Archive for the ‘Mani bucate’ Category
Dalla culla alla tomba (Mani bucate, 34)

Giovanni Leone, quando era presidente della Camera, a un deputato che durante un intervento si era scusato di “non essere giurista”, rispose: “Onorevole, non si scusi. Lei è napoletano e quindi è automaticamente un giurista”. L’aneddoto – che d’ora in poi userò come lasciapassare per le mie incursioni in questa terra straniera – è citato in un libro del 1973 scritto da un uomo dal nome invidiabile: Corrado Pallenberg. Pallenberg non era un giurista, e – cosa più grave – non era neppure napoletano. Romano, figlio di un pittore tedesco, faceva il giornalista tra l’Italia e l’Inghilterra dopo anni avventurosi che lo avevano visto ufficiale di complemento in Abissinia, poi nella campagna di Russia, infine partigiano. Ma proprio questa natura di eccentrico e di intruso gli valse gli elogi di Giuseppe Branca, che aveva finito appena il suo mandato da presidente della Corte Costituzionale quando scrisse la prefazione del libro. Anch’esso dal titolo notevole: Culla del diritto, tomba della giustizia. Diagnosi del collasso del sistema giudiziario italiano, Palazzi Editore. È di questo volumetto dimenticato, salvo precedenti a me ignoti, la paternità di una metafora cara a Sciascia, che la usò prima nel 1981 nel Teatro della memoria (“questo nostro paese che si proclama culla del diritto ma certamente ne è bara”), poi in un’intervista del 1984 a una rivista di Racalmuto dal nome anch’esso splendido: “Malgrado tutto”. Leggi il seguito di questo post »
Kabarett der Komiker (Mani bucate, 32)

I tedeschi del tempo di Weimar saranno pure stati sonnambuli che pencolavano sull’orlo dell’abisso; ma erano comunque abbastanza svegli da saper distinguere a colpo d’occhio un raduno di nazisti in una birreria di Monaco da uno spettacolo di cabaret di Karl Valentin in un Tingeltangel bavarese. Bene, buttiamoci una secchiata d’acqua in faccia e appuntiamoci un episodio minore che servirà da nota a piè di pagina per una futura storia del suicidio della Repubblica. Da ieri si può vedere su Netflix il comizio del capo di un partito che, a prender per buoni i sondaggi, potrebbe superare il 30 per cento dei voti. Questo signore si presenta sul palco in camicia nera fuori dai pantaloni – una mise che offre tutto il necessario per inquadrarlo – e chiama a raccolta i diseredati e i falliti. Per un’ora e mezza parla di politica, inneggia al suo movimento, attacca i partiti, i giornali, le banche; dice che le elezioni sono una presa in giro, tanto vale ricorrere al sorteggio, perché gli italiani per metà si astengono e per metà praticano il voto di scambio, e soprattutto perché “è finita questa democrazia che sa di pesce rancido”. Leggi il seguito di questo post »
La biblioteca dei Padri weimariani (Mani bucate, 31)

Chi l’avrebbe detto che fondare un Ordine mendicante fosse così costoso. Alle porte dei Padri weimariani bussano senza tregua i postulanti, e in un paio di giorni il noviziato si è affollato contro ogni speranza, alleluia! Da queste pagine è arrivato frate Adriano (“Futili sono sempre le circostanze dei trapassi d’epoca”; ma “sotto la futilità spesso grottesca delle increspature di superficie passano correnti profonde spesso destinate a farsi invincibili. È la partita dell’occidente contro l’occidente”). Frate Antonio, già abate dei Monaci riformisti, ha scritto sul Corriere che si prepara “l’esplosione di ogni residuo centro di mediazione in una frammentazione di stampo weimariano”. Ma è da largo Fochetti che si è formata la processione più lunga. Il converso Michele, che coltiva sull’Amaca il vizio capitale dell’accidia, si è riscosso per dirci che dobbiamo capire se tra Weimar e il fascismo “c’è un nesso diretto e inevitabile, oppure esistono vie di scampo”. A frate Ezio è stato rivelato che oggi “finisce quel lunghissimo dopoguerra in cui la democrazia sembrava aver concluso da vincitrice la contesa con i due totalitarismi”. Infine l’adesione più piena, da frate Paolo Rumiz: “Tutto è davvero possibile. Karl Kraus, negli anni Venti, parlò dello stato di sonnambulismo in cui si trovava l’Europa alla vigilia della Grande Guerra. Facce da clown, disse, recitarono un copione da tragedia. Immagine perfetta anche per descrivere i populisti di oggi”. Leggi il seguito di questo post »
Fratelli weimariani, la fine è vicina (Mani bucate, 30)

