Archive for the ‘Mani bucate’ Category
Giovanni, telegrafista (Mani bucate, 14)

Questa settimana l’ho fatta grossa: ho comprato un telegrafo. D’accordo, non proprio un telegrafo vero, ho comprato un telegrafo giocattolo prodotto negli anni Cinquanta dalla Bral, quella che fabbricava i trenini, il meccano e altre minuterie metalliche. È tutto ossidato e corroso, non c’è verso di farlo funzionare, ma poco importa. L’ho comprato per allestire un modesto tabernacolo casalingo alla più bella, inarrivabile delle canzoni: Giovanni, telegrafista di Enzo Jannacci. Leggi il seguito di questo post »
Charlie Brown amante cortese (Mani bucate, 13)

Apollinaire sposò la sua jolie rousse, Jacqueline Kolb, due settimane dopo aver pubblicato i Calligrammes; Charlie Brown non riuscì neppure a rivolgere un saluto alla “ragazzina coi capelli rossi”, la compagna di scuola di cui era innamorato. Il provenzale che vive in me non ha dubbi su chi dei due meriti la palma della cortesia.
È morta i primi di agosto Donna Johnson, divenuta Donna Wold dopo aver sposato il suo signore feudale, un vigile del fuoco – e ditemi voi se c’è al mondo un nome proprio più trobadorico. Charles M. Schulz, che la corteggiò a lungo, ne mascherò l’identità sotto il senhal di Little Red-Haired Girl – “acciò che il vostro nome dir non oso”, come nel sonetto di Guittone. E le strisce che raccontano il corteggiamento del timido Charlie Brown si possono leggere, oggi, come un’incantevole miniatura novecentesca dell’amore di Jaufré Rudel per la contessa di Tripoli, la Dama amata e mai veduta, conosciuta solo nel momento della morte. Leggi il seguito di questo post »
Mi iscrivo ai terroristi (Mani bucate, 12)

Bellezza riposata dei solai, dove il rifiuto secolare dorme! E dove può capitare di trovare, in una vecchia scatola di scarpe piena di cassette musicali lasciate a svernare per un’improbabile seconda primavera del mangianastri, una Sony HF da 60 minuti, con l’etichetta messa un po’ di sghembo e un misterioso nome appuntato a matita: Magnotta. E al solo leggere quelle tre sillabe, nel mio cuore amico scende il ricordo. Magnotta, nome non fine ma dolce, che come le essenze resusciti le adolescenze del millenovecentoottantasette. La lavatrice – che malinconia! Leggi il seguito di questo post »
Antimafia extraterrestre (Mani bucate, 11)

Sono qui che ripercorro la scala degli “incontri ravvicinati” dell’ufologo J. Allen Hynek per decidere su quale gradino collocare il misterioso fenomeno in cui sono stato coinvolto la mattina del 20 novembre 2015. Quel giorno, poco dopo le undici, mi sono trovato a bordo dello stesso Oggetto Volante Piuttosto Facile Da Identificare – il volo AZ 1797 diretto a Palermo Punta Raisi – in compagnia di due creature extraterrestri di più ardua classificazione, che viaggiavano però separatamente. Il primo era Bruno Vespa, che nello schema delle razze aliene proposto dall’ufologo Brad Steiger credo si possa far ricadere nel tipo Delta, sottospecie insectoids; il secondo era Giorgio Bongiovanni, il veggente di fiducia della Procura di Palermo, direttore della rivista AntimafiaDuemila, con le mani fasciate per via delle stimmate. Il tutto è durato poco più di un’ora, ero stordito e spaventato a morte, scrutavo dal finestrino per controllare se per caso vi fossero strani cerchi nel grano, mi ripetevo come un mantra che la superstizione porta sfortuna e che non dovevo attribuire a quella concomitanza nessun significato particolare; ma col senno di poi mi sento di dire che la categoria più adatta a descrivere ciò che ho vissuto è il cosiddetto CE4, incontro ravvicinato del quarto tipo – un gradino aggiunto alla scala di Hynek dall’intricata casuistica dei suoi prosecutori – ossia il rapimento di un essere umano da parte di un Ufo o dei suoi occupanti. Il termine tecnico è alien abduction. Vi assicuro che non è bello. Leggi il seguito di questo post »
La mano maneggia (Mani bucate, 10)

