemi della vita associata, la specie umana oscilla inspiegabilmente tra genialità e dabbenaggine. Abbiamo inventato i viaggi in aeroplano, ma solo di recente siamo arrivati a concepire il trolley, i cui presupposti tecnici (recipiente di qualche tipo più ruota) c’erano già nel tardo Neolitico. Sono ormai le immagini satellitari ad avvisarci delle piogge imminenti, ma per ripararci non siamo riusciti a immaginare di meglio dell’ombrello, un utensile tutto spunzoni, impiccioso e potenzialmente omicida. Allo stesso modo, abbiamo edificato sistemi giuridici sontuosi e raffinati, ammirevoli per saggezza e capacità di accomodarsi alla varietà delle faccende umane, ma al momento di applicare la pena siamo ancora fermi al più grossolano dei rimedi: sbattere i nostri simili in gabbia. I posteri – sempre che il mondo non sia destinato a diventare una vasta prigione a cielo aperto – si meraviglieranno, c’è da giurarci, di questa lampante contraddizione. La scienza giuridica è giunta a distinguere con sottigliezza i diversi gradi della responsabilità, a codificare le sfumature dell’imputabilità, a delimitare i confini esatti del reato. Ma al momento di punire si va all’ingrosso: che ci sia colpa o dolo, che sia un delitto di sangue o un reato fiscale – sempre in gabbia si va a finire, e per il resto è solamente affare di computo d’anni o di mesi. Leggi il seguito di questo post »
La fisica dei soliti stronzi. Un omaggio a Berselli
Bella promessa, solito stronzo, venerato maestro. Il cursus honorum dell’intellettuale italiano così come descritto da Berselli (sulla scorta di Arbasino) si arresta in genere alla seconda tappa. Ma la trasformazione da bella promessa in solito stronzo ha un elemento arcano e imponderabile. Per descriverla Berselli dovette ricorrere alla letteratura fantastica ottocentesca: Jekyll mutato in Hyde, il ritratto di Dorian Gray che vira verso una “insopportabile quanto prevedibilissima stronzaggine”. L’intuizione è preziosa, e per questo occorrerebbe farla uscire dalla fase prescientifica, condurla dal mondo del pressappoco all’universo della precisione: dall’alchimia trarre una chimica, o meglio una fisica dei passaggi di stato – solido, liquido, gassoso. Come si diventa soliti stronzi (SS), da belle promesse (BP) che si era? Leggi il seguito di questo post »
In arrivo piogge di monetine. Consigli per inzupparsi con stile
A hard rain’s a-gonna fall, cantava Bob Dylan, una dura pioggia cadrà. Molti pensarono che annunciasse una pioggia radioattiva (era il 1963), ma lui smentì, disse che era un generico finimondo, e che il verso sulle “pallottole di veleno che intorbidano le acque” si riferiva semmai alle menzogne dei giornali.
Di certo, non c’è pioggia più dura – stando al peso specifico dei goccioloni – né più invocata dalle pallottole velenose della stampa di quella che minaccia di abbattersi sull’Italia: la pioggia delle monetine. Già i cavalli annusano la terra, e certe nuvolacce grigie si addensano sull’orizzonte. Qualche mese fa, una celebrata vedette del giornalismo che ha l’abitudine di intrattenere le scolaresche in giro per l’Italia, si rivolse a una folla di studenti accucciati dicendo che “era un paese sano quello che lanciava le monetine”. Leggi il seguito di questo post »

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