Guido Vitiello

Archive for the ‘Il Foglio’ Category

Mecenate per un giorno

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17148-SalviatiPerfino in questi grigi tempi democratici capita, a noi megalomani, di sentirci per un giorno come all’epoca dei Medici o dei Gonzaga, quando il signore poteva radunare a corte i migliori musicisti d’Europa, commissionar loro mottetti e madrigali e farli eseguire per il proprio diletto. L’anno scorso, in un impeto di mecenatismo rinascimentale, ho detto al giovane giurista Andrea Apollonio: ci vorrebbe un bel libro a più voci sulla giustizia italiana nell’ultimo ventennio, che faccia capire cosa è accaduto al processo; ma io, che in materia sto a metà tra il loggionista e lo strimpellatore, non saprei neppure da dove cominciare, perché non lo fai tu? Lo sventurato mi ha preso in parola, e il madrigale polifonico è pronto: si chiama Processo e legge penale nella Seconda repubblica, e lo ha pubblicato Carocci il 30 aprile. Sapeste che Camerata de’ Bardi mi ha portato a corte! Esordisce il maestro Giovanni Fiandaca, che gorgheggia sui populismi giudiziari di destra e di sinistra, sugli intellettuali ridotti a tifosi, sulla strana piega che sta prendendo l’ideologia professionale dei magistrati. E non è che l’introduzione.

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Maggio 10, 2015 at 10:37 am

Tutti dentro

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1960eb7551d116ac7294c26c8bb0468f_w600_h_mw_mh_cs_cx_cyAndiamo, non pretenderete mica che io prenda sul serio una fiction in cui Marcello Dell’Utri cita a memoria l’anonimo medievale della Nube della non conoscenza nel bel mezzo di una riunione di Publitalia? In cui Piercamillo Davigo, con due occhialoni da ragionier Filini e una vocina santimoniosa, sussurra al giovane poliziotto intemperante che “noi non prendiamo scorciatoie, noi siamo la legalità”? In cui Accorsi, pubblicitario ex sessantottino, improvvisa uno spot elettorale declamando una pagina di Petrolio di Pasolini, dono dello stesso Dell’Utri? Grazie al cielo 1992 è finita, e possiamo tornare a occuparci di cose serie. Ora, com’è noto, in Italia l’unica cosa seria è la commedia.

Apro Il cervello di Alberto Sordi (Adelphi), versione espansa di un vecchio libro di Tatti Sanguineti sullo sceneggiatore Rodolfo Sonego, e corro alle pagine che riguardano Tutti dentro, il film del 1984 che ha fama di essere una profezia di Mani pulite. Se qualcuno non lo ha visto, glielo rovino io: Sordi è un magistrato che eredita una grande inchiesta sulla corruzione da un anziano consigliere che gli raccomanda, citando Talleyrand, pas trop de zèle. Ma lui di zelo ne ha molto, spicca centinaia di mandati di cattura, mette dentro politici, faccendieri, imprenditori, massoni, uomini di chiesa e di spettacolo, finché il suo metodo fondato sul sospetto generalizzato non gli si ritorce contro, lo trovano a cena con due indagati e finisce in manette. Leggi il seguito di questo post »

Il buon selvaggio televisivo

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ruota-fortuna-renziQuando pensano a Matteo Renzi non gli viene in mente nulla. O meglio, gli vengono in mente frasi come questa di Rino Genovese, filosofo: “Matteo Renzi è il nulla. Lo dico con cognizione di causa per averlo incontrato una volta, ormai diversi anni fa, alla presentazione fiorentina di un libro”. L’articolo, scritto a commento delle primarie del 2013, si è guadagnato un posto nel mio sciocchezzaio per molte ragioni. Per la comicità (involontaria) che si sprigiona dall’attrito tra la perentorietà dell’affermazione e l’irrisorietà del pretesto; per la boria senza limiti; perché mi ha fatto venire i capelli bianchi alla prospettiva di vent’anni di antirenzismo come copia iperrealista dell’antiberlusconismo; perché questo trattar Renzi da tabula rasa mi ha rivelato con una chiarezza senza precedenti una posa che di precedenti ne ha molti, e uno più ferale degli altri, la “Fenomenologia di Mike Bongiorno” di Umberto Eco. Leggi il seguito di questo post »

L’imputato di lungo corso. Kundera, Kafka e il processo assoluto

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titorelliUna pagina di Milan Kundera dai Testamenti traditi è servita a Giovanni Fiandaca per illustrare, sul Foglio di giovedì, l’invincibile vocazione espansionista del processo penale. Che dovrebbe concentrarsi sui fatti, ma finisce per mettere sotto giudizio gli uomini nella loro interezza; che dovrebbe restare nel recinto del diritto, ma pascola abusivamente nei campi della morale, della sociologia o della politica. “Il processo celebrato dal tribunale”, scriveva Kundera commentando Kafka, “è sempre assoluto; cioè non riguarda un atto isolato (furto, frode, violenza carnale) ma l’intera personalità dell’accusato”. A esso, si può aggiungere, corrisponde la pena assoluta del carcere, che per colpire un reato specifico sequestra tutta la persona del reo.