Alcuni luoghi comuni richiedono una rettifica, un corollario, un lieve aggiustamento di tiro; altri esigono il tributo di sangue di una vendetta. Non giudicare un libro dalla copertina. Che scemenza è mai questa? La fonte, tra l’altro, pare sia il signor Tulliver del Mulino sulla Floss di George Eliot, e io ci penserei bene prima di affidarmi all’autorità di un mugnaio del primo Ottocento che compra i libri in blocco solo perché hanno la stessa legatura (“ho pensato che dovevano essere tutti buoni libri”). Non solo si può giudicare un libro dalla copertina, lo si può anche comprare unicamente per quella, e starsene ad ammirarla come fosse un emblema rinascimentale, considerando il titolo alla stregua del motto latino che accompagna l’immagine allegorica. Leggi il seguito di questo post »
Esprit de l’escalier (Mani bucate, 9)

Troppo misantropo per arrivare incolume in fondo a una conversazione senza aver fatto qualche faux pas sociale, Jean-Jacques Rousseau era tuttavia convinto che sarebbe stato un ottimo conversatore per lettera, “come si dice che gli spagnoli giochino a scacchi”. Per trovare le parole giuste ci vuol tempo, proprio come per trovare la mossa giusta in una partita. Certo, gli scacchisti per corrispondenza sono figure irrimediabilmente comiche per chiunque abbia letto il carteggio Gossage-Vardebedian di Woody Allen (“Secondo te, stando ad una lettera andata smarrita ventitré mosse fa, il tuo cavallo che ho tolto dalla scacchiera settimane addietro dovrebbe trovarsi nella quarta casella di re…”), ma Rousseau non poteva trovare esempio migliore, negli anni in cui scriveva. Due secoli buoni lo separavano dall’invenzione della posta elettronica; uno e mezzo da una conversazione destinata a incarnare il suo ideale, quella che i letterati russi Ivanov e Gersenzon tennero nell’estate del 1920, scambiandosi lettere da un angolo all’altro della stessa stanza nel Sanatorio per lavoratori dell’intelletto debilitati; e la formula aurea del conversatore inetto sarebbe nata, senza che lui potesse saperlo, pochi anni dopo la fine della stesura delle Confessioni. Questa formula era esprit de l’escalier. Leggi il seguito di questo post »
Mistica antifascista (Mani bucate, 8)

Gli intelletti pigri si appoggiano alla balaustra della metafora più vicina e da lì non si smuovono. Era scontato che la campagna per il no al referendum giocasse sulle due accezioni più comuni della parola costituzione, ossia (cito il Battaglia), “ordinamento di un corpo sociale giuridicamente organizzato” e “complesso delle caratteristiche somatiche, funzionali e psichiche proprie di un individuo”. E così è tutto un fiorire di appelli e di slogan per conservarla “sana e robusta”, impedendole di inocularsi il virus renziano. Ma ci sono casi in cui, abbracciando una metafora, si abbraccia tutta intera una concezione della politica, e allora è in ballo qualcosa di più della pigrizia. Leggi il seguito di questo post »
Il caso Moro come tragedia e come pochade (Mani bucate, 7)