Pace e bene a tutti da Padre Weimariano da Torino! Non l’avrei mai detto, ma mi sono ritrovato a fondare un ordine conventuale. Per ragioni di budget è un ordine mendicante, anche se le nostre mani bucate hanno poco a che fare con le stimmate. Noi frati weimariani preghiamo giorno e notte per scongiurare l’apocalisse della Repubblica, di cui vediamo tutt’intorno i segni – i prodigi dei falsi profeti, la grande apostasia della classe dirigente e della borghesia imbelle, la Bestia con il diadema delle cinque stelle, il principe ucraino che si fa tatuare il suo marchio e si mette a blaterare in lingue strane di un “referendum informale” sull’euro, i terremoti, gli ulivi avvelenati dalla Xylella giudiziaria. E ai risolini dei miscredenti – che ci vedono come trappisti politici, intenti a rimuginare la giaculatoria del memento mori mentre passeggiamo a testa china nel chiostro – rispondiamo con il motto di Ennio Flaiano, inciso sullo stemma dell’ordine: “Nel nostro paese la forma più comune di imprudenza è quella di ridere, ritenendole assurde, delle cose che poi avverranno”. Leggi il seguito di questo post »
Yolocaust, Auschwitz e l’arte del cortocircuito (Mani bucate, 29)

In attesa del Giorno della Memoria, ecco un piccolo elenco alla rinfusa di fatti diversi degli ultimi anni che nulla hanno a che fare con la memoria: giocare a Pokémon Go nel Museo dell’Olocausto di Washington; srotolare un’enorme bandiera con la svastica sul palazzo della prefettura di Nizza per promuovere un film; riprendere il nonno sopravvissuto e i nipoti che ballano I will survive davanti ai cancelli di Auschwitz e caricare il video su YouTube; disegnare i Simpson dietro al filo spinato; fotografare, oggi, i luoghi dello sterminio usando le stesse angolazioni delle vecchie immagini e poi aggiungere in sovrimpressione, come gli ectoplasmi nelle foto degli spiritisti ottocenteschi, le sagome dei deportati in casacca a strisce. Leggi il seguito di questo post »
L’incubo del condannato. Una rêverie metafisica (Mani bucate, 28)

Il paradosso del sognatore sognato; la mise-en-abîme dei sogni incastonati in altri sogni; l’idea, infine, che il mondo stesso non sia che il sogno di una divinità dormiente. Da questi giacimenti le metafisiche e le mitologie dell’India hanno saputo estrarre diamanti dalle forme più intricate, inventariati negli studi di Arvind Sharma e, soprattutto, di Wendy Doniger. In Occidente si tratta di affari marginali, rimessi quasi per intero alle cure dei letterati – qualcuno penserà a Borges, a Pirandello, all’Unamuno di Nebbia – che spesso ne hanno ricavato opere infrigidite dal concettismo e dall’arguzia. Per il cinema, il pensiero va a quella sotterranea corrente indianeggiante che dal Sogno di prigioniero di Hathaway, venerato dai surrealisti, arriva a Lynch e a certi film-rompicapo degli ultimi anni. Leggi il seguito di questo post »
Lo Scorpione irraggiato di lacrime (Mani bucate, 27)