Esiste dunque un’inclinazione naturale del processo a dilagare, a espandersi in lunghezza, larghezza, profondità e soprattutto nel tempo, dimensione che la nostra fisica giuridica tende a ignorare, come dimostra il surreale allungamento della prescrizione. “Il processo è assoluto anche in questo”, aggiungeva Kundera nella stessa pagina, “e cioè che travalica i limiti della vita dell’accusato”. Leggi il seguito di questo post »

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aprile 12, 2015 at 12:07 PM

Ovvio dei popoli. Momenti di trascurabile banalità

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captain-obvious-comic-coverIl mito della rivoluzione è l’oppio degli intellettuali, diceva Raymond Aron, e lo diceva in tempo utile (i carri sovietici non erano ancora entrati a Budapest). Ben vengano dunque le terapie di disintossicazione, anche le più abborracciate e ritardatarie. Prendiamo il caso italiano. Quando, negli anni Ottanta, si esaurirono le riserve d’oppio rivoluzionario, si prospettò il rischio di un’astinenza di massa, con tutti i sintomi connessi (paranoie, allucinazioni, suicidi). Ci si affidò allora all’oppioide sintetico della questione morale e della diversità comunista, assunto così a lungo e in dosi così massicce da generare a sua volta dipendenza. Oggi, finito anche il metadone del dottor Berlinguer, alcuni medici caritatevoli somministrano un surrogato ancora più blando, quello che Berselli chiamava l’ovvio dei popoli.

Nel 2012 Roberto Saviano rimase folgorato da un saggio su Gramsci e Turati e lo prescrisse agli ex oppiomani: “Consiglio questo libro a chi si sente smarrito a sinistra”, annunciò su Repubblica. Che cosa aveva appreso di tanto eccitante? Che era esistita, un tempo, una sinistra riformista e tollerante. Con soli novantun anni di ritardo, arrivava per Saviano la commovente scoperta della scissione di Livorno. Di questa sinistra buona si erano perse le tracce, a quanto pare doveva essere stata una corrente clandestina, finché il suo spirito non è tornato a vivere nel Pd. Chissà cosa accadrà quando, nel 2051, Saviano s’imbatterà nella Storia del Psi di Antonio Landolfi, che da Turati arriva fino a Craxi, o nella Breve storia del liberalismo di sinistra di Paolo Bonetti. Nel frattempo, meglio cercare i propri modelli altrove, dove capita, perfino nella sinistra cilena ai tempi del referendum del 1988. Leggi il seguito di questo post »

Revival 1992. Guida per il feticista di Tangentopoli

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19b172a9bb984afa77c2f522d545a9637d520511Con regolarità di marea, le ondate nostalgiche si presentano dopo un ventennio. Lo ha accertato il sociologo americano Fred Davis, uno dei primi osservatori di quel fenomeno che passa sotto i nomi piuttosto irritanti di vintage, rétro o revival. Negli anni Settanta si guardava agli happy days dei Cinquanta, gli Ottanta rimpiansero i fabulous Sixties. È dunque perfettamente puntuale il revival degli anni Novanta che Sky sta alimentando intorno alla serie tv 1992, dedicata all’anno di Mani pulite. Seguirà, perché così vuole l’inesorabile legge storica, il recupero feticistico di tutti gli orrori di quel decennio, all’insegna di monosillabi non meno irritanti come camp, cult e trash. Ma poiché, ammonivano gli stoici, il destino guida chi lo asseconda e trascina i riluttanti, ho deciso di non opporre resistenza e di portare il mio contributo al vintage di Tangentopoli. Ecco i reperti che posso offrire all’asta. Leggi il seguito di questo post »

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marzo 29, 2015 at 12:03 PM

Esercizi di onanismo morale

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6245159_361211Una lettera a un figlio che esce il 19 marzo, giorno della Festa del papà, dovrebbe destare un bel po’ di sospetti su chi sia il vero destinatario del dono. La Lettera a un figlio su Mani pulite di Gherardo Colombo li conferma tutti. Ma la data di pubblicazione conta fino a un certo punto, il veleno è nel genere stesso. Chi sono questi figli a cui si scrive per spiegar loro di volta in volta la Costituzione, la Resistenza, il Sessantotto? Sono finzioni retoriche che consentono di collocarsi nella posizione del buon padre, o del Seneca in veste da camera, e di godere piuttosto oscenamente della propria virtù. Il meccanismo è lo stesso di quando i liberi & giusti invitarono un tredicenne sul palco del Palasharp scambiandosi sguardi di lubrica soddisfazione, e fu uno spettacolo decisamente pornografico (le neuroscienze insegnano che il circuito cerebrale del piacere è attivato allo stesso modo dal vizio e dalla virtù). Leggi il seguito di questo post »

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marzo 22, 2015 at 11:01 am

The Ruby Horror Picture Show

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dracula-has-risen-from-the-grave-movie-poster-1968-1020192415I film dell’orrore usano spesso l’espediente del false ending, il falso finale. Il mostro sembra sconfitto, lo abbiamo visto precipitare nel vuoto, o avvolto dalle fiamme, o richiuso in una bara tre metri sotto terra. I sopravvissuti festeggiano la liberazione dall’incubo. Ma ecco che una zampa pelosa spunta dal ciglio del burrone, uno spettro carbonizzato si presenta alla porta, la mano pallida e affilata del vampiro si apre un varco nel terriccio intorno alla lapide. Lo spettatore ingenuo sobbalza, il più smaliziato per poco non sbadiglia.

Provo qualcosa di simile leggendo i commenti alla sentenza della Cassazione sul caso Ruby, che avrebbe segnato la fine della guerra dei vent’anni, il divorzio tra etica e diritto, il tracollo della giustizia politicizzata e di chissà che altro. È la fine di un’era, dice Lucia Annunziata, nonché l’ennesima sconfitta per “la mia generazione” (santo cielo, basta). “La giustizia repubblicana è sepolta”, twitta Flores d’Arcais, che ha un gusto più spiccato per l’horror e il gotico. Leggi il seguito di questo post »

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marzo 19, 2015 at 10:16 am

La sfinge della responsabilità civile (1987-2015)

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sphinx001 amazing stories v1 # 4In un racconto di Poe, “La Sfinge”, un uomo vede dalla finestra un mostro terrificante, più imponente di una nave da guerra, che discende sul pendio di una collina. Scopre poi che si trattava di una sfinge testa di morto, una farfalla piuttosto inquietante ma pur sempre una farfalla, che si arrampicava su un filo di ragno. Solo per via di un’illusione ottica gli era apparsa così grande da oscurare la collina. Più mi appassionavo al dibattito sulla responsabilità civile dei magistrati, più mi tornava in mente questo racconto. Vezzi letterari, dirà qualcuno: non era più semplice evocare la montagna che partorisce un topolino? E no, qui bisogna aver cura di scegliere bene i simboli, tanto più che la battaglia sulla responsabilità civile, si può dire, non vive che di quelli. È così oggi, e in fondo era così anche nel 1987, l’anno del referendum tradito. Tutto sta a capire che uso si fa delle armi simboliche.

Ho ripreso in mano l’utilissimo Storia di un referendum di Raffaele Genah e Valter Vecellio. Uscito un mese dopo la vittoria del sì, il libro ricostruiva la campagna referendaria e includeva un’antologia del dibattito dell’epoca. Molte pagine danno un brivido di déjà-vu degno di un racconto di Poe. Il fronte del no agitava già allora le stesse sfingi testa di morto gabellate per mostri: il richiamo ricattatorio ai giudici che rischiano la vita, il sospetto di una vendetta orchestrata dai ladri (i politici) contro le guardie, lo spettro del giudice intimidito dall’imputato ricco, le profezie sul collasso dei tribunali, la denuncia lacrimevole di un clima punitivo. I difensori del sì erano più cauti sugli effetti di un’eventuale legge, ma altrettanto persuasi del suo valore di simbolo: era l’occasione per aprire una discussione nazionale sul ruolo del magistrato e sui confini dell’azione giudiziaria. Uno scontro simbolico quanto si vuole, ma con gli stendardi ce le si dava di santa ragione. Andò a finire come sappiamo, ma fu se non altro un grande momento di verità. Leggi il seguito di questo post »

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marzo 8, 2015 at 4:11 PM

Malattia melodrammatica

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6020646_341473Può capitare che la frase giusta sia pronunciata dalla persona sbagliata, nel momento sbagliato e con l’intendimento sbagliato. La risposta che il capo brigatista Mario Moretti diede a Sergio Zavoli, che gli domandava con quale animo avesse affrontato i momenti prima dell’uccisione di Aldo Moro, è probabilmente uno di questi casi: “È difficile in un paese come il nostro, abituato al melodramma, spiegare la tragedia”. Se in Germania il sequestro Schleyer da parte della Raf apparve subito in una luce tragica – tanto che in un film girato a caldo, Germania in autunno, l’archetipo portante era l’Antigone di Sofocle – in Italia anche al caso Moro abbiamo adattato gli schemi più familiari del melodramma: la vittima tenuta ostaggio da barbari aguzzini, che testimonia nella sofferenza la sua virtù, smascherando viltà e macchinazioni dei vecchi compagni di partito. A questa consuetudine antica – Gramsci parlava di “malattia melodrammatica” – la storica Carlotta Sorba ha appena dedicato un libro prezioso, Il melodramma della nazione. Politica e sentimenti nell’età del Risorgimento (Laterza). Prezioso, perché mette in ordine e in prospettiva tratti più o meno latenti della vita pubblica italiana, dal culto della vittima all’onnipresenza delle lacrime all’ostentazione virtuosa dell’indignazione. Leggi il seguito di questo post »