Un abisso chiama l’abisso, dice il Salmista, che a quanto pare conosceva meglio delle sue tasche lo stato delle mie, piene di ragnatele. Ho comprato su eBay per dieci euro un lotto di sei videocassette con le puntate principali di La notte della Repubblica, la trasmissione che Sergio Zavoli conduceva da quella specie di rifugio antiaereo alla fine degli anni Ottanta su Raidue. Ero già pronto a rivedere “La tragedia di Moro, parte prima” quando ho scoperto che il mio videoregistratore non funziona più. Così sono tornato su eBay per cercare di aggiudicarmi un lettore VHS usato, cosa che vanificherà il grande affare dei dieci euro e probabilmente rivelerà che le videocassette erano smagnetizzate da anni, ma sarà troppo tardi per darle indietro. Un abisso chiama l’abisso, ma a risucchiarmi in questi gorghi finanziari non è il capriccio, sono le notizie che arrivano dalla nuova commissione Moro, nelle quali non riesco a non vedere una pochade o una sceneggiata piena di intrighi e colpi di scena dove verrà fuori che quella mattina a via Fani c’erano il boss della ‘ndrangheta, il nipote del boss, la moglie, l’amante, la moglie dell’amante, l’agente dei servizi nascosto con la domestica dietro un furgone all’angolo con via Stresa. C’è qualcosa di sottilmente comico in questo voler affollare la scena dell’agguato (per non parlare del covo di via Montalcini) di presenze sempre più congetturali, in questo perdersi nei dettagli quando al centro del quadro sta una tragedia così grande e misteriosa. Leggi il seguito di questo post »
L’affaire Wiesel-Lanzmann (Mani bucate, 6)

L’antico assioma secondo cui la verità sta nel vino richiede qualche corollario, che specifichi almeno cosa deve intendersi per verità. La chiosa decisiva l’ha aggiunta Erasmo negli Adagia: “Può capitare che si dica il falso, pur rivelando ciò che si ha nel cuore”. Non so se Claude Lanzmann fosse del tutto sobrio il 3 luglio scorso, quando la radio France Inter lo ha intervistato sulla morte di Elie Wiesel, ma di certo non lo sembrava. C’è chi per dissipare l’imbarazzo ha menzionato i suoi novant’anni, chi la sua sordità; attenuanti troppo deboli per abbuonargli un’affermazione falsa e maliziosa: “Elie Wiesel ha passato ad Auschwitz tre o quattro giorni in tutto”, ha detto Lanzmann, citando l’autorità di Imre Kertész, che lo avrebbe rivelato in Essere senza destino. I cronisti hanno setacciato il romanzo del sopravvissuto ungherese senza trovare menzione di Wiesel. Non è lì, infatti, che dovevano cercare. Le stesse parole le sentii pronunciare a Lanzmann nell’inverno del 2008, in un dibattito alla Cinémathèque di Parigi per una retrospettiva sul cinema e la Shoah. “È stato appena qualche giorno ad Auschwitz”, disse con una punta di sarcasmo; ma non si riferiva a Wiesel, si riferiva a Kertész. Leggi il seguito di questo post »
Gabriele Arcangelo come ufficiale giudiziario (Mani bucate, 5)

Quando l’uomo con il portamonete incontra la vecchina con la bancarella di libri, l’uomo con il portamonete è spacciato. Se poi la vecchina (per modo di dire) è una di quelle maestose e adorabili matrone romane che chiamano tutti gli uomini sotto i sessantacinque anni “bello de nonna” o “cocco de nonna”, e che raccomandano di non far caso ai prezzi scribacchiati a matita perché si può fare un euro a libro e non se ne parla più, la riduzione in miseria è inevitabile. Avevo già ammassato pile di vecchi gialli di John Dickson Carr e di Ellery Queen, quando questa specie di Sora Lella bouquiniste mi ha detto: “Pijatene pure n’artro”. L’occhio mi è caduto su un volumetto intitolato Colpa e vergogna e l’ho infilato distrattamente nella borsa convinto che avesse a che fare con l’antropologa Ruth Benedict, che nel suo classico studio sulla cultura giapponese, Il crisantemo e la spada (1947), aveva distinto appunto civiltà della colpa e civiltà della vergogna. Se la colpa è una macerazione tutta interiore a cospetto della legge morale, la vergogna ne è come il guanto rovesciato, una preoccupazione tutta esteriore per la propria immagine agli occhi del mondo. Guanto rovesciato e, aggiungo, occasionalmente gettato in sfida, perché l’offesa alla reputazione, all’onore, al buon nome può richiedere in casi estremi che del sangue sia versato, altrui o proprio: duello o suicidio rituale. Leggi il seguito di questo post »
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