Il 1883 fu l’anno di un crudele esperimento metafisico sotto vesti scientifiche, riportato sulle pagine di Nature. L’etologo britannico Conwy Lloyd Morgan si era proposto di rimuovere un’insidiosa pietra d’inciampo dal cammino della teoria dell’evoluzione: l’ipotetico suicidio degli scorpioni. Un’antica leggenda vuole infatti che lo scorpione, se catturato in un cerchio di fuoco, si conficchi da sé nella cervice il pungiglione velenoso. Lloyd Morgan, persuaso che il progresso intellettuale e morale della razza umana fosse legato indissolubilmente alle fortune del darwinismo, vedeva in questo comportamento, se provato, “uno degli argomenti più forti che il regno animale ci presenta contro la teoria dell’evoluzione per mezzo della selezione naturale”. Fu così che sottopose due specie sudafricane di scorpioni a un campionario di torture raffinate: non solo li circondò di fiamme o di tizzoni ardenti, ma gli puntò addosso raggi solari, li arroventò in bottiglie di vetro per meglio osservarli, li mise nell’alcol bollente o nell’acido solforico concentrato, li affogò in vari liquidi, gli somministrò scosse elettriche, bruciò pasticche di fosforo sui loro corpi. L’esperimento era così atroce, pensò Lloyd Morgan, che uno scorpione che covasse anche la più lieve inclinazione suicida si sarebbe senz’altro trafitto con la coda avvelenata. La teoria dell’evoluzione ne uscì trionfante; ma l’etologo dovette scontrarsi con il raccapriccio di alcuni lettori di “Nature”, e fu costretto a discolparsi con una lettera. Le sorti del darwinismo sono così importanti da giustificare il sacrificio di una sessantina di scorpioni? “Io sono tra quanti la pensano così”, diceva Lloyd Morgan, e chiosava con teatrale malafede sentimentale: Hinc illae lachrymae! Leggi il seguito di questo post »
Filosofia e pelle d’oca (Mani bucate, 26)

Tra i fatti inquietanti che attraversano senza dare nell’occhio le pagine scientifiche dei giornali, spesso rincantucciandosi nei trafiletti, ce n’è uno che eccita da anni il mio talento frustrato per la patafisica sperimentale. Nel 2014 un team di ricercatori sudcoreani annunciò la creazione di un goosebump detector, un sensore di due centimetri per due, simile a un cerotto, in grado di misurare il misterioso fenomeno della pelle d’oca. Non so a che punto siano, ma quando avranno completato l’opera confido nelle mani bucate di un mecenate o di un ereditiere, che sarà ben felice di dilapidare parte delle sue fortune dopo che lo avrò convinto a dar seguito a una vecchia intuizione di Giuseppe Pontiggia: “Non è stata ancora tentata una fisiologia della lettura, eppure sarebbe più rivelatrice e illuminante – nel suo arbitrio evidente – di tante argomentazioni critiche che lasciano, per usare una espressione precisa, il tempo che trovano”. Nell’attesa, leggo quanto posso sullo studio degli aesthetic chills, o brividi estetici, che è in corso da decenni. Finora ci si è dedicati soprattutto alla musica. A suscitare quel particolare frisson, quell’elettricità a fior di pelle, sono le armonie inattese, il repentino cambio di volume, l’ingresso di un solista, il suo inerpicarsi verso il picco di una nota alta – tutto ciò che spiazza l’ascoltatore e lo fa ritrovare in un altro luogo prima ancora che possa chiedersi come ci è finito. Un esperimento condotto da psicologi includeva, per esempio, la misurazione della risposta galvanica della pelle all’ingresso del coro nella Johannes Passion di Bach. Leggi il seguito di questo post »
Mai prendere alla lettera un umorista (Mani bucate, 25)

Non vorrei sfilare di mano un delizioso passatempo agli storici delle idee politiche, ma per quel che mi riguarda la ricerca finisce qui. Anni a chiedersi dove affondassero le radici ideologiche del Movimento Cinque Stelle, se nell’Uomo qualunque o nel Sansepolcrismo, in Rousseau o in Saint-Just, nell’assemblearismo sessantottino o nell’organicismo nazista, quando tutto era già stato annunciato limpidamente da Mark Twain in un discorso tenuto al banchetto del Royal Literary Fund, a Londra, il 4 maggio 1900. Lo si trova nell’antologia Libri, autori e cappelli, pubblicata da Elliot. È il prototipo ideale di un ipotetico governo Di Battista, e per questo giova leggerlo in contrappunto all’intervista a Die Welt ripresa l’altro ieri da Repubblica. D’altronde, i due sono colleghi di letteratura e d’avventura, e Mark Twain fonda sul proprio “vivere inimitabile” le sue ambizioni politiche: “Ho provato qualsiasi cosa, ed è per questo che aspiro all’importante posizione di chi governa una nazione. Sono stato di volta in volta in volta reporter, redattore, editore, autore, avvocato, scassinatore. Me la sono sempre cavata e intendo continuare a farlo”. Leggi il seguito di questo post »